OUSITANIO VIVO febrier 1999

 

Letres
Ricostruire l'economia della montagna su basi "plurali"

Su Ousitanio Vivo del 19 gennaio c’è una intervista a Livio Quaranta, per me un amico fraterno, una delle voci più autorevoli e una delle intelligenze più vivaci della nostra montagna (e non solo), che suscita parecchie riflessioni e alla quale, se il vostro giornale mi consente, vorrei contribuire con qualche considerazione sia a titolo personale (come occitano!) sia a nome del Gruppo DS della Regione.

Il sistema montano piemontese è tuttora tra i più strutturati (Regioni autonome a parte) sia per l’attenzione che alcune province, pur con tutti i loro limiti, hanno mantenuto verso le problematiche alpine, sia per un certo impegno, soprattutto negli ultimi dieci anni, espresso dalla Regione; ma, io direi, soprattutto per quel senso di identità etnico-linguistica che ha contribuito a mantenere forti le ragioni delle alleanze fra la popolazione ed il territorio, per la percezione che identità più territorio vuol dire radici.E senza radici, con il passare del tempo, anzichè cittadini del mondo si diventa apolidi. Questo lo dico non tanto per ribadire un’idea scontata per i lettori di Ousitanio Vivo, ma perchè constato che, tra i giovani delle nostre zone, il senso di appartenenza costituisce un elemento di ricchezza, indipendentemente dai luoghi dove vanno a studiare e dal numero delle lingue che imparano e usano. Il problema, caso mai, è costituito dalle limitate possibilità di lavoro che le nostre montagne offrono ai giovani che studiano, che raggiungono buone soglie di formazione. Il problema cioè, diventa non tanto il lavoro, ma la qualità del lavoro che si offre alle nuove generazioni.

Il primo rischio, quello che la montagna si rassegnasse al ruolo complementare di "polmone verde", di compenso ambientale alle dissoluzioni paesaggistiche della pianura, mi sembra in buona parte sconfitto anche se - lo dice bene Livio Quaranta - l’idea della "rinaturalizzazione" delle montagne (anche con il ritorno dei lupi), continua ad ispirare l’atteggiamento verso la montagna di molti "pensatori" cittadini.

Condivido poi il giudizio criticissimo sull’idea di riforme istituzionali basate sulla "ristrutturazione", direi "destrutturazione" e accorpamento più o meno forzoso dei piccoli comuni che, invece, hanno costituito e rimangono il punto più alto di tenuta istituzionale del nostro sistema montano. Così come un eccessivo e non necessario spostamento di poteri dai Sindaci ai funzionari, per i piccoli comuni, costituisce una forzatura demagogica e oggettivamente negativa. Penso invece, che sia utile creare e mantenere tutte le integrazioni possibili tra i vari comuni per i servizi più complessi, dalla programmazione territoriale, ai trasporti, alle attività ambientali, alla polizia municipale. Ma questi sono i compiti da attribuire alle Comunità montane, senza intaccare la fondamentale prerogativa dei piccoli comuni, luogo dell’auto governo e della democrazia partecipativa.

Purtroppo anche le Comunità montane, accusate (ma il riferimento non può essere certo il Piemonte) di scarsa efficacia, sono state oggetto, in sede parlamentare, di ipotesi sostanzialmente soppressive, come quelle delle associazioni o unioni di comuni. Il tentativo, grazie anche all’intervento dell’UNCEM, è rientrato, ma resta il fatto che le Comunità, mentre con i provvedimenti Bassanini hanno ottenuto riconoscimenti, per altri versi rimangono ancora sotto osservazione perchè in molti casi - che ripeto non riguardano la nostra regione, ne tanto meno questa provincia - tendono a comportarsi più come consorzi per gestioni spartitorie che come soggetti responsabili della tutela e dello sviluppo dei territori e delle popolazioni montane.

Proprio questa esigenza richiama un’altra valutazione. Una popolazione si insedia e rimane su un territorio se vi sono le condizioni per la propria autonomia economica, sociale e culturale. In tutti e tre i settori ci sono soglie critiche al di sotto delle quali la comunità non soppravvive. Il venir meno delle condizioni economiche ha provocato migrazioni da esodo nelle nelle nostre vallate come oggi le provoca da territori di altri paesi. Al di sotto di una certa soglia demografica tutti gli altri elementi di autosufficienza si dissolvono automaticamente. Ecco perchè la nostra prima preoccupazione, ora, dev’essere quella di ricostruire le basi di un’economia dei territori montani tali da garantire occupazione e reddito come condizioni per rimotivare la crescita socio-culturale.

Questa non è più un’utopia. Oggi ci sono gli strumenti, le idee, le risorse e le normative. In realtà, lo spopolamento della montagna non è stato causato da un processo storico ineludibile, ma da un modello di sviluppo adottato da alcuni paesi europei negli anni del dopoguerra, entrato diffusamente in crisi e quindi superabile viste le conseguenze disastrose che ha prodotto nelle valli alpine e appenniniche. La crisi di questo modello di sviluppo, per il Piemonte è drammatica. Dopo aver spopolato le montagne per fornire braccia alle industrie "fordiste" di Torino, oggi vediamo che le industrie si trasferiscono in altri continenti (dove ci sono braccia disponibili a buon mercato) e Torino, scesa da oltre un milione a meno di 900.000 abitanti, denuncia oltre il 10% di disoccupati.

L’economia piemontese, quindi, va ricostruita su nuove basi più ampie, più "plurali", sostanzialmente più democratiche, a cominciare dai luoghi (cioè le valli) dove la domanda di "democrazia economica" è più urgente e si collega con aspetti della democrazia politica, come dimostra la massa contestativa di voti alla Lega Nord.

Apprezzo che Livio Quaranta sappia mettere in evidenza che progetti come il traforo del Mercantour possano convivere, anzi essere costitutivi di un’unica idea di sviluppo assieme alla valorizzazione della pecora sambucana. Lo apprezzo perchè questo vuol dire impadronirsi degli strumenti dello sviluppo che vanno dalle comunicazioni, alla cultura, alla promozione, ai sistemi produttivi, ai modelli di organizzazione delle imprese. Tutti campi - a parte la cultura musicale che negli ultimi anni si è fortemente rivitalizzata - che devono essere approfonditi con l’ottimismo della volontà e con l’impiego concertato di tutti gli strumenti politici e di merito di cui oggi disponiamo in misura ben maggiore che nei decenni trascorsi.

Lido Riba


| Back |