OUSITANIO VIVO ottobre 1998

 

KOSOVO LA GUERRA ANNUNCIATA

Siamo a un passo dall'intervento militare della Nato contro la repubblica federale di Jugoslavia diretta dal rigido Milosevic. L'obiettivo è quello di fermare il governo serbo dal tentativo di mantenere, anche con il terrore, il suo dominio sulla gente albanese del Kosovo.

In questi ultimi anni l'etnia albanese, nelle sue varie componenti statali, si è spesso trovata sotto la luce dei proiettori. E purtroppo, sempre in negativo o in maniera tragica.

L'Albania

Dopo la fine assai caotica del nazional-comunismo di Enver Hoxha, l'Albania si è aperta alla democrazia e all'economia di mercato. E' stato un fallimento totale perchè le mafie locali, consigliate da quelle italiane, hanno preso in ostaggio con le famose "piramidi finanziarie" un intero popolo, ingenuo e sottosviluppato.

La guerra civile ha fatto 2000 morti ed ingenti danni. Lo Stato nazionale ne è uscito considerevolmente indebolito, a tal punto da diventare un protettorato dell'Occidente. Si è inasprito il divario politico tra Nord, una volta filo-monarchico, oggi sostenitore del megalomane Sali Berisha, e Sud, vecchio bastione comunista adesso seguace del socialista Falos Nano. Nonostante una profonda omogeneità etnolinguistica e religiosa (la maggioranza mussulmana convive con minoranze cristiane, cattolica nel Nord e nel Kosovo, ortodossa al Sud), questa divergenza riscopre la divisione dialettale e di coscienza regionale della nazione albanese tra Cheghi al Nord e Toschi al sud.

A partire dal 1900 una cospicua parte della popolazione ha tentato di fuggire verso la Grecia (300.000 emigrati) e l'Italia (50.000). Questa disperata emigrazione è stata fermata. Resta profondo il malessere di questo paese tenuto isolato per quarant'anni da un regime poliziesco e paranoico. Con la metà della popolazione sotto i venticinque anni, con una struttura sociale di tipo clanico, con enormi quantità d'armi in circolazione, con un'economia sommersa e gestita dalle bande mafiose con ricorrenti problemi di minoranze etniche (8% della popolazione totale: Greci, Macedoni, Aromuni, Zingari), l'avvenire dell'Albania appare fosco e incerto.

L'instabilità interna dello Stato albanese non gli consente in questo periodo di giocare il suo ruolo di naturale protettore di tutta la gente di ceppo albanese. Per la comunità internazionale esso non è un interlocutore fidato. Il problema scottante del Kosovo risulta essere il nodo centrale degli scontri a Tirana tra nordisti e sudisti, tra i democratici di Berisha e i socialisti di Nano. Ovviamente i primi sono più favorevoli alla lotta armata dei Kosovari perchè questi sono Gheghi come loro: in una "Grande Albania", unendo tutte le minoranze albanesi esterne, i Toschi sarebbero largamente minoritari. Ma l'Uck kosovara sembra più vicina a Nano, erede politico di Hoxha, considerato come il grande patriota albanese che si oppose agli Jugoslavi di Tito.

Il Kosovo

Popolato a partire dal VI secolo da Serbi di fede ortodossa, il Kosovo è stato gradatamente invaso da popolazioni di stirpe albanese islamizzate dagli Ottomani. A partire dal XVIIesimo secolo infatti una parte dei Serbi accettava, per fuggire il dominio turco di rispondere all'appello degli Absburgo spostandosi verso nord, nella Voivodina austro-ungherese. Alcuni Slavi rimasti nella zona si convertivano invece all'Islam e li ritroviamo ancora presenti oggi tra gli unici abitanti dell'estremo-sud del Kosovo. Lasciando a poco a poco le loro terre i Serbi venivano rimpiazzati dagli Albanesi; questi ultimi rappresentavano il 60% della popolazione nel 1905 e il 68% nel 1948, per arrivare al 90% dei 2 milioni di abitanti attuali. Questa spettacolare crescita è dovuta ad un incremento demografico del tutto sconosciuto in Europa.

La toponomastica della provincia, interamente slava, viene riassunta nel termine "Kosovo", sentimentalmente molto caro ai Serbi. Questo nome evoca infatti per loro la terribile battaglia di

Kosovo Poljc (il Campo dei Merli), a sud-ovest della capitale Prishtina, dove nel 1389 perì contro gli Ottomani l'intera cavalleria serba e tutta la nobiltà di questo popolo. A questo fondamentale fatto storico si aggiunge la presenza dell'antica sede del patriarcato ortodosso serbo a Pec, nell'ovest del Kosovo. E tutti sanno l'importanza decisiva che il fattore religioso riveste nel mondo balcanico intimamente legato alla permanenza della coscienza nazionale, ma anche per tutti gli Albanesi il kosovo ha un ovvio valore simbolico perchè fu Prizren, nel sud della provincia, che nacque nel 1878 la Lega di Prizren, il primo partito nazionalista albanese dei tempi moderni. Dal 1941 gran parte della privincia fu annessa, grazie alle armate naziste, all'Albania sotto protettorato italiano.

Già provincia autonoma della Repubblica di Serbia nella Jugoslavia di Tito, il Kosovo ha visto nel 1990 i suoi poteri, pari a quelli delle altre Repubbliche federate (Bosnia, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia), aboliti dal presidente della Serbia, Slohodan Milosevic. Questi, desideroso di ridare alla Serbia il potere assoluto nella Jugoslavia, ha portato infatti il paese allo smembramento totale in un susseguirsi di guerre assurde quanto mostruose nella Croazia e in Bosnia-Erzegovina (1991-95).

La popolazione shqipetar del Kosovo ha resistito parecchi anni in modo non violento sotto la guida di Ibrahin Rugova, Capo della Lega democratica del Kosovo. Rugova è stato eletto presidente di uno Stato ombra proclamato indipendente nel 1992. Respingendo le istituzioni serbe, gli Albanesi hanno organizzato scuole e strutture ospedaliere autonome oltre che una rete di solidarietà appoggiata su un sistema fiscale autogestito.

Il Kosovo è però entrato negli ultimi anni nella bufera del ciclo oppressione-resistenza-repressione. Tra i giovani e in ambienti sempre più estesi il pacifismo ha ceduto davanti alla lotta armata anche se finalizzato all'indipendenza futura, il ritorno al vecchio statuto della provincia auspicato da Rugova (e dai paesi occidentali) è stato travolto dalla volontà d'indipendenza immediata e di accorpamento all'Albania promossa dai combattenti dell'Uck. L'Ushtria Cilimtare e Kosoves, cioè l'Esercito di liberazione del Kosovo, è apparso nel 96. Dopo aver liberato una parte del territorio kosovaro, l'Uck, finanziato dall'emigrazione albanese in Europa occidentale ma privo di sostegni internazionali, non ha potuto resistere davanti alla potenza militare serba.

Come in Croazia, come nella Bosnia, l'esercito, le forze di polizia e più ancora le milizie speciali serbe hanno massacrato, torturato, mutilato o cacciato dalle loro case e dai loro villaggi i civili sospetti di appoggiare l'Uck o semplicemente residenti nelle zone più calde alla frontiera con l'Albania. Per ora nessuno ha potuto fare un bilancio realistico dei morti, ma rifugiati sarebbero pressapoco 200.000, dispersi nel Kosovo settentrionale nel Montenegro, nell'Albania, nella Bosnia ed in altri paesi.

Come per la Croazia, come per la Bosnia, l'Occidente, pur consapevole dei misfatti in corso si è mosso molto lentamente. Questo atteggiamento perverso e criminale è paragonabile a quello delle forze politiche serbe, le quali sono globalmente favorevoli alla politica di Milosevic. Secondo la rivista di geopolitica "Limes" (giugno 98) e secondo la stampa jugoslava, sembrerebbe che il governo serbo sostenuto dal Partito radicale del fascista Vojislav Seselj sia disposto ad un compromesso. Accetterebbe, certo a malincuore ma per ovvie ragioni geopolitiche e democratiche, la spartizione del Kosovo, lasciando il Sud agli Albanesi . Proprio le bombe occidentali consentirebbero a Milosevic di uscire a testa alta da tale rovesciamento di prospettiva e così potrebbe essere "svenduto" un pezzo della "sacra terra serba".

Il Montenegro e la Macedonia

Il problema kosovaro, come le metastasi del cancro, si potrebbe allargare ad altre regioni periferiche dell'Albania, cioè al Montenegro ed alla Macedonia. Sia l'Uck che i seguaci di Berisha sono favorevoli all'estensione della rivendicazione irredentista alle regioni di popolamento albanese in questi due paesi.

In Montenegro vivono un po' più di 10000 Albanesi concentrati soprattutto nella zona di Dulcigno. Il governo liberale guidato da Diukanovic ha integrato rappresentanti albanesi nel suo seno.

Ma questa minoranza non gode di una reale autonomia all'interno di questa Repubblica deferata con la Serbia. E' stata fondata nel 1993 una Unione democratica degli Albanesi che si batte per questo scopo.

Nella Repubblica di Macedonia, giovane stato sovrano a predominanza macedone-bulgara vivono parecchie minoranze: la più importante è quella albanese, che rappresenta un quarto della popolazione totale. Vari partiti più o meno radicali, tra i quali il Partito per la prosperità democratica presente nel governo, lottano per l'autonomia delle regioni occidentali del paese. Si scontrano però con il vivo sentimento nazionale macedone, ansioso di affermarsi in quanto indiscussa realtà socio-politica allorchè la stessa esistenza della Macedonia viene contestata dai suoi vicini. Tra la gente di stirpe albanese cresce la simpatia per l'Uck e l'idea di "Grande Albania" si diffonde, nonostante la chiara opposizione del governo a che il paese diventi una base per operazioni militari contro la Serbia.

Su queste pagine (O.V.n.196 del 22 dicembre 1995) avevo lanciato un appello a promuovere compromessi territoriali nel pieno rispetto delle identità etnico-nazionali e culturali, sia nel kosovo che altrove nei Blcani. Allora mi riferivo ad analisi di esperti che ritenevano critica la situazione di questa provincia, all'indomani del martirio bosniaco e degli accordi di Dayton. Se un domani si arriverà a questo risultato, dopo migliaia di morti e tante barbarie, quanta amarezza dovremo ingoiare davanti all'ipocrisia generale dei governi !

Jean Louis Veyrac


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