Per un’estòria religiosa de l’Occitània/31

Alle origini del monachesimo
San Martino e l’evangelizzazione delle Gallie

Dopo una lunga analisi sulla storia dell’eresia catara in Occitania, e alcuni accenni al periodo del Papato avignonese, vorrei qui trattare del monachesimo, movimento religioso determinante nella formazione socio–culturale dell’Europa medioevale, e delle più importanti abbazie in terra d’Oc.   I monasteri, almeno all’inizio del  medio evo, furono gli unici  luoghi ove la cultura era di casa e lo studio degli antichi testi praticato, qualche volta in aperto contrasto con la volontà della Chiesa. In questo modo si salvarono molti testi di antichi sapienti:  Aristotele, Platone, gli astronomi greci e persiani, più tardi i brillanti studiosi arabi. In alcune circostanze addirittura vi si praticarono forme varie di alchimia e,  anche se ciò fu comprensibilmente tenuto nascosto, di esoterismo. Tra i monaci vi furono sicuramente le più grandi figure di studiosi in ogni scienza allora conosciuta. Se consideriamo poi come  alcuni monasteri  divennero  veri e propri centri di  commerci, titolari di enormi possedimenti terrieri, si capisce facilmente il grande potere economico e sociale, oltre che spirituale, assunto dal monachesimo. 

L’inizio di questo importante fenomeno si può situare tra la fine del III e l’alba del IV secolo. Siamo sul finire del mondo antico, con l’inarrestabile crisi dell’Impero Romano, diviso  tra occidente ed oriente, troppo vasto e complesso ormai per essere governabile, in un periodo di grande spopolamento, di recessione economica e soprattutto di crisi sociale, con la relativa mancanza di nuovi valori. Al tutto si aggiunge il problema del continuo avvicendarsi, ai confini dell’impero, di nuove popolazioni di stirpe germanica, che daranno il via all’epoca delle grandi  migrazioni. La Chiesa era l’unica istituzione che possedeva una solida organizzazione, una gerarchia ed un culto diffuso. Dopo l’Editto di Milano del 313, con il quale l’imperatore Costantino concedeva la libertà di culto, la cristianità si diffuse in pratica ovunque in occidente, raggiungendo in poco tempo un alto numero di adepti:  si parla infatti di circa sette milioni di cristiani su una popolazione stimata di cinquanta milioni in tutto l’impero.

Ma in quei decenni prese sempre  più piede, in particolare nei paesi del medio oriente, un nuovo fenomeno, strano e non sempre comprensibile: alcuni cristiani cominciarono a ritirarsi nei deserti, riaffermando con ciò che il regno di Dio non era di questa terra,  e rivendicando per sé una più alta ricerca spirituale ed un disprezzo della mondanità e di tutto quanto ad essa legato. Lo stesso termine “monaco”,  in una delle sue interpretazioni etimologiche, riporta al concetto di solitudine e di autoricerca della vera fede. Nonostante nell’ottocento alcuni studiosi abbiano legato  l’origine del monachesimo all’ascetismo pagano  dei secoli precedenti, o addirittura a forme di sincretismo religioso  provenienti dall’oriente, le ultime teorie ci riportano invece direttamente ad un preciso influsso  della lettura dei testi biblici. Nell’Antico Testamento è infatti fondamentale la figura di Abramo ed il suo abbandono della terra patria, il deserto, come luogo di prova, di espiazione, di precarietà e di rinascita. I monaci cristiani erano per lo più persone semplici ed aliene da speculazioni filosofiche,  non elaborarono pertanto una propria idea di perfezione, ma si rifecero più che altro agli insegnamenti delle Sacre Scritture.

La patria riconosciuta del monachesimo furono l’Egitto e la Palestina, ove alla metà del IV secolo i monaci erano ormai migliaia,  organizzati nelle forme  più varie, dall’ascetismo estremo degli “stiliti”, persone che passavano la loro esistenza in cima ad una colonna, all’eremitismo, per arrivare a vere e proprie comunità preordinate, dalle quali derivò il termine “cenobiti”. A questo riguardo è opportuno ricordare come nella chiesa primitiva era d’uso la pratica della vita in comune, come testimoniato dagli Atti degli Apostoli.

Nel corso del IV  secolo il passaggio dall’eremitismo al cenobitismo, ovvero alla pratica di vita comune, è riassumibile nell’esperienza di Sant’Antonio Abate, uno dei più rappresentativi personaggi dell’iconografia  cristiana, in particolar modo nelle nostre cappelle.  Antonio, nato in una  famiglia cristiana attorno all’anno 250, in Egitto, si ritirò, spinto da spirito ascetico, nel deserto. La sua solitudine fu però di breve durata, e ben presto lo raggiunse un buon numero di discepoli, attratti dalla sua prorompente personalità. A differenza degli eremiti estremi, che solevano instaurare un rapporto esclusivo con Dio,  Antonio non rifiutò la vicinanza altrui, divenne anzi un vero e proprio maestro a cui fecero riferimento i suoi compagni e, nei periodi successivi,  molti altri monaci. Suo attento biografo fu, pochi anni dopo la sua morte, Atanasio che ne scrisse una dettagliata storia, subito tradotta in latino con il titolo di “Vita Antonini”.

Di poco successive furono le vicende di Pacomio e Basilio, entrambi diventati in seguito santi, e fu con quest’ultimo, attivo in Asia Minore, che vennero alla luce le prime forme di organizzazione formale, con lo stabilirsi di alcune regole  di vita in comune. Le antiche fonti ci parlano dettagliatamente della vita quotidiana di questi monaci. Gli aspiranti non erano per nulla incoraggiati, anzi erano sottoposti ad estenuanti periodi di prova, in condizioni durissime. Questo enorme movimento, nato nella parte orientale dell’impero,  condizionò in breve anche le coscienze più sensibili dell’occidente cristiano.

Al mondo occidentale, abbandonato a se stesso e in crisi, il monachesimo poteva presentarsi come una soluzione estremamente allettante. Anche da noi il monachesimo degli inizi non seguì regole prestabilite e si basò più che altro sull’esempio e l’iniziativa di alcuni personaggi di notevole carisma, figure che diventeranno in seguito i principali protagonisti dell’agiografia cristiana.  Fra i più eminenti fu sicuramente San Martino, vescovo a Tours nel 371, ex soldato romano, di solida formazione classica, noto soprattutto  per il suo grande spirito di carità (non stiamo qui a raccontare  nei dettagli il famoso episodio del mantello da lui diviso in due per aiutare un povero infreddolito). Martino fondò un monastero a Ligugè, vicino a Tours,  probabilmente il più antico in occidente, con lo scopo di facilitare e favorire l’evangelizzazione nelle Gallie, ove ancora sopravvivevano antichi culti pagani, ed iniziò quella che fu in seguito una delle attività principale dei monaci in alcune abbazie: la copiatura e la miniatura di antichi codici.    La “Vita di San Martino” composta da Sulpicio Severo fu forse il primo testo occidentale sulla vita e le opere di un santo, e si pone, in parallelo alla “Vita di Antonio”,  come stimolo ed esempio per tutta una futura generazione di monaci.  Lo stesso termine “cappella” che diventerà nei secoli successivi d’uso comune,   e fondamentale toponimo nella storia religiosa delle nostre valli,  sembra sia in relazione al luogo in cui doveva essere conservato il famoso mantello da lui diviso per spirito caritatevole.

Paolo Secco tlvsec@tin.it

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXX - n° 1 - janvier 2003 - N° 274