OUSITANIO VIVO mars 1999

 

Dove vanno le Valli occitane?

Il 13 giugno è un appuntamento elettorale di grande rilievo per la vita amministrativa delle Valli occitane, ma è anche il punto di chiusura di quattro anni in cui molte cose sono cambiate e certo non tutte per il meglio. Non si vuole qui fare un bilancio della situazione, ma unicamente intervenire in un dibattito che il Presidente della Comunità Montana Valle Stura proprio sulle pagine di questo giornale ha aperto.

E’ indiscutibile che alcuni dati positivi hanno visto la luce proprio in questi anni; li vogliamo citare: l’avvio della Legge Carlotto sulla montagna, la legge Regionale che ha istituito il fondo regionale per la montagna con la destinazione del 20% delle entrate regionali sul metano, l’inserimento di tutte le Valli occitane nelle zone ad obiettivo 2 o 5/b dell’Unione Europea, l’istituzione di un vero e proprio Assessorato regionale alla montagna.

Questi fatti hanno comportato per la prima volta: un consistente aumento delle risorse finanziarie a disposizione del nostro territorio, la possibilità di lavorare su progetti di una certa consistenza, un preciso riferimento istituzionale a livello regionale. Di fatto sono nati alcuni progetti strategici che coinvolgono più comunità montane delle nostre Valli, si è instaurato un forte rapporto tra alcune di queste con realtà istituzionali dell’Occitania transalpina e della Catalogna, è emersa la capacità di un buon numero di amministratori delle Valli a ragionare in grande, a superare la logica della singola comunità montana a giocare la carta dell’identità occitana come motore di sviluppo e non solo come elemento di riferimento folclorico, quando non folcloristico.

In tale contesto il progetto "Espaci Occitan" ha assunto sin dall’inizio un ruolo centrale; non a caso, accanto a manifestazioni di consenso, ha ottenuto l’ostracismo di chi la questione occitana la nega o la vuole mantenere negli spazi angusti della semplice cultura popolare.

Pur mettendo in evidenza questi fattori positivi si deve rilevare che in questi anni a situazione delle Valli, soprattutto nella loro parte medio-alta, è ulteriormente peggiorata. Esse subiscono in misura maggiore, quale zona marginale e debole nella composizione sociale e demografica, l’enorme aumento del carico burocratico che ormai incombe sui cittadini e sulle loro realtà amministrative. Paradossalmente, nel nostro territorio, proprio riforme apparentemente antiburocratiche finiscono per aumentare il peso della burocrazia; così i vari provvedimenti "Bassanini" stanno colpendo a morte i piccoli comuni delle Valli. Sembrano lontani i tempi in cui Craxi al governo proclamava la soppressione di tutti i comuni con meno di cinque mila abitanti; senza tanti proclami la riforma Bassanini li sta strangolando, giorno dopo giorno, in competenze assegnate a funzionari che non hanno e con la necessità di risorse aggiuntive che non sanno assolutamente dove pescare. Le stesse Comunità Montane patiscono questa situazione: da un lato il Fondo nazionale per la montagna, partito con i 300 miliardi del Governo Dini è passato ai 150 del primo anno del Governo Prodi, ai 100 del secondo anno di Prodi, ai 129,2 miliardi del Governo d’Alema, un’inezia se si pensa alle dimensioni del problema montagna ed alla vastità del territorio montano in Italia; dall’altro canto prima la Bicamerale ed ora il Governo stesso hanno di fatto eliminato le Comunità Montane dalla geografia degli enti locali territoriali che la legge 142 aveva loro assegnato, ora sono proposte come "unione di comuni", il che vuol dire che potranno svolgere funzioni delegate dai comuni e poco più, un salto indietro di trent’anni nella politica per la montagna.

Già nei bilanci del 1999 le Comunità Montane pagano pesantemente la contrazione dei fondi erogati dallo Stato e il contemporaneo aumento dei costi per il personale; ciò non facilità l’avvio dell’organizzazione a livello di Valle di molti servizi che i singoli comuni non riescono a dare. Eppure questa è la strada obbligata che si deve percorrere se non si intende semplicemente chiudere i comuni più piccoli, non aggregandoli tra loro, ma unendoli a quelli più grandi, che con l’avvio dell’ICI in questi anni hanno aumentato le risorse a loro disposizione, soprattutto se negli anni settanta sono stati il teatro di ampie speculazioni edilizie.

Una riflessione a parte meriterebbe l’applicazione burocratica ed ottusa da parte di molti organismi dello Stato di normative comunitarie o statali. Ne sono colpiti in particolare gli agricoltori, i piccoli artigiani, gli operatori commerciali, che spesso non riescono ad adeguare locali a normative fatte apposta per farli chiudere. In simili frangenti il ruolo di "agente di sviluppo" svolto da alcuni amministratori locali è principalmente quello di parare i colpi e cercare le soluzioni tecniche e finanziarie per far sì che certe piccole attività non muoiano e altre possano nascere. Non è certo un ruolo avvilente per un amministratore, avvilente è il dover passare il tempo a doversi difendere dallo Stato!

Nei prossimi anni l’amministratore locale delle Valli dovrà sempre più configurarsi quale "agente di sviluppo" per il proprio territorio; per questo dovrà nel concreto saper salvaguardare, caso per caso, gli interessi degli operatori economici presenti sul territorio, ma anche saper cogliere le opportunità di sviluppo che si propongono per la sua e per le altre Valli.

In tale contesto il ruolo delle comunità montane è ben altro di quello tracciato di semplice unione di comuni; al contrario occorre passare sempre più ad una politica di unione operativa tra più comunità montane, poichè progetti di sviluppo di un certo respiro non trovano sufficienti risorse umane, finanziarie ed economiche sul territorio di una sola valle per affrontare iniziative quali i patti territoriali, i distretti industriali, i partenariati con altri paesi europei.

In tale contesto gli amministratori più avveduti hanno ben compreso il ruolo strategico che possono giocare le Valli quale insieme di "Valli occitane"; Valli occitane poste su una linea di confine che da marginale può diventare centrale se non si guarda solo a Roma ma all’Europa.

L’esperienza di questi ultimi tempi ci dice che, su tale linea programmatica, cadono i vecchi steccati di destra e di sinistra, poichè i consensi ed i dissensi sono equamente ripartiti nei vari schieramenti, Vedremo se dopo il 13 giugno vi sarà la possibilità di continuare un lavoro in tale direzione e se in una simile prospettiva vi sarà la volontà dei più di giocare fino in fondo il progetto di "Espaci Occitan", che in questo momento sta avendo anche l’adesione formale di varie comunità montane.

Dino Matteodo


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