OUSITANIO VIVO Nouvembre 1997

 

CHE COSA SIGNIFICA ESSERE NAZIONALISTI E ETNISTI ?

I numerosi esempi di scontri etnici nel mondo, dal Ruanda alla Bosnia, inducono sovente i commentatori a denunciare il pericolo dei rinascenti nazionalismi, accomunati ai sogni di purezza razziale e alla famigerata "pulizia etnica". Approfittando in parte di questa diffusa sensibilità dell'opinione pubblica, anche personaggi che operano nell'area delle Valli Occitane hanno suscitato questo tema, accusando a vario titolo di "nazionalismo" il movimento occitano che si è costituito in questi trent'anni dietro la figura di François Fontan e che ha in questo giornale una delle sue principali espressioni.

L'accusa rivela una notevole dose di malafede perché gioca sull'ambiguità di significati che il termine riveste. Se per nazionalismo si intende quell'ideologia, tipica dei movimenti prefascisti di inizio secolo, che tende all'esaltazione dei valori patriottici a scapito degli interessi dei popoli vicini, il termine assume una valenza ripugnante e inaccettabile. Ma in questo caso si può parlare, come già indicava Fontan (Ethnisme, 1961, pag. 47 ed.1975), di imperialismo o sciovinismo. Il vero nazionalismo è semplicemente la posizione che "afferma il carattere fondamentale dei problemi nazionali (...) e richiede la soppressione dei rapporti di forza tra nazioni" (ib. pag 59). Per evitare travisamenti Fontan indicava i sinonimi di inter-nazionalismo o etnismo.

Ma secondo alcuni critici l'errore dei nazionalisti o etnisti è quello di vagheggiare uno Stato per ogni nazione, con le conseguenti nuove frontiere e burocrazie, con un nuovo centro oppressore delle periferie e via dicendo. Ora, in linea generale, la difesa di una minoranza etnica passa inevitabilmente, per lo meno in questa epoca storica, attraverso la forma statale, l'unica in grado di garantire gli effettivi diritti - culturali, economici, fisici - di una nazione colonizzata. Aspettiamo che queste "anime belle" e cosmopolite vadano a spiegare i loro principi ai curdi massacrati a turno da arabi, persiani e turchi, o ai tibetani schiacciati dalla Cina. Tuttavia la prospettiva etnista, valida su scala generale, cambia, o sta cambiando, nell'ottica della Casa Europea. In Europa secoli di liberalismo e di tolleranza, uniti ad un elevato sviluppo economico e tecnologico, fanno intravedere, almeno nelle concezioni politiche più avanzate, il superamento della violenza sui popoli deboli e della retorica intorno ai "sacri confini". Si tende anzi a concepire la particolarità etnica e linguistica come un elemento di coesione e di identità del territorio, tale da promuoverne l'immagine interna ed esterna e le stesse possibilità di sviluppo economico. In questi anni Bruxelles sta dimostrando concretamente, con sostegni finanziari alle iniziative culturali delle minoranze linguistiche, l'assunzione consapevole di questa nuova ottica.

E' dunque ovvio che il compito strategico del nazionalismo occitano, nel breve e nel medio periodo, si orienti verso un federalismo nel quadro dell'integrazione europea, e consideri come inessenziale e teorico l'obiettivo dell'indipendenza statale.

 

Ma con questo la visione nazionalista o etnista non è affatto superata: Esiste un altro e forse più importante elemento caratterizzante questa visione, ed è la priorità del fattore etnico su qualsiasi altra scelta ideologica, politica o religiosa. Purtroppo invece sono numerosi i gruppi o le persone disposte a lavorare nel campo occitanista a patto che i loro indirizzi politici, di destra o di sinistra, vengano rispettati, e che in caso contrario ritirano prontamente la propria disponibilità. Chi ragiona in questo modo non è un occitano che vuole salvare la sua cultura e quindi la sua identità, bensì un militante politico italiano che fra l'altro è anche occitano. Sicuramente non saranno costoro a cambiare la storia delle Valli Occitane.

Questo atteggiamento è esemplarmente significato dagli attacchi rivolti al gruppo storico legato al presente giornale: accusato di estremismo gauchista negli anni '70, poi negli anni '80 di essere una semplice emanazione valligiana dei Verdi e del PCI-PDS, infine in anni più recenti di avere capitolato di fronte alla Lega Nord e quindi negli ultimi mesi di essersi sottratto alla materna ala protettrice del PDS per vendersi ai potenti di turno in Regione Piemonte. Chi vede in queste accuse, pur sovente ingiustificate, i sintomi di una politica ondivaga non coglie la priorità del principio etnico rispetto a ogni altro principio politico o ideologico. Se invece si mette in atto questo criterio ogni collaborazione con forze politiche "esterne" diventa leggibile in funzione del riconoscimento della nostra problematica. Poco importa se le forze con le quali si stabilisce un rapporto siano di centro, di sinistra o di destra: importa molto di più che la loro disponibilità a prendere in carico le nostre rivendicazioni sia reale, e che ai propositi seguano impegni e atti tangibili.

Questo pragmatismo politico si va sviluppando anche tra molti amici dell'Occitania grande. Basta leggere le considerazioni di Jean Pierre Hilaire, direttore de Lo Lugarn (giornale del Partito Nazionalista Occitano): "Gardem nos d'i pèrdre nòstre èime e de nos empedegar(1) dins qualque enrasigament(2) que sia a drecha o a esquèrra(3). Sortiscam de las eqüacions simplistas e desastrosas: occitanista = d'esquèrra, esquèrra = progrès, drecha = reaccion e conservatisme" (Lo Lugarn, n. 60).

In questa "indifferenza" alle ideologie politiche da un punto di vista etnista - fatto salvo ovviamente il rifiuto delle ideologie totalitarie, fasciste o comuniste - va aggiunto però un elemento che è apparso molto bene nelle parole di Jordi Pujol, Presidente della Genarlità di Catalunya, in una recente intervista concessa al nostro giornale, quando parla del proprio partito Convergència i Uniò come di una forza che "ha dimostrato di essere veramente e stabilmente di centro durante la sua azione parlamentare". L'esempio della Catalunya, e quelli più vicini a noi dell'Union Valdôtaine e del Süd Tiroler Volkspartei, dimostrano che solo forze moderate e centriste hanno saputo conquistare l'elettorato e diventare egemoni nella rappresentanza della propria minoranza linguistica.

Si obietterà che tale visione moderata e "centrista" è in totale contrasto con l'indirizzo bipolare che finalmente l'Italia, con molte titubanze, sta imboccando. In realtà è vero il contrario. Proprio la struttura bipolare, insieme con l'evento fondamentale del crollo dei regimi comunisti dell'Est europeo, spinge i due poli verso il centro, alla conquista dell'elettorato moderato. Nonostante alcune anomalie - come l'eccessivo peso elettorale di forze demagogiche come Rifondazione Comunista o la Lega Nord, o l'ancora più grave conflitto di interessi (legato al nodo berlusconiano televisioni-politica-processi) che offusca le scelte del centro-destra - anche in Italia destra e sinistra sembrano spinte ad un forte avvicinamento sui programmi sostanziali ed ancora di più nelle scelte concrete legate all'amministrazione locale. Il tipo di società che esse propongono tende allo stesso modello di un'economia di mercato, del liberalismo e della democrazia parlamentare.

La referenza da parte di un movimento che si vuole espressione di una minoranza etnica all'uno o all'altro dei poli diventa, o dovrà diventare, sempre meno legata a schieramenti ideali preconcetti o a prevenzioni ideologiche, e sempre più legata alle scelte effettive e verificabili che essi saranno in grado di assicurare sui temi per noi vitali.

Diego Anghilante

 

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(1) invischiarci

(2) ancoraggi

(3) sinistra


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