OUSITANIO VIVO Outoubre 1997

 

SOLO LA PIOGGIA NON E’ DELLO STATO

 

La gente ancora non lo sa, ma i tempi di attuazione della legge Galli si stringono, i contorni della sua applicazione si precisano; inutile dire che le prospettive per la gestione dei nostri acquedotti sono buie.

Se la legge 36 del 1994 dispone che tutte le acque sono pubbliche, un Regolamento di attuazione della legge, recentemente emanato dal Ministero dei Lavori Pubblici, ha chiarito che, fatta salva l’acqua piovana, tutte le altre acque appartengono allo Stato. Ne consegue che tutti gli acquedotti, siano essi comunali, consorziali, privati, ecc. cessanno di appartenere a chi li ha costruiti e sinora gestiti, ma passano alla competenza delle cosiddette autorità d’ambito che la legge Galli ha istituito e che la legge della Regione Piemonte n. 13 del 1997, ha ulteriormente definito.

La legge regionale ha previsto un’autorità d’ambito per l’intera provincia di Cuneo e un’altra per la provincia di Torino, di conseguenza una sola tariffa per la gestione del ciclo dell’acqua dovrà essere applicata sull’intera provincia di Cuneo ed un’altra sull’intera provincia di Torino, con qualche sconto iniziale per le zone montane.

Entro il 13 agosto scorso tutti i comuni della Regione avrebbero dovuto aderire alle Autorità d’ambito in cui sono compresi; per questo l’Amministrazione provinciale di Cuneo ha redatto uno statuto dell’Autorità che i singoli comuni avrebbero dovuto approvare in sede di consiglio comunale. A tutt’oggi lo scontento è alto e non ci risulta che molti comuni abbiano aderito. Le perplessità prevalgono non solo nelle zone montane, in cui l’accettazione delle linee statutarie elaborate dalla provincia, si rivelerebbe un vero disastro; ma anche nei grandi e piccoli comuni di pianura, il più delle volte contrari a perdere ogni controllo su un servizio fondamentale per la popolazione com’è quello idrico.

A questa situazione di per sè già difficile è venuto ad aggiungersi uno schema di un successivo regolamento di attuazione della Galli, redatto dal Ministero dei Lavori Pubblici, da cui si desume che solo grandi società, già operanti da almeno tre anni nel settore, potrebbero gestire i nostri acquedotti.

Se non viene modificato lo Statuto dell’autorità d’ambito della provincia e, soprattutto, se non viene radicalmente modificato il regolamento del Ministero, i comuni ed i consorzi acquedottistici delle Valli occitane perderanno totalmente e per sempre ogni controllo della loro risorsa idrica a scopo potabile.

Nelle zone montane, in cui da sempre l’acqua è un bene di elevata qualità a disposizione di tutti, l’effetto sarebbe drammatico, e vediamo il perchè.

Pagheremmo l’acqua sorgiva, ottenuta con pochi costi per caduta, allo stesso prezzo delle grandi città in cui la si ottiene dopo complesse e costose procedure di potabilizzazione.

Perderemmo la gestione di tutti i nostri acquedotti, a volte miliardi di investimento, dati a grandi società, senza alcuna garanzia di veder investire nelle reti idriche e fognarie delle zone montane. E’ del tutto evidente che, unendo in grandi ambiti di gestione la montagna e le città di pianura, gli investimenti verrebbero effettuati là dove vi è più gente e problemi più acuti; di conseguenza l’acqua potabile verrebbe prelevata in montagna e gli investimenti sarebbero fatti in pianura!

La perdita di ogni intervento nella gestione degli acquedotti comporterebbe la caduta della qualità dell’acqua, che anche in montagna verrebbe sempre più spesso resa potabile attraverso comodi e poco costosi sistemi di clorazione.

Dovendo stare nei stretti limiti della legge Galli e della successiva legge della Regione Piemonte, occorre una grande unità di intenti in tutta le zone montane, se non si vuole portare un attacco decisivo e forse definitivo alla qualità della vita nelle nostre Valli.

L’obiettivo deve essere da un lato la modifica dello schema di regolamento del Ministero dei Lavori Pubblici, nella direzione di consentire anche a soggetti a capitale pubblico o misto di nuova costituzione la gestione del ciclo dell’acqua, e la possibilità di affidare a trattativa privata a tali soggetti la gestione del servizio; dall’altro la possibilità, modificando le bozze degli statuti delle autorità d’ambito, di costituire sottoambiti di gestione comprendenti una o più comunità morità d’ambito, essendo questo il solo strumento di pressione che hanno in mano rispetto al Ministero, alla Regione ed alla loro Provincia. Provi la Regione a commissariare d’autorità la gran parte dei comuni montani. Se ciò avvenisse occorrerebbe prevedere altre e più dure iniziative di protesta.

Nei giorni a venire, comuni, comunità montane, l’UNCEM hanno una grande responsabilità, non si possono far abbagliare da quel 3% sugli introiti del costo dell’acqua che la legge regionale dà alle zone montane per interventi di manutenzione del territorio.

Dino Matteodo

 


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