OUSITANIO VIVO Novembre 1996
Il testo della conferenza tenuta al Rescontre Occitan di Limone il 7 luglio 1996.
di Jean-Louis Veyrac
Il mondo attuale sembra avere completamento perso i suoi punti di riferimento. Dopo la catastrofe generale del comunismo alla fine degli anni '80, e la fine del bipolarismo Est/Ovest, non si intravede ancora quel "nuovo ordine mondiale" che il presidente americano George Bush aveva promesso di instaurare alla conclusione della guerra del Golfo.
Al contrario, di fronte all'apparizione simultanea di molteplici conflitti più o meno acuti tra Stati, tra etnie, tra gruppi religiosi e culturali, ogni ristabilimento di un ordine su basi moralmente giuste sembra allontanarsi. Trionfa la legge dei più forti, la legge della giungla.
RAFFORZAMENTO DI UN MONDO MULTIPOLARE
Un mondo multipolare si sviluppa sotto ai nostri occhi.
Esso si basa sulla combinazione di tre tendenze dominanti.
Da una parte, l'affermazione di taluni Stati come potenze regionali (Germania, Giappone, India, Pakistan, Brasile, Nigeria, Arabia Saudita, per esempio). Gli Stati Uniti restano la sola super-potenza mentre la Russia è retroceduta al rango di potenza regionale.
Dall'altra parte, il varo o il consolidamento di associazioni di Stati, regionali o continentali, in Europa, in Africa, nell'Eurasia, nell'Asia del Sud-est, in Oceania, nell'America del Nord come del Sud.
UE, ALENA, ASEAN, CEI, CEDEAO: dietro queste sigle si nascondono le associazioni che andranno a strutturare il mondo in un futuro prossimo.
Economia, difesa, sanità, rapporti sociali, cultura, ambiente, poco a poco tutti i settori dell'attività umana si avviano a essere controllati e orientati a questo livello sopra-statale. Senza dubbio non senza conflitti.
Dall'altra parte ancora, l'emergenza generalizzata di rivendicazioni etnico-linguistiche. on i loro obiettivi di autonomia o d'indipendenza queste rivendicazioni rimettono in causa il fondamento territoriale degli Stati. E' altrettanto contestata l'egemonia di una sola etnia sul potere dello Stato, nel momento in cui le altre etnie reclamano un paese federalista e la ripartizione del potere.
Queste tre tendenze fondamentali creano delle nuove configurazioni geopolitiche, che rafforzano la frammentazione dei centri di potere mondiale dopo quattro decenni di bipolarismo.
Il germe di queste tendenze era tuttavia già presente ai tempi dell'ondata decolonizzatrice degli anni 1950-70.
In buona parte esse procedono del pari dalle alleanze militari regionali stabilite nel corso dei diversi decenni di contrapposizione Est/Ovest. E sono anche la conseguenza del crescente aumento degli scambi umani di ogni natura.
Questa presenza è resa visibile dalla mediatizzazione globale. E anche dalla caduta dei dogmi ideologici. In realtà anche ai tempi del mondo bipolare esistevano queste rivalità, questi avvenimenti drammatici. Non tutto era "lotta di classe" o "opposizione tra capitalismo e socialismo". Rari sono stati gli intellettuali che hanno avuto la lucidità e il coraggio di comprederlo, di spiegarlo e di dimostrarlo.
Tra essi citerò François Fontan, teorico dell'etnismo, il prof. Guy Héraud, Roland Breton e Jean-Pierre Viennot, tutti e quattro dediti alla difesa delle etnie oppresse nel mondo con largo anticipo su tutti gli altri, per lo meno in Francia.
Si possono definire essenzialmente otto categorie fondamentali di problemi geopolitici. Essi costituiscono altrettanti fattori di crisi nelle relazioni internazionali. Rarissimi sono gli Stati che possono sperare di non affrontare mai un giorno uno o l'altro dei seguenti problemi.
I Ceceni, Tatari e x della Russia, gli Abkazi e Ossezi della Georgia, i Tamil dello Sri Lanka, i Cashmiri dell'India, i Tibetani della Cina, i Diolas del Senegal, i Tuareg del Sahara, i Baschi e i Catalani della Spagna, i Corsi in Francia, i Lwos e i Baris in Sudan, i francofoni del Québéc e gli Inuits del Canada, tutti aspirano alla secessione dallo Stato che li ingloba e a costituirsi a loro volta in Stati nazionali dotati di riconoscimento internazionale.
Non restano che poche situazioni di questo tipo, ognuna della quali costituisce un caso particolare. Per esempio Hong-Kong, Gibilterra, i Territori e i Dipartimenti francesi d'oltre-oceano con segnatamente la Nuova Caledonia e la Polinesia.
La Bolivia, il Guatemala o il Salvador sono gli esempi significativi del quarto tipo.
E' lo stato di tensione nel quale tutti, ovvero le etnie ma anche i raggruppamenti tribali, i clan, i sotto-clan, si affrontano per conquistare il potere nella capitale.
Questa è la condizione, o lo era recentemente, del Ciad, della Somalia, del Ruanda e del Burundi, dell'Angola, del Mozambico, del Togo, della Liberia e del Sud-Africa.
Tra queste, gli Zingari in tutta Europa, i Sardi e i Ladino-Friulani in Italia, gli Occitani in Francia e in Italia, i Bretoni in Francia, i Berberi in Africa del Nord.
Così è per gli italiani della Padania, per gli Slovacchi, i Bosniaci, gli Andalusi. Forse un domani occorrerà aggiungervi i Russi di Siberia e gli Anglosassoni dell'Ovest canadese o i Savoiardi?
Le comunità socio-confessionali tormentate alimentano talvolta le rivolte autonomiste o separatiste: maroniti del Libano, drusi di Siria, zaiditi dell'Arabia Saudita, musulmani e sikh dell'India sono stati di volta in volta in stato di secessione nei confronti dello Stato che li ospita.
Inutile aggiungere che il numero dei conflitti potenziali, gravi o meno gravi, sorpassa di gran lunga quello dei conflitti in corso.
Alla nostra lista già lunga si sarebbero dovuto aggiungere le rivalità territoriali intorno a frontiere contestate, principalmente nel settore marittimo.
Oggi niente di quanto accade in un angolo del pianeta può più essere occultato o considerato come un affare strettamente interno. La tecnologia permette a tutti i popoli minacciati di comunicare e di mettere al corrente l'insieme dell'umanità dei loro problemi e delle loro speranze.
Le situazioni conflittuali sono sempre più numerose. Dalle lotte sociali, ecologiste e per l'emancipazione femminile fino alle guerre di liberazione nazionale noi siamo chiamati in causa ogni giorno.
In quanto cittadini noi siamo tenuti a far pressione sui nostri rispettivi Stati perché un poco di morale venga a reggere le relazioni internazionali, senza pregiudizi e senza tabù.
Gli Stati e le frontiere restano necessità inderogabili per il momento, ma occorre cessare di considerarli come sacri e intoccabili.
Per quanto difficile sia da mettere in opera, la democrazia è sempre e dappertutto meglio della dittatura. Allo stesso modo che un "cattivo accordo" è meglio di una "buona guerra".
Laddove si rivela indispensabile, l'aiuto umanitario deve restare un'attitudine costante. Ma esso non deve sostituirsi all'imperiosa necessità di trovare soluzioni politiche durevoli. In effetti non serve a niente salvare vite umane oggi se non si impedisce ai carnefici di uccidere domani.
Questo aiuto diventa puramente odioso allorché gli Stati che lo sostengono sono anche i fornitori d'armi ai belligeranti.
Le comunità etnico-culturali sono le collettività di base dell'umanità. Le lingue e le culture fondano i rapporti umani e sono, di gran lunga, più antiche di tutti gli Stati. Esse costituiscono i principali fattori di socializzazione e di integrazione. E' dunque a partire da esse che devono essere definite le regole della vita internazionale per un effettivo "nuovo ordine mondiale".
Un mondo delle etnie e delle culture solidali deve succedere al mondo degli Stati rivali. Questa, senza nulla concedere a un ingenuo utopismo, è la mia conclusione.
| (traduzione di Diego Anghilante) |