Intervista al presidente della provincia di Cuneo,
Giovanni Quaglia

Dal mondo dei vinti alla scommessa sulla montagna occitana
"Due elementi saranno fondamentali per una vita che valga la pena di essere vissuta, e non sia invece massificata o dispersa nell'anonimato: il senso di identità e quello di appartenenza"


Signor Presidente, ci racconti qualche cosa di lei.

Sono Giovanni Quaglia, ho compiuto 52 anni il 20 ottobre, sono Presidente della provincia di Cuneo dal 1988. Prima sono stato per cinque anni Consigliere regionale del Piemonte e ancora prima ho fatto per undici anni il sindaco del mio comune, Genola.

Ha iniziato prestissimo...

Sì, a 22 anni ero già sindaco. Poi mi sono laureato in lettere con una tesi di storia medievale, ho insegnato nelle scuole medie e in seguito sono diventato preside, fino a quando ho dovuto mettermi in aspettativa per via degli impegni politici. Ma quando finirò questo servizio tornerò volentieri nella scuola, perché è un mondo pulito, trasparente...

A proposito di trasparenza. Quando il nostro giornale intervista i politici l'impressione è che sul momento tutti si dichiarino molto sensibili e attenti alla questione occitana, salvo il giorno seguente dimenticarsi, come hanno sempre fatto, di rappresentarci, di tenerci in considerazione. Lei farà la stessa cosa?

Io cerco di avere una posizione più pragmatica. Come Amministrazione Provinciale siamo aperti e disponibili a dare una mano per iniziative concrete che abbianmo una valenza culturale significativa. Siamo vicini, anche se le risorse economiche non ci hanno sempre consentito di intervenire come avremmo voluto.

Molti però ci dicono: vi prenderemo in considerazione seriamente quando avrete un peso politico. Ora anche i risultati poco incoraggianti della lista valdostana-occitana nelle ultime elezioni europee sembrano confermare questa mancanza di peso politico.

A livello europeo aveva un significato molto forte una presenza delle minoranze linguistiche, e quindi meritavate più attenzione. Per converso è nel livello locale che, qualora esso fosse veramente autonomo - cosa che non è, nonostante tutte le chiacchiere sul federalismo - i piccoli numeri riuscirebbero a contare. Purtroppo invece i centri decisionali sono distanti e probabilmente non conoscono neanche la portata di certi problemi.

In Prefettura durante lo spoglio elettorale i rappresenanti di Forza Italia, dopo aver scoperto che a Canosio avevano il 60%, si chiedevano tra loro: "Ma dov'è Canosio?"

Purtroppo il messaggio della televisione ha portato a questa situazione. Credo che sia inevitabile un minimo di pari opportunità, proprio perché la democrazia sia vera e non eterodiretta.

Presidente, lei è un uomo di pianura. Come percepisce la questione occitana?

Sicuramente ho dovuto compiere un certo sforzo per avvicinarmi a una realtà che è veramente diversa dal resto della provincia. Poi ho capito che accanto a una lingua, sotto una lingua, c'è una cultura, una storia, un popolo che vive. Ho incontrato a più riprese le varie associazioni, ho seguito anche le frizioni non solo politiche ma culturali, legate alle prospettive, su come mantenere le radici, su come rapportarsi agli altri.

Ma non pensa che le nostre forti divisioni interne siano state un fattore su cui i partiti politici italiani hanno giocato per evitare un approccio corretto?

Se ne è approfittato per non dare risposte. Si è detto: "quando avrete delle proposte unitarie le prenderemo in esame. Se non siete d'accordo neanche tra di voi non è il caso che perdiamo tempo". Ma questo atteggiamento riguarda più il passato, quando nel mondo occitano c'era un maggiore allineamento con partiti italiani più ideologizzati.

Il risultato è che ancora oggi l'identità occitana è presa sotto gamba dalla classe politica locale. Non pensa che sia un errore? La provincia di Cuneo ad esempio potrebbe trovare nel territorio occitano delle potenzialità culturali e quindi turistiche enormi.

E' verissimo, ma l'abbiamo scoperto tardi. Ci stiamo rendendo conto adesso che il futuro dell'economia sarà sempre più legato al territorio. La gente non si accontenta più di mangiare un pezzo di formaggio, vuole sapere che cosa c'è dietro, quale stroia, quale territorio. Questo genera un flusso turistico attento ai fatti culturali e ambientali. In questo senso il mondo occitano è una risorsa che non abbiamo sfruttato. Adesso molte occasioni che potevano essere sfruttate non ci sono più, si sono perse. Ma se l'Occitania riesce anche a essere un veicolo di certe produzioni è più facile che poi a sua volta abbia le risorse per crescere.

Si parla anche di un forte legame tra identità e sviluppo: territori deboli economicamente trovano la motivazione di esistere se hanno un'identità forte.

Due elementi saranno fondamentali per una vita che valga la pena di essere vissuta, e non sia invece massificata o dispersa nell'anonimato: il senso di identità e quello di appartenenza. Io vedo che nei giovani c'è questa ricerca, perché una forte identità ti consente di rapportarti all'altro in modo più chiaro e più agevole. Diversamente rischi di andare dietro a chi urla più forte o al messaggio televisivo più accattivante. Lo steso vale per il senso di appartenenza ad una comunità, ad una storia, ad un percorso di motivazioni e di valori. Sono elementi su cui puntare per una ripresa della montagna.

Ma cosa fa la Provincia per la montagna occitana?

Ho istituito per la prima volta un assessorato specifico per la montagna, con un assessore che segue a livello trasversale le leggi, i progetti, lìa viabilità... Nascerà presto la Consulta delle Comunità Montane, appena gli ultimi due o tre presidenti saranno eletti. Ci vuole un forte impegno di tutti: Provincia, Regione, Stato - abbiamo la legge Carlotto sulla montagna, la 97, approvata ma mai finanziata - e poi l'Europa...

Ma proprio sui fondi europei di Agenda 2000 molte Valli Occitane sono state estromesse!

La Regione Piemonte ha escluso buona parte del territorio montano...

Però neanche la Provincia di Cuneo ha fatto molto per difenderlo...

Probabilmente non si è visto, ma abbiamo fatto molte pressioni, checché ne dica il presidente di una Comunità Montana: abbiamo messo tutto il nostro peso, ma noi non siamo politicamente allineati con la Regione e forse anche per questo non siamo stati ascoltati. Ci sono state assicurate risorse importanti per un'uscita morbida dall'obiettivo 5/b, ma ho qualche dubbio che queste risorse ci siano. Certamente questo non va nella direzione di un rilancio della montagna.

Ancora una volta si avverte una dissociazione tra le parole e i fatti.

Esatto. L'abbiamo anche detto in Regione: non si può concentrare tutto su qualche valle che gode di un destino particolare rispetto alle altre aree montane del Piemonte.

E dunque quale futuro per le Valli Occitane?

Bisogna unire le forze. Com'erano le Langhe di 30 anni fa, la Langhe di Pavese e Fenoglio? Un mondo dei vinti. E cosa sono adesso? Hanno gli indicatori economici più alti del Piemonte e forse d'Italia. Vuol dire che si può fare, che si può invertire la rotta. Ma dobbiamo anche avere le vie d'accesso alle Valli, perché nessuno può venire a fruirle - non dico a rovinarle - se impiega una giornata di viaggio. Se invece, nel rispetto dell'ambiente, avessimo le infrastrutture renderemmo più fruibile il territorio, e quindi creeremmo occupazione nel settore dei servizi, che poi è l'unico che può crescere in queste zone, perché non credo che l'agricoltura possa creare posti di lavoro in montagna.

A livello di aziende qualche sensibilità comincia a nascere. Bisogna far crescere un'imprenditoria nuova: c'è tutto il grande spazio occitano di là dalle Alpi, che può essere anche un territorio nel quale commercializzare certe produzioni tipiche.

La provincia di Cuneo ha contribuito finanziariamente al rpogetto Espaci Occitan di Dronero, promosso dalla Comunità Montana Val Maira. Come giudica questa iniziativa?

Noi vi abbiamo aderito fin dal primo momento proprio nell'ottica di un rapporto stretto tra un'iniziativa di carattere culturale e una promozione dell'economia e del territorio. Certo ora deve partire.

I meccanismi delle elezioni provinciali tendono ad affogare la singola Valle nel contesto demograficamente schiacciante della pianura. Finché questo sistema durerà il nostro territorio non conterà mai nulla politicamente. Quando verrà riconosciuto a livello elettorale nella sua unità?

E' vero che nell'attuale conformazione dei collegi provinciali per voi è molto difficile emergere. Nulla vieta però una vostra presenza in una formazione che non sia unicamente rappresenativa della raltà occitana, ma che si faccia carico di quelle esigenze. Anche nelle ultime elezioni si poteva creare, ad esempio in val Maira, una concentrazione di due o tre formazioni su una sola persona. Certo se il territorio fosse individuato come una realtà omogenea sarebbe più facile.

In fondo l'idea di una provincia Occitana o Alpina sarebbe la più coerente con questo riconoscimento di una omogeneità.

Se ne era discusso molto una decina di anni fa. Bisogna capirsi su cosa si intende per Provincia. Se noi riuscissimo ad avere maggiore autonomia, potremmo articolarci all'interno in modo da salvaguardare la vostra omogeneità. Ma proprio dividere la provincia, onestamente non posso essere d'accordo.

Anche il collegio per le elezioni politiche potrebbe superare gli ambiti provinciali ed essere motivato da fattori culturali e linguistici. Questa però è una proposta che non ho mai visto emergere concretamente.

Un'ultima domanda. Circa un mese fa, in un piccolo convegno a Sampeyre sui piloni votivi le ho sentito fare un'affermazione coraggiosa: si parlava degli scempi edilizi così numerosi nelle nostre Valli, e lei ha detto: "un giorno o l'altro...

Bisognerà incominciare a demolire. Ne sono Convinto!

Mi è parsa un'affermazione impopolare. Non so quale sindaco delle Valli avrebbe il coraggio di dire la stessa cosa.

Nel passato abbiamo tutti sbagliato, e la cosa più intelligente è riconoscere di avere commesso degli errori. Non dico che bisogna distruggere tutto, ma visto che questi immobili invecchiano e richiedono degli interventi, questi interventi devono essere migliorativi: buttare giù qualche piano, eliminare qualche sgorbio, almeno ridurre queste negatività. Si dia qualche cosa in cambio, non si facciano pagare le spese di urbanizzazione. Salvaguardando per carità gli interessi legittimi e precostituiti. Ma intanto evitiamo che si continui a costruire in un certo modo.

Apriamo un dibattito su questo. Dobbiamo attrezzarci almeno a livello culturale e di impegno. Altrimenti quell'identità e quella cultura che deve stare dietro un programma di ripresa economica è già rovinata, non c'è più.

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXV - n° 9 - 26 de outoubre 1999 - N° 238