OUSITANIO VIVO junh 1998
Continuiamo la serie d'incontri della nostra Tribuna etnica, con l'intervento di Gilberto Oneto, attuale Ministro della Cultura e Memoria al sedicente "Governo della Padania", costituito idealmente dai leghisti con le "elezioni padane". Piemontese del verbano, È stimato studioso e profondo conoscitore della storia e della cultura padana, fece parte negli anni '80 della redazione della prestigiosa e coraggiosa rivista Etnie, e partecipò nei primi anni '90 al tentativo di continuazione della stessa col nome di Ethnica, che purtroppo chiuse dopo soli quattro numeri. Autore di diversi libri tra i quali un interessante saggio sull'araldica padana, E attualmente direttore dei Quaderni Padani, pubblicazione periodica della Libera Compagnia Padana, associazione nata per promuovere le diverse peculiarità della cultura padana ed ottenere l'autonomia della Padania.
La discussione verte su temi già affrontati nelle precedenti interviste, ma, come auspicavamo che fosse, ne allarga ulteriormente gli orizzonti, offrendo interpretazioni e riflessioni nuove, dettate dal punto di vista di chi ci osserva da un luogo, e con occhi, molto diversi dai nostri. Non è necessario per forza condividerne le conclusioni, ma è importante, secondo noi, rifletterci su.
Idee molto diverse, a volte contrastanti, non dovrebbero mai essere motivo di scontro, ma sempre veicolo di arricchimento reciproco.
Sergio Salvi, sostiene l'esistenza di una lingua padana,. Tavo Burat ,invece non è di questo avviso. Ci parli della sua idea di Padania e di come iniziò a prendere forma per lei e per gli altri teorici del padanismo.
E' noto come Salvi appartenga alla scuola che attribuisce un ruolo primario alla koin linguistica come elemento fondante di una comunità. Sono anch'io convinto che lo sia ma che non vada mai disgiunto dal complesso legame che coinvolge anche tutti i fattori storici, culturali, socio-economici, etnici e identitari, che, tutti assieme, costituiscono gli elementi nei quali una comunità si riconosce. Connor ha scritto che una nazione non è tanto quello che è, quanto quello che crede di essere e che, di conseguenza, vuole essere. E una nazione (anche se nel caso della Padania preferisco parlare di Comunità di popoli) si riconosce sempre su una serie di elementi complessi. L'identificazione si esprime poi a vari livelli che si possono strutturare organizzativamente: la famiglia e il clan, il Comune, la "Piccola Patria", la Padania e l'Europa. Essa trova però compiuta espressione politica grazie a una sorta di sussidiarietà dell'identificazione che la fa collocare al livello più basso in cui questa può realizzarsi concretamente e sostenersi politicamente. Se per alcuni elementi (lingua, storia) il livello potrebbe coincidere con la Piccola Patria (il Piemonte, il Veneto eccetera), per questioni di opportunità, efficienza e sopravvivenza economica e politica essa non può che porsi al livello appena superiore di Padania. Questo coincide perfettamente con la visione linguistica del Salvi ma viene ancora rifiutata da chi, come Burat, è legato (più affettivamente che razionalmente) al mondo del vecchio autonomismo romantico e socialisteggiante che (sia detto con l'affetto e con il rispetto che un uomo coraggioso e coerente come Burat merita) non ha nessuno sbocco politico.
Oltre a tutto ciò, va detto che è sempre esistita una identificazione di padanità, molto confusa ma dotata di una sua innegabile forza: nella storia è infatti sempre stata visibile una Gallia Cisalpina, una Lombardia (o Longobardia) o una Italia (che, come ha ricordato Salvi, era il termine con cui per secoli si è chiamata la Padania) che era fortemente distinta dalla penisola. Tutti noi ci siamo sempre sentiti "settentrionali", soprattutto in contrapposizione con una "meridionalità" vissuta come lontana, estranea o addirittura ostile. Solo di recente questa antica identificazione emotiva, culturale, comportamentale e morale ha assunto dimensione politica.
Ciascheduno di noi ci è arrivato per strade diverse: Salvi con la lingua, molti attraverso riflessioni sull'economia, molti altri dando forma politica a differenze "sentite" in termini culturali, etnici o identitari. Io vengo da una famiglia di vecchi simpatizzanti del MARP e non ho fatto fatica a diventare leghista. La Padania è il solo mezzo per difendere il mio essere piemontese, vittimulo o cittadino del mio Comune. La cultura locale o anche quella della Piccola Patria non va da nessuna parte se non trova la forza (anche contrattuale) di una Comunità padana: il modello è quello svizzero nel quale tutti sono profondamente, "ferocemente", diversi ma anche saldamente uniti perch è il solo modo di affermare e difendere le proprie diversità.
Lei e gli altri studiosi del suo Movimento, particolarmente sensibili verso le etnie presenti sul territorio rivendicato dalla Lega, come giudicate una certa approssimazione e grossolanità d'approccio di buona parte dei suoi militanti alla questione etnica?
Non parlerei di rivendicazioni territoriali che suonano malissimo ma di rivendicazioni di identità.
La grande confusione che si vive è frutto della sovrapposizione dei diversi livelli di identificazione di cui parlavo prima: tutti si sentono legati al Comune, o alla Nazione, o alla Comunità eccetera, e prevale l'identificazione che più si avvicina delle personali inclinazioni. Solo chiarendo i ruoli dei singoli livelli si arriva a un sentire comune, e alla razionale definizione del livello più opportuno (la Padania appunto) che permette la difesa e l'espressione di tutti gli altri. A tutto questo va sommata la cattiva informazione che si ha su fatti storici e culturali, e di cui è largamente responsabile l'oppressione culturale italiota che in 140 anni ha cercato di cancellare ogni differenza e ha raccontato e fatto accettare un sacco di palle, utilizzando ogni possibile mezzo: dalle scuole dell'obbligo alle televisioni. Da sempre si cerca di negare ogni differenza perch la si ritiene pericolosa per una fragile unità; così si è detto che le lingue padane sono dialetti dell'Italiano, che sono deformazioni patologiche da curare e cancellare anche con leggi liberticide; così si è sostenuto che la storia è un coerente insieme di fatti che portano verso un destino di unità italiona: dalle quadrate legioni alle mascelle quadrate, dai "sacri confini" tracciati dalla Provvidenza alle montagne di morti che ci sono voluti per raggiungerli. Le differenze "più differenti" sono state trattate come fenomeni folklorici, come attrazioni per turisti, alla stregua delle grolle valdostane e dei pantaloni di cuoio tirolesi.
E' ovvio che tutto questo abbia portato confusione e disinformazione e che chi si sveglia da questo torpore ipnotico non abbia sempre le idee chiare. Noi ci dobbiamo ricostruire una identità in un processo liberatorio che è più psicanalitico che politico. Anche per questo ho intitolato un mio libro L'invenzione della Padania, giocando sul doppio significato che la parola "invenzione" ha in Toscano: creare qualcosa dal nulla, ma anche ritrovare qualcosa di antico e di prezioso che si era perso. E' proprio quello che si stà facendo, con fatica, con errori e tentennamenti, come capita a chi torna a vedere la luce dopo decenni di buio assoluto.
Anche la Lega ha fatto pasticci ma mi sembra che si stia avviando sulla strada giusta. Non era mai successo prima d'ora che un movimento di massa si muovesse su tematiche indipendentiste ed etniciste: è un processo che ha bisogno della collaborazione e dell'esperienza di tutti coloro che di queste tematiche si occupano da decenni. Non serve stare a guardare e criticare gli inevitabili errori che la Lega commette. I nostri popoli si stanno svegliando da un lungo sonno: la Lega gli ha dato la sveglia ma hanno bisogno che tutti quelli che lo sanno fare gli indichino la strada.
Come giudica, invece, la riluttanza verso la medesima questione dei partiti italiani e l'ormai palese disinteresse per la strada federalista ?
L'Italia non può che essere unitaria. In un suo bellissimo saggio, Sergio Romano racconta perch questo stato può stare assieme solo con la forza e come ciò sia avvenuto nella storia.
Non può esistere una Italia federale perch tutto ciò che è diverso da un centralismo giacobino e fascista finirebbe per disgregarla nel giro di poco tempo sciogliendo i legami artificiali che la tengono assieme.
Chi sostiene l'unità d'Italia lo sa benissimo e quindi, al di là delle belle parole di circostanza, non è disposto a concedere nessuna forma di vera autonomia. Il giorno in cui ci fossero diverse forme amministrative, diverse lingue ufficiali e una diversa gestione delle risorse economiche locali lo stato italiano si sbriciolerebbe. Tutti coloro che "vivono di Italia" (e sono molti...) ne sono perfettamente consapevoli, in maniera più pasticciona e retorica le destre e in forma più lucida e scientifica le sinistre. Alla faccia di Gramsci e di Salvemini sono oggi proprio i comunisti i veri e più efficienti patrioti, i difensori del tricolore, gli assertori della via questurina e giudiziaria della difesa dell'unità, i veri nazionalisti (e cioè, coerentemente, statalisti giacchè non esiste una nazione italiana ma solo uno stato italiano).
Oggi, alla vigilia del collasso del loro castello giacobino, si mascherano da autonomisti e blandiscono talune etnie e ne ignorano altre cercando di utilizzare il solito vecchio trucco del divide et impera. Oggi è criminale fidarsi di loro e fa male vedere che ci sono ancora minoranze (o minoranze delle minoranze) che sperano qualcosa da questa gente. Al massimo gli costruiranno un museo della civiltà contadina. Non è neanche un piatto di lenticchie.
Perchè alle elezioni del Parlamento Padano non sono stati invitati a presentarsi i movimenti o i partiti che da anni rappresentano le minoranze etniche presenti sul territorio padano ?
Alle elezioni erano liberi di presentarsi tutti i movimenti. Si sono presentati numerosi movimenti localisti (Leoni Veneti, Grup d'Assion Piemonteisa, eccetera) e alcuni di loro hanno avuto un certo successo.
Io avevo presentato la proposta di istituire collegi separati per le aree interessate da minoranze sia per le elezioni padane che per quelle italiane e avevo sottoposto il mio progetto a numerose organizzazioni localiste sperando che il loro appoggio avrebbe dato forza e autorevolezza alla mia proposta. Prevedevo fra l'altro la costituzione di cinque nuovi collegi in Piemonte: le valli occitane delle provincia di Cuneo, della provincia di Torino, le valli valdesi, quelle franco-provenzali e la comunità Walser. Ho avuto scarsa adesione da parte degli interessati e - in particolare - nessuna risposta da parte degli Occitani. Chi, nel Governo Provvisorio della Padania, aveva scarsa sensibilità per le tematiche etniciste ha avuto buon gioco a farmi notare l'inopportunità di una iniziativa che neppure gli interessati sostenevano.
Io insisto in ogni caso su questa strada e ho ottenuto che uno specifico riconoscimento venga inserito nella proposta di Costituzione che si stà redigendo. Certo sarebbe più facile fare l'avvocato difensore di chi si vuole difendere: ritengo che sia suicida l'atteggiamento di preferire un oppressore lontano (Roma) a un potere vicino (la Padania), soprattutto quando questo mostra chiari segni di apertura e di disponibilità al dialogo costruttivo.