OUSITANIO VIVO lui 1999
Verso la convivialità delle differenze
Intervista al Vescovo di Saluzzo, monsignor Diego Bona
Dal 1994 monsignor Diego Bona è vescovo di Saluzzo. Dal 93 è presidente di Pax Christi che in queste settimane ha celebrato due importanti congressi: il Consiglio internazionale, tenutosi ad Amman e Gerusalemme, e lAssemblea nazionale italiana riunitasi a Verona dove si è parlato di non violenza. La sua conversazione è appassionata e sommessa. Parole espresse sovente con gli occhi chiusi. Definisce "la guerra unopzione ancestrale, oggi perdente... tanto meno cristiana. Ma il secolo che ha visto lesplosione più forte della violenza, ha anche espresso alcune pietre miliari della non violenza" come la Carta dellONU, la Dichiarazione dei Diritti dellUomo e i Tribunali internazionali che perseguono i crimini di guerra e contro lumanità. "La coscienza dellumanità - afferma - va in questo senso".
Nato nella Langa che confina col Monferrato, figlio di contadini, Diego Bona entra in seminario alletà di undici anni. Dopo la guerra viene ordinato sacerdote e per qualche tempo svolge il servizio pastorale nellalbese. Nel 55 è a Roma, presso un parroco originario di Santo Stefano Belbo. Nella capitale rimarrà una quarantina danni trascorsi fra esperienze pastorali estreme. I primi nove anni sono in una "borgata black-out", ambiente sottoproletario che ispirò a Pasolini "Ragazzi di vita" e "Una vita violenta". Poi il servizio con Gioventù Studentesca, avviata da don Giussani, "un esperienza che mi spiacque dover lasciare perché poteva essere un test di confronto con la rivoluzione del 68". Lincarico pastorale successivo è una parrocchia di Ostia dove trascorre altri otto anni, "poi la Garbatella, tipica borgata romana dove sono nati Maurizio Arena ed Enrico Montesano", quindi la nomina a vescovo di una diocesi per metà fuori Roma e per metà in città; infine il ritorno nella sua terra tra la sua gente che ritrova profondamente cambiati.
Monsignor Diego Bona, come è stato il suo incontro con la cultura occitana nelle valli della diocesi (valli Maira, Varaita e Po - ndr)?
La cultura occitana non la conoscevo. Conoscevo la mia Langa quarantanni prima, e quando sono venuto qui mi sono messo nella condizione di ascoltare. Sono rimasto sorpreso dalla accoglienza e dalla tradizione delle valli. Mi hanno colpito le cose belle, il fatto che questi paesi, che erano comunità di sopravvivenza...
Non sempre! Alcune comunità come la Castellata, la valle Maira, e più a nord la valle di Oulx, hanno conosciuto secoli di floridezza...
... certo comunità non miserabili, ma povere, che hanno saputo creare opere belle. Penso alle chiese di Stroppo, a Elva, a Casteldelfino... Tutto ciò mi chiama al dovere di conservare una tradizione grande.
Qualè la situazione delle parrocchie? Molti paesi nelle alte valli hanno parrocci part-time, come daltra parte amministratori part-time. Sindaci e preti che vivono altrove...
La scelta ecclesiologica è stata di condurre lazione pastorale in una zona attraverso due-tre sacerdoti che vivono insieme e insieme curano la comunità della zona. Il progetto delle nuove unità pastorali vale tanto per la montagna quanto per la pianura, infatti abbiamo una comunità in alta val Varaita con sede a Sampeyre, una in alta val Maira con sede a San Damiano, una nella zona di Barge e ne stiamo creando una quarta in pianura, tra Scarnafigi, Villanova e Torre San Giorgio.
Le comunità si sentono un po orfane, abbandonate...
Alcuni ci dicono: "ci hanno tolto la scuola, ci hanno tolto lufficio postale, se ci togliete anche il parroco noi scompariamo". Ma la parrocchia non lannulleremo mai anche se il parrocco non è più residente. A tutte le comunità assicuriamo una presenza liturgica con un sacerdote. In futuro, forse, ci potrebbe essere un diacono o un catechista responsabile della comunità. Oggi mancando le forze non avrebbe più senso collocare un sacerdote a tempo pieno in una parrocchia di sole 100-50-30 persone; inoltre i sacerdoti che restano insieme e formano una unità pastorale sono molto più vivi, più validi e anche più contenti. In questo modo si assicura loro una certa dignità di vita.
Gli avvicendamenti a volte lasciano la popolazione perplessa.
Cè il pro e il contro. Cambiare fa bene. Obbliga a ricominciare da capo, a non ripetere lo standard pastorale. Il sacerdote ridiventa discepolo e sta allascolto. La comunità ripensa un nuovo modo di vivere la vita cristiana. E una convinzione che risente dei miei diversi servizi pastorali affrontati sempre contro voglia, dai quali tuttavia ho tratto esperienze bellissime.
Come linea pastorale la prassi non è più che un parroco sta nella stessa parrocchia tutta la vita. Ma devessere una rotazione tranquilla, non troppo rapida ... decennale. Lanno scorso i parroci che hanno cambiato sede sono stati una ventina, in maniera abbastanza soft, man mano che si creava la possibilità. Del resto la costruzione delle unità pastorali non può essere fatta giustapponendo delle persone. Perché lavorino bene i preti devono stare bene insieme. Allora, a volte, si è costretti a spostare delle persone che lavorano bene in un determinato luogo per costituire una unità pastorale affiatata... che funzioni.
Per altre minoranze linguistiche - è il caso di friulani, sud-tirolesi, valdostani - la Chiesa locale ha giocato un ruolo importante nella conservazione dellidentità culturale. Nelle Valli Occitane invece i preti hanno mostrato una distanza... una certa ostilità. Personalmente posso citare il caso di parroci parlanti occitano, che 30-40 anni fa, quando la lingua era ancora molto diffusa, usavano il piemontese con i parrocchiani...
In alcuni sacerdoti - penso a don Graziano in valle Maira, a don Roberto Bruna quando stava in valle Varaita e a don Luigi Destre in val Po - cè un forte attaccamento alla cultura delle valli. La Chiesa tuttavia sposa il momento storico, ha bisogno di dialogare con luomo di oggi, e loccitano è diventato una presenza molto ridotta, a volte... "archeologica". I giovani non lo condividono più eccetto qualche revival. E prendere una reminiscenza culturale per riportarla in auge forse non è compito della Chiesa.
Ma la diffusione delloccitano non è così limitata! Oggi la cultura occitana può dare prospettive di sviluppo anche economico agli uomini e alle donne che abitano queste valli... una prospettiva di benessere rispetto ai luoghi, al passato, alla propria cultura. Rispetto al futuro.
Questo mi invita ad essere più attento, ma avendo fatto unindagine e constatato la sua presenza abbastanza limitata ho pensato che non fosse il caso di impegnarsi su questa linea.
Lanno scorso alcuni cattolici della diocesi, impegnati sulla questione occitana, hanno chiesto alla Chiesa saluzzese di riconoscere lidentità culturale occitana delle valli (v. Ousitanio Vivo- maggio 98 - ndr) ma il documento è rimasto lettera morta.
Non labbiamo lasciato cadere. Per esempio seguiamo con interesse le iniziative di Espaci Occitan e i progetti che il Presidente della CM Valle Maira e le altre Comunità Montane hanno avviato con larea occitana francese e con i catalani. Oggi siamo lieti di sapere che una minoranza lavora perché la cultura occitana ritrovi la sua valenza. Se questa minoranza cresce, allora la cultura occitana avrà più significato, ma tutto ciò non è troppo compito della Chiesa anche se noi seguiamo le diverse iniziative con attenzione e molto rispetto. Ciò che invece ci impegna come punto donore è il recupero del patrimonio artistico religioso delle valli.
Oggi le valli vedono il ritorno di comunità monastiche. Per esempio i cistercensi a Pra dMill in valle Infernotto. Nel medioevo i monaci dissodavano le terre, creavano biblioteche e cultura; la loro venuta portava progresso spirituale e materiale. Oggi, nella realtà difficile delle Valli Occitane, i monaci possono di nuovo essere un faro di cultura e progresso. Come nel medioevo?
Sorprendono la crescita di Pra d Mill e il consolidarsi di altre singole esperienze monastiche a Marmora in val Maira e a San Bernardo di Verzuolo. Ci sono persone che mi chiedono di cominciare unesperienza eremitica nella zona. Ma se un tempo, nella ricerca di Dio, i monaci erano promozione umana, oggi la loro presenza è recupero di unumanità che è andata molto avanti da un punto di vista tecnico e scientifico, che molto ha puntato sulle esperienze più forti della sessualità e sullaffermazione sociale di se stessi, dimenticando i presupposti che fanno luomo libero e felice.
Esiste un rapporto tra il concetto cristiano delluniversalità della Chiesa e la difesa delle identità linguistiche e delle culture nel mondo?
Ogni popolo si riconosce nella sua cultura e la Chiesa cattolica valorizza e difende le identità culturali di etnie, gruppi e popoli, perché le considera patrimonio dellumanità. Questo vale per gli Indios dAmerica come per tutte le espressioni etniche dellAfrica. Oggi le Chiese locali sono molto attente a integrarsi nella cultura del luogo, addirittura nella visione teologica. Il nostro papa, parlando allONU nel 95, ha detto che "lumanità non è ancora capace di convivere con la diversità, la trova un pericolo mentre è unopportunità, una ricchezza". Una delle frasi più felici espresse a questo proposito dalla Chiesa italiana è nel documento "Partire dagli ultimi" che parla della "convivialità delle differenze". Ciò che esprimevo pocanzi a proposito della cultura occitana non è dunque negazione di un valore, quanto una valutazione di opportunità sul raccogliere o meno unespressione che sembra non interessare la maggioranza della gente. Se però la cultura occitana tornerà viva noi dovremo sposarla.
Per la sua esperienza in Pax Christi lei è a stretto contatto con molte situazioni di conflitto nel mondo: conflitti di popoli in cui spesso unetnia ne opprime unaltra. Non pensa che il riconoscimento mondiale dei diritti fondamentali di ogni etnia - diritto di usare la propria lingua, di praticare la propria cultura, di vivere e governarsi autonomamente sul proprio territorio - possa ridurre molte di queste occasioni di conflitto ed essere una garanzia di pace per lumanità?
Questo è un punto di vista, ma sta andando avanti una nuova visione dellordine mondiale, basata non più sul diritto sovrano degli stati bensì sui diritti della persona. Una visione che travalica il concetto di stato. Sono i principi espressi dalla Dichiarazione dei Diritti dellUomo, dalla Carta delle Nazioni Unite e difesi dai Tribunali internazionali che perseguono i crimini di guerra. Se va avanti questa cultura delluguaglianza di tutti gli uomini - e va avanti - il diritto delle persone e dei gruppi sarà sempre riconosciuto. In Italia abbiamo lesempio del lodo De Gasperi-Gruber per lAlto Adige, illuminante perché regge. Il rispetto delle diverse identità ha disinnescato lostilità e avviato una nuova convivenza...
... soprattutto ha sanato la discriminazione della popolazione di lingua tedesca, frutto di un atto di imperio: lannessione del Sud Tirolo allItalia per diritto di guerra...
... una popolazione non devessere talmente egemone da voler evidenziare soltanto la propria cultura. Una cosa è lautonomia, unaltra lindipendenza che spesso è deleteria poiché crea staterelli che, incapaci di reggersi economicamente, diventano conflittuali tra loro. Recentemente ho visitato la Macedonia, uno stato che fa fatica ad andare avanti con soli due milioni di abitanti. Il Kossovo indipendente non ce la farebbe... Anche la Croazia fa fatica ... La Slovenia un po meno perché dietro ha la Germania. Oggi il progetto di dividere i popoli è perdente perché lumanità va verso la cultura multietnica, e perché gli stati troppo piccoli da soli non reggono. Il mondo va verso il federalismo, verso le regioni federate. Un giusto equilibrio tra le istanze generali e le identità locali porta a forme di autonomia e il concetto che bisogna tener presente è il superamento del diritto degli stati verso laffermazione dei diritti umani è la convivialità delle differenze.
A cura di Fredo Valla