OUSITANIO VIVO janvier 1999

 

Le frontiere non sono sacre
A proposito dei bombardamenti sull'Iraq

Sembra strano che un piccolo giornale “di nicchia” debba occuparsi di grandi avvenimenti internazionali come l’ultima guerra del Golfo. Eppure su quei fatti di grande portata anche noi, in quanto occitani e in quanto etnisti, abbiamo qualcosa da dire.
Qualcosa che, tra l’altro, è difficile sentire in Italia, dove il giornalismo, specie quello televisivo, ha oramai perso di vista le regole fondamentali dell’informazione per dedicarsi a un melenso sensazionalismo, una paccotiglia patetico-emozionale animata da cronisti che in “tempo reale” offrono al voyeurismo televisivo case bombardate, feriti e bambini che piangono.
A nessuno o quasi viene più in mente di spiegare le ragioni generali che stanno dietro allo spettacolo della sofferenza umana. Anni di giornalismo spazzatura sulla Somalia, sulla Bosnia o sul Kossovo ci hanno proiettati nel dolore privato delle vittime ma non ci hanno permesso di capire la logica di quei conflitti, di ragionare, di analizzare, di distinguere tra le ragioni degli uni e quelle degli altri.
In occasione dei quattro giorni di bombardamenti anglo-americani sull’Irak questo tipo di giornalismo ha inoltre trovato il sostegno morale dell’antia-mericanismo di sinistra (e dell’estrema destra) e del pacifismo cattolico. In questa infausta congiunzione la classe politica italiana ha dato un altro saggio della sua pochezza e del suo provincialismo. Essa ha riconosciuto che la maggiore responsabilità dell’accaduto ricadeva su Saddam Hussein, ma al tempo stesso ha condannato la soluzione militare invocando una generica via negoziale.
Ma come ricordava Gianni Vattimo in un’intervista (La Repubblica del 20.12.98), una sinistra di governo non può limitarsi a predicare la pace in ogni situazione. La condizione dei politici italiani è quella di eterni minorenni internazionali, che si possono permettere di fare i moralisti anche perché sanno che intanto ci sarà sempre qualcuno che provvede, che si sporca le mani. “Si chiede il massimo della perfezione giuridica mondiale, scrive Barbara Spinelli (La Stampa del 12.12.98) per dissimulare la volontà d’impotenza, la volontà di trattare con piccoli dittatori o di fabbricarsi spazi effimeri di influenza regionale”.
Poi c’è un Papa grande e coraggioso, capace da un lato di ammettere le colpe della Chiesa nel passato, a cominciare dal silenzio di Pio XII sulla Shoà degli ebrei, e dall’altro di riaffermare con fierezza quell’identità dottrinaria che rischiava di annacquarsi in una ridicola rincorsa modernista. Stupisce invece che la stessa Chiesa assuma posizioni ottusamente dogmatiche - vedi la condanna sul controllo delle nascite - oppure, a proposito appunto della guerra con l’Irak, ingenue e farisaiche. Parlare, come essa ha fatto, di “aggressione” equivale a falsare i termini del problema. Un’aggressione sussite quando si attacca un altro paese col quale vige un trattato di pace. Ma dai tempi della guerra del Golfo (1991) esiste con l’Irak solo un cessate il fuoco provvisorio e condizionato allo smantellamento del suo arsenale di armi chimiche e biologiche.
D’Alema lamentava che “non è stato dato tempo alla diplomazia”. Ma questi sette anni sono stati impiegati da Saddam per violare sistematicamente ogni accordo. In questo gioco del tirare la corda sino all’attimo prima che si strappi il tiranno è abilissimo. Naturalmente ogni volta il giochino comportava spese enormi agli Stati Uniti (ma appunto è papà che paga, e noi italiani possiamo continuare a trastullarci con gli auspici di un inesistente sistema giuridico internazionale).
Alla fine gli USA, di fronte all’ennesima burla di Saddam, si sono trovati costretti a mettere in pratica le minacce, pena la perdita della loro credibilità internazionale. Hanno chiesto solidarietà ai tradizionali alleati, ma l’hanno ricevuta soltanto, con tipica lealtà anglosassone, dal socialista Blair. Forse è vero che il potenziale bellico dell’Irak non rappresentava più dopo la guerra del 1991 un reale pericolo, ma è bene interrogarci sulle conseguenze di una perdita di prestigio e di autorità internazionale degli Stati Uniti. Opporsi all’antiamericanismo non significa accettare acriti-camente tutto ciò che proviene dall’America, ma semplicemente constatare pragmaticamente che gli USA hanno giocato un ruolo determinante a favore della libertà nelle guerre di questo secolo (compresa la guerra fredda). Essi si trovano dunque di fatto in una posizione di grande potenza, con tutti i vantaggi ma anche le responsabilità che questo comporta. Riconoscere ciò non significa, per esempio, dimenticare gli effetti devastanti dell’esportazione dei modelli di vita americani, dalla musica rock all’alimentazione, dal consumismo all’infantilismo culturale. O chiudere gli occhi sul fatto che l’intransigenza americana verso Saddam si accompagna all’accon-discendenza verso regimi altrettanto turpi, dalla Cina che massacra i tibetani alle dittature fasciste del Sudamerica o alla Birmania. Ed è verosimile che l’applicazione di due diverse misure sia dettata più che altro dalle ragioni del businnes. Resta che il regime di Saddam Hussein sia odioso, feroce, pericoloso per il suo popolo e per quelli vicini, e che ogni azione volta a destabilizzarlo debba essere incoraggiata.
Ma i bombardamenti di dicembre hanno veramente raggiunto questo obiettivo? Pare di no: Saddam è più che mai saldo al potere, i suoi arsenali chimici e biologici sono stati pruden-temente scansati dalle bombe intelligenti, il tiranno incarna sempre più l’onore delle masse arabe diseredate. Molti commentatori hanno segnalato nella Casa Bianca l’assenza di un disegno strategico chiaro. Le cose starebbero diversamente se nella guerra del 1991 l’allora presidente americano Bush avesse portato a termine l’operazione militare in Irak. Uno dei tiranni più feroci della storia recente sarebbe allora stato cacciato, e soprattutto l’etnia curda avrebbe forse potuto vedere uno spiraglio di luce nella stato irakeno. Già soltanto grazie allo scudo protettivo americano si è sviluppata in questi anni, come spiegava su Ousitanio Vivo (n. 229) il segretario dell’Istituto Curdo a Parigi, una notevole autonomia nel Kurdistan irakeno, con un Parlamento Curdo eletto nel 1992. Probabilmente Bush non potè concludere l’operazione militare a causa di due fattori: da una parte il freno degli alleati arabi, che vedevano con timore la nascita di un’entità autonoma curda; dall’altra le pressioni dello stesso pacifismo europeo che abbiamo riascoltato il mese scorso, con le marce per la pace, i sit-in davanti alle ambasciate americane, addirittura i viaggi alla corte di Saddam. Si può quindi dedurre che le sofferenze inflitte in questi sette anni ai popoli irakeni ricadono in parte su quel partito trasversale del pacifismo per il quale “la guerra è sempre sbagliata”.
Non è la prima volta che questo atteggiamento provoca disastri maggiori di quelli che vorrebbe evitare. Se nel 1938 Chamberlain e i governi europei fossero stati meno prudenti verso il nazismo tanti milioni di vite sarebbero state risparmiate. La diplomazia, per essere efficace, deve sapersi appoggiare alla forza. Una vera politica non-violenta, che voglia cioè diffondere un clima mondiale di collaborazione tra nazioni libere e indipendenti, deve sapere accettare la guerra. Altrimenti essa sarà condannata all’impotenza e a diventare un vantaggio per i violenti di turno. La conclusione della presente analisi, che ci riporta alla nostra condizione di minoranza etnica e linguistica non riconosciuta, è che la chiave per la soluzione di tanti conflitti e ingiustizie sta nella possibilità di modificare le frontiere tra gli Stati, in una concezione dei confini statali non rigida e sacrale ma in funzione delle realtà etniche e nazionali, della loro insopprimibile domanda di libertà. E’ esattamente questo il tabù che nessuna diplomazia, compresa quella americana, vuole affrontare, e che si accetta soltanto quando la violenza militare degli oppressi si impone con l’evidenza di un fatto ineludibile. Ma fino ad un momento prima tutti negano che le frontiere possano essere messe in discussione, come se le avesse stabilite Dio in persona e non il righello di qualche potenza coloniale. Quella delle etnie minoritarie europee è un’altra storia, più antica e più complessa. Non pensiamo, o non pensiamo più, che essa si possa paragonare tout court al colonialismo extraeuropeo. La nostra speranza, l’abbiamo già detto e lo ripetiamo, è che essa possa trovare un’evoluzione nel quadro di un federalismo europeo. Fino a quando sopravviverà l’autonomia curda nel nord dell’Irak? Immaginiamo uno scenario nemmeno tanto improbabile, con gli Stati Uniti che si stancano di impegnare vite umane e dollari per difendere una stabilità mondiale necessaria soprattutto ai loro alleati europei, ingrati e immaturi, e che scelgono la via isolazionista auspicata dalla destra repubblicana: badare strettamente agli interessi diretti dell’America e per il resto, scomparso il pericolo di un dominio comunista mondiale, lasciare che, come si dice in occitano, “chascun se desbroùie”.
Gli USA abbandonerebbero il controllo sulla “no fly zone” nel sud e nord dell’Irak - un’ingerenza in un paese straniero, tutto sommato - e a quel punto Saddam potrebbe vendicarsi delle umiliazioni subite e tornerebbe a gassificare i villaggi curdi come faceva prima del 1991. Ma senza dubbio a quel punto i non violenti insorgerebbero con petizioni di condanna, fiaccolate della pace, digiuni... Mastella o Del Turco terrebbero anche un veemente discorso in Parlamento. Saddam ne sarebbe senz’altro impressionato.

Diego Anghilante


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