LE VALLI OCCITANE TRA LA "RUÀ" E IL VILLAGGIO GLOBALE

Secondo François Fontan, figura fondamentale della rinascita politica occitana nel nostro secolo e creatore della teoria etnista, l'etnia o nazione è costituita da una comunità che condivide fattori come la storia, il territorio, le tradizioni, la cultura. Ma la chiave per determinare l'esistenza di una etnia, Fontan lo chiamava l'indizio sintetico, è la lingua. E' infatti a partire dalla lingua che l'uomo si trova ad abitare sulla terra, che stabilisce le relazioni con l'altro e con sè, è la lingua che determina la sua rappresentazione del mondo e il senso stesso della sua esistenza.

Dunque nel momento in cui l'uomo è alienato sul piano della lingua, è cioè impedito, direttamente o indirettamente, di vivere ed esprimersi nella lingua che lo ha accolto nel mondo, ogni altro aspetto della sua esistenza, da quello economico a quello relazionale a quello spirituale, assume i caratteri dell'alienazione.

Se tutto questo è vero, lottare per difendere una identità linguistica che rischia di scomparire non ha un significato conservativo o reattivo, non costituisce un nostalgico tentativo per custodire un passato inesorabilmente condannato dalla storia, ma comporta un'apertura al futuro, è anzi uno dei modi fondamentali per approssimarsi alla dimensione dell'autenticità, intesa come appropriazione di sè stessi.

A mio avviso però la posizione più diffusa tra i gruppi culturali e i ricercatori è ancora quella conservativa. Lo sforzo è stato ed è di lavorare affinché questo grande patrimonio culturale, a partire dalla lingua occitana, non si estingua, o venga per lo meno salvato dall'oblio, immortalato in libri, archivi, musei o tesi universitarie. Si tratta di una nobile battaglia di salvaguardia e di tutela per custodire la memoria di quello che la nostra civiltà alpina e occitana è stata sino a pochi decenni fa. Eppure sono arrivato alla conclusione che questo atteggiamento non sia sufficiente e che anzi in alcuni casi possa dimostrarsi involutivo.

A partire dalla mia esperienza personale, cioè di una persona animata da interessi per le tendenze più avanzate del pensiero, della letteratura, dell'arte e della musica europea, mi sono reso conto che questa semplice posizione di recupero comportava per me una sorta di dissociazione. Ma anche le popolazioni delle Valli Occitane rischiano di cogliere nel messaggio occitano un ritorno ad un passato di stenti e di miseria dal quale intendono invece allontanarsi il più presto possibile. E questo è ben comprensibile.

Si tratta insomma di sfatare il mito, per troppo tempo coltivato da tanti dotti locali, di un'Arcadia occitana intorno al villaggio alpino autarchico, con le sue leggende, la saggezza degli anziani, le usanze e i riti pronti per ogni evenienza, un sistema economico ecologico, un mondo sereno e armonico non corrotto da irruzioni esterne e dalla competizione capitalistica, una concezione del tempo regolata dai cicli naturali. Ma questo mondo non è mai esistito! La realtà, per quanto sento raccontare dai più anziani, era quella degli inverni trascorsi nelle stalle, in una insalubre promiscuità con il bestiame e in condizioni materiali così precarie da impedire qualsiasi forma di vita intellettuale e spirituale.

Di fronte a quanti, oggi, assumono nei loro comportamenti quotidiani simili modelli e pregiudizi come fondamentali nella difesa della nostra identità, l'impulso è di reagire con una provocazione futurista: spazzare via il vecchiume nostalgico e il letame, le superstizioni di una società contadina dominata dalle caste sacerdotali, aprire le nostre dimore alpine all'igiene, ai computer, alla dignità dell'humanitas e del lavoro intellettuale!

Noi occitani siamo gli eredi di una delle più grandi civiltà letterarie europee: quella dei trobadors in lingua d'oc, cancellata nel XIII secolo dalla crociata voluta da Innocenzo III e dai principi francesi contro i catari, l'unica crociata svoltasi nell'Europa cristiana. Da allora la nostra lingua ha subito un grave processo di depauperamento, si è progressivamente degradata e popolarizzata; come scrisse il grande poeta occitano Mistral, "S'enanè viéure encò di pastre e di marin" ("andò a vivere presso i pastori e i marinai"). Proprio quella lingua d'oc che costituiva l'idioma degli intellettuali europei - l'unica, oltre alla lingua del sì, ad essere usata da Dante nella Divina Commedia (Purgatorio, XXVI, 140-147) - ha perso attraverso i secoli i caratteri di una lingua "alta", ha dimenticato la terminologia astratta e colta. Nelle parlate delle nostre Valli esistono decine di termini per indicare le parti anatomiche del bovino, ma non esistono parole per significare termini come "concetto", "imprenditore", "allusione". Non esiste nemmeno più, pensate, l'equivalente della frase più ricorrente nella storia dell'umanità: "ti amo". Evidentemente i nostri rudi antenati, troppo occupati nella lotta per la sopravvivenza, non avevano tempo per indugiare su simili sottigliezze.

Dunque, se non vogliamo scomparire, dobbiamo assolutamente ritornare degni di un così grande passato. Dobbiamo colmare un secolare gap di cultura esclusivamente contadina, orale, minore e minoritaria, che non ha quasi conosciuto le grandi stagioni letterarie degli ultimi secoli, dal teatro del '600 al romanzo dell'800. Questo compito è tanto più arduo in un territorio come quello delle Valli Occitane, spopolato, privo di centri urbani e quindi di una borghesia e di un ceto intellettuale.

Eppure la scommessa sulla nostra identità non passa attraverso la difesa ad oltranza di un'Occitania Felix rurale e montana: questa è una battaglia di resistenza persa in partenza. Il recupero e la custodia del nostro patrimonio ha senso solamente se si inquadra in un'apertura radicale, in uno sviluppo culturale e tecnologico capace di confrontarsi con i processi della globalizzazione.

Un esempio: negli articoli in occitano è importante soprattutto mettere alla prova la nostra lingua su contenuti non tradizionali, usarla per parlare di storie dei nostri giorni. Col rischio ovviamente di fare un continuo ricorso a calchi dall'italiano o a neologismi ricavati empiricamente. Questo sovente attira le scomuniche di puristi e cultori della lingua, ma è l'unica strada per svecchiare, qui e ora, la lingua occitana.

Un altro esempio: nell'esperienza cinematografica portata avanti dalla Ousitanio Vivo Film il modello non è il documentario didattico e "istruttivo", ma un linguaggio creativo e aperto alla lezione dei grandi maestri del cinema. Nel documentario "Valades Ousitanes", per esempio, il movimento della macchina da presa sul poeta Toni Boudrìe è un omaggio ad alcune memorabili inquadrature di Hitchckoch, mentre il recente "E i a lo solelh" (dedicato alla figura di François Fontan) contiene citazioni da Chaplin, Pasolini e Almodovar.

Anche nella produzione musicale la nostra cultura dimostra una grande vitalità. Esiste oramai una miriade di gruppi, composti a volte da ragazzi tra i 15 e i 20 anni, che sulle orme del notissimo Lou Dalfin di Sergio Berardo lavorano per coniugare il nostro patrimonio musicale con le sensibilità più diverse, dal rock alla musica bandistica, dallo skah ai documenti sulla musica trobadorica. Gli esiti sono diversi e a volte discutibili, ma senz'altro dimostrano che pure in questo campo, che è poi quello che ha conferito una grande notorietà alla questione occitana, non ci si limita alla museificazione del passato.

Ma torniamo alla lingua. E' proprio rispetto ad essa che i due diversi atteggiamenti che ho cercato di delineare si rivelano antitetici. Infatti la lingua delle Valli Occitane è frazionata in una grande varietà di parlate locali, che differenziano non soltanto la singola valle, ma il singolo comune e villaggio. Tale parcellizzazione è un tipico fenomeno delle minoranze linguistiche, obbligate da sempre a vivere nella sola dimensione orale e non scritta.

Rispetto a questo dato di fatto la posizione dei, chiamiamoli così, "ricercatori locali" consiste nell'esaltazione delle particolarità lessicali e fonetiche di ogni luogo e nella loro difesa ad oltranza. E' evidente che quest'ottica non conduce da nessuna parte: impedisce l'insegnamento dell'occitano (quale?) nelle scuole e nei corsi parascolastici, ostacola qualsiasi prospettiva di sviluppo e di aggiornamento della lingua, rimuove l'esigenza di facilitare l'intercomprensione tra le popolazioni occitanofone di valli non confinanti. Per scrivere questi "localisti" adottano poi, coerentemente con la loro ideologia, grafie finalizzate al solo uso locale (come quella fonetica dei linguisti o quella all'italiana), senza tener in alcun conto le convenzioni grafiche diffuse nel resto d'Occitania.

L'altra posizione, che io condivido, parte invece dall'esigenza di ripristinare quelle dinamiche evolutive che appartengono a tutte le lingue vive. Si tratta cioè di raggiungere, ovviamente per gradi e sulla base di criteri non solo astrattamente linguistici ma anche sociologici, una cosidetta lingua "normalizzata" o referenziale, mettendo insieme gli elementi più diffusi e/o più originari (e sulla prevalenza di uno o l'altro dei due criteri il dibattito è attualmente molto acceso) delle parlate di tutto il territorio occitano alpino. Questa lingua normalizzata non dovrà naturalmente sostituirsi alle parlate di campanile, che continuano a costituire la linfa e la fonte vitale di ogni lingua, ma permetterà l'insegnamento dell'occitano nella scuola, la produzione di grammatiche e testi didattici, la redazione di documenti ufficiali (dalla toponomastica ai depliants turistici), una agevole inter-comprensione tra paesi che vanno da un capo all'altro delle Alpi Marittime e Cozie.

I partigiani della conservazione linguistica hanno buon gioco a spaventare i parlanti con le suggestioni autoritarie che il termine "norma-lizzazione" suggerisce, prospettando l'imposizione di una lingua astratta da parte di un ceto burocratico e intellettualoide che vorrebbe impedire alla gente di parlare come ha sempre fatto. E' chiaro che le cose non stanno così. Ma deve essere altrettanto chiaro che o si imbocca la strada della normalizzazione, con i relativi rischi di rigetto che essa implica, oppure non resta che combattere perché gli attuali parlanti possano finire in pace i loro giorni.

Sono convinto che la scommessa fondamentale per la nostra sopravvivenza si giocherà proprio intorno alla creazione di una lingua nuova, aggiornata, "media". Essa può divenire lo strumento, il grimaldello per invertire un processo secolare di risalita dell'area linguistica occitana verso le alte valli, oramai giunte sotto la soglia minima di una sopravvivenza demografica.

La nostra rinascita passa dunque attraverso, se posso usare una metafora bellica, la riconquista di due contesti umani e geografici: le basse valli e l'emigrazione. Le prime hanno accolto nel corso di questo secolo una buona parte della popolazione delle alte valli e l'hanno assorbita, senza tanti complimenti, nel tessuto linguistico e culturale "grigio" di cui si parlava prima. Esse sono discretamente popolate e hanno anzi conosciuto negli ultimi decenni un interessante sviluppo economico, specie nel campo della piccola industria e dell'agricoltura; infine, cosa non trascurabile, hanno un notevole peso elettorale. Ma mancano di radici, soffrono di una debole identità culturale, ed è per questo che ad esempio abbondano qui molti corsi di musica occitana. Se sapremo essere più forti dei modelli massificati e anonimi che giungono dalle città della pianura, se sapremo offrire alle basse valli una lingua da riscoprire e la consapevolezza del nesso tra identità culturale e sviluppo economico, allora potremo attrarre queste zone nevralgiche verso nuovi orizzonti.

Il secondo serbatoio è quello dell'emigrazione, che a volte risale già a due o tre generazioni indietro. Eppure molti discendenti di quei montanari fuggiti dalle Valli, pur vivendo a Torino, a Milano, a Parigi o a Marsiglia continuano a sentire il valore identitario della loro origine. Anzi, a volte succede che, mentre i valligiani disprezzano ciò che hanno ereditato, proprio coloro che hanno perso la lingua e la prossimità al territorio avvertono invece la gravità della perdita. Questi figli di emigrati sono sovente laureati, professionisti, figure affermate nella società, ed è quindi da loro che può giungere un grande contributo di intelligenza, di sensibilità e di intraprendenza.

La Valli Occitane potranno rinascere, o nascere per la prima volta, solo se sapranno coinvolgere e motivare idealmente queste categorie, offrendo loro una lingua che permetta di riscoprirsi occitani, e di vivere la modernità e la globalizzazione non come atomi privi di storia e di radici, ma come soggetti capaci di coniugare l'identità e la tradizione con le illimitate possibilità del tempo futuro.

Diego Anghilante

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXV - n° 11 - dezembre 1999 - N° 240