LETRES

Ancora sulla guerra: aberrante equiparare tutto

Non sono un lettore assiduo di “Ousitanio Vivo” e per questo motivo mi sento un po’ imbarazzato a intervenire nel dibattito che si è creato negli ultimi due numeri in seguito all’editoriale di Diego Anghilante, “Tra guerra santa e guerra preventiva” grazie alle lettere di Bertin, Pons e Dani.

Non posso però che condividere la posizione di Anghilante che considera la democrazia occidentale il modello politico “meno imperfetto” a nostra disposizione. Un modello da migliorare e da criticare, ma non da distruggere. E’ questo sicuramente il punto di partenza. Se la nostra visione del mondo è invece un’altra, è difficile allora giungere ad un compromesso.  Nessuno contesta le brutalità e le contraddizioni della Realpolitik degli Stati Uniti, un Paese dove comunque è possibile discutere e contestare gli errori e magari gli orrori di certe scelte passate o presenti. Ma questo non significa  considerare  la democrazia americana identica ai regimi dittatoriali o di fatto totalitari che esistono al mondo. O peggio, equiparare gli Stati Uniti alla Germania nazista, come invece ha fatto Odifreddi nell’ultimo numero di “Micromega”, suscitando perplessità nello stesso antiamericanissimo Noam Chomsky.

Sono d’accordo con Bertin quando dice che gli interventi militari occidentali degli ultimi anni hanno portato anche effetti positivi, insieme a quelli deleteri delle bombe più o meno intelligenti. Il Kuwait, il cui regime non è sicuramente da copiare, è stato liberato e i suoi abitanti hanno potuto riprendere una vita abbastanza normale. Sarajevo non è più minacciata dalle granate serbo-bosniache di Mladic e di Karadzic, anche se ovviamente parlare di una pacificazione della Bosnia-Erzegovina è ancora troppo presto. E’ meglio sicuramente vivere nella Belgrado di Kustunica che in quella di Milosevic. Nel Kosovo - di fatto sotto protettorato Onu - la vita non è sicuramente rosea, ma non ci sono più le stragi precedenti al 1999. E lo stesso Afghanistan di Karzai è un po’ meglio di quello dei talebani e non solo perché qualche donna ha avuto il coraggio di togliersi il burqa e la musica è riapparsa per il piacere delle telecamere della CNN.

E poi Israele. Nessuno nega la diaspora palestinese e le violenze dell’esercito sionista tra il 1947 e il 1949, come ha ben documentato lo storico israeliano Benny Morris. Ma Israele, nato grazie ad una risoluzione Onu che prevedeva la nascita di due Stati nei territori del Mandato britannico, è una democrazia. Una democrazia dove è possibile discutere, criticare e contestare. Dove il primo ministro Sharon viene zittito in tv se non rispetta la “par condicio” in campagna elettorale. Dove la Corte Suprema accetta la candidatura alla Knesset di politici arabo-israeliani dichiaratamente pro-intifada ma rifiuta quella del ministro della difesa Mofaz, perché non è passato abbastanza tempo dalle sue dimissioni da Tsahal, l’esercito israeliano. Un Paese di cui, però,  è rifiutata l’esistenza da gran parte del mondo arabo, il quale  non a caso si indigna se Al Jazeera mostra cartine mediorientali con i confini di Israele,  ma non trova discutibile la scelta della tv egiziana di realizzare una fiction dal famoso pamphlet antisemita “I protocolli dei Savi di Sion” o  quella di un quotidiano del Cairo di pubblicare un articolo sui sacrifici rituali di bambini compiuti dagli ebrei.

Nessuno nega il terribile dramma palestinese, ma allo stesso tempo non è legittimo giustificare e perdonare il terrorismo kamikaze di Jihad islamica, Hamas e Brigate dei Martiri di Al-Aqsa (emanazione di Al Fatah), presunti partigiani della causa palestinese. Ed è difficile difendere una leadership come quella di Arafat che ha di fatto sempre mostrato una faccia possibilista nelle sue dichiarazioni in inglese e contemporaneamente una faccia filo-terroristica nei vari elogi degli Shahid, i martiri kamikaze, nelle dichiarazioni in arabo. Come è possibile accettare che i siti ufficiali dell’ANP siano pieni zeppi di affermazioni tese a negare la Shoah e di links con i siti di Hamas, il cui leader spirituale, lo sceicco Yassin, annuncia la sparizione di Israele entro venticinque anni? Come è possibile non criticare la scelta palestinese di boicottare gli incontri di Camp David del luglio 2000?

Ho delle critiche durissime da fare nei riguardi della politica degli insediamenti israeliani e dell’occupazione dei Territori,  ma allo stesso tempo non posso tacere sulla gestione dittatoriale dell’ANP da parte di Arafat e dai suoi collaboratori la cui corruzione e ambiguità sono criticate dallo stesso mondo palestinese. Un regime che compie esecuzioni sommarie di presunti collaborazionisti nelle piazze delle città palestinesi e che porta avanti una propaganda continua nei riguardi dei  giovani e persino dei bambini palestinesi (cfr. “Repubblica”, 13-1-2003) spinti al sacrificio kamikaze anche con l’ausilio dei testi scolastici (finanziati dall’Unione Europea, suo malgrado…) e della tv palestinese. Come è possibile accettare i finanziamenti diretti al terrorismo kamikaze palestinese da parte dell’Iran dell’ayatollah Khamenei (cfr. la nave Karin A), il quale allo stesso tempo non esita a condannare a morte un docente universitario come Aghajari che prospetta per l’Islam una riforma simile  a quella protestante? Come è possibile accettare che Libano e Siria tollerino al confine di Israele le milizie di Hezbollah, ancora più minaccioso nonostante il ritiro di Barak dalla fascia di sicurezza nel maggio 2000?

Non sono un estimatore della Turchia, un Paese che nega dopo ottantotto anni il genocidio di un milione e mezzo di armeni e che ha perseguitato fino all’altro ieri i curdi. Ma quando mai ci si indigna per i ceceni? O per i cristiani del Sudan? O per i montagnards del Vietnam? O per gli uiguri della Cina? O per i gas lanciati sulla città curdo-irachena di Halabja da Saddam? O per gli sprechi scandalosi del regime iracheno che scarica tutte le colpe del malessere dei suoi cittadini sull’embargo occidentale e allo stesso tempo premia le famiglie dei kamikaze palestinesi con ingentissime somme di denaro?

Trovo aberrante – questo sì, non i ragionamenti di Diego Anghilante - equiparare tutto. Le violenze dei kamikaze di Hamas con la pur brutale politica di sicurezza del governo israeliano. Gli attentati alle Torre gemelle con l’intervento militare americano contro le basi di Al Qaeda. La pulizia etnica di Milosevic con gli interventi Nato nell’ex-Jugoslavia. La gasazione dei curdi iracheni o lo sterminio dei ceceni (cento-duecentomila morti) con la guerra del Golfo.

Non so se è una forma di antisemitismo strisciante confondere Israele con il suo governo, così come semplice antiamericanismo appiattire le scelte di Bush sugli Stati Uniti in genere. Non so nemmeno esattamente cosa pensare di un eventuale attacco occidentale all’Iraq. Ma è anche vero che il regime di Saddam è l’unico che ha aggredito quattro Stati vicini negli ultimi venti anni (Iran, Kuwait, Israele e Arabia Saudita). E che un mondo arabo “contagiato” dal virus della democrazia potrebbe rappresentare un miglioramento, soprattutto per chi ci abita e - per questo solo motivo - soffre enormemente.

Paolo Bogo, Cuneo


Ancora sulla guerra: tra Bush e Saddam “tertium non datur”?

Caro direttore,
William Pons e Andrea Dani non sono gli unici collaboratori di Ousitanio Vivo ad essere stati turbati dal tuo editoriale intitolato “Tra guerra santa e guerra preventiva”. Confesso anch’io di essere stato colpito negativamente da molti dei toni e dei contenuti Fallaci (con la F maiuscola) di quel fondo. Condivido in particolare le riflessioni che William ha espresso nella sua lettera pubblicata sul numero di Dicembre. Sono soprattutto alcuni elementi, nel merito e nel metodo, a non convincermi.  Li enuncio sinteticamente, cercando, per quanto è possibile, di non ripetere cose già efficacemente spiegate nelle altre lettere.

In primo luogo, mi sembra che la tua analisi risulti un po’ troppo semplice e semplicistica, tanto nelle premesse quanto nelle conclusioni, nonostante non manchino nella sua articolazione anche spunti e riflessioni originali e di sostanza. Emblematico l’inizio dell’articolo. Il terribile attentato del 12 ottobre a Bali, ad esempio, ti fa sostenere che la dottrina Bush è quella giusta e quindi il tipo di lotta “contro il terrorismo islamico”, inaugurato dalla guerra in Afghanistan, deve continuare e procedere in direzione dell’Iraq. Io credo che gli esiti incerti della campagna afghana e fatti come quello di Bali dovrebbero invece quanto meno far sorgere qualche dubbio al proposito e far ipotizzare altre strategie di lotta al terrorismo. Non ti pare?

Il secondo punto su cui non concordo con il tuo scritto risiede nella tua adesione a una visione del mondo ispirata al teorema dello scontro tra civiltà. Mi sembra troppo facile, troppo comodo, ma soprattutto poco saggio, soprattutto per chi come noi (dico bene?) ha a cuore la tutela e la promozione della differenza e della pluralità delle lingue, delle culture, delle identità.

Non mi ritrovo, di conseguenza, nell’impostazione manichea che sta alla base di questa concezione, per la quale, come sembra suggerire anche il titolo dell’editoriale, l’unica alternativa possibile è quella tra la guerra santa (?) che si fa chiamare Jihad e l’altra guerra santa (?) che si definisce “Preventiva”. E oltre a Bush o Saddam…“tertium non datur”.

Aut-aut di questo genere non sono accettabili. La complessità della situazione internazionale in generale e della realtà israelo-palestinese in particolare non può essere ridotta a “buoni/cattivi” e “chi non è con noi è contro di noi”. Mi spiego meglio. Cambiamo scenario e applichiamo questo “metodo” alla realtà italiana e alle questioni riferite da un lato al pluralismo linguistico e dall’altro a decentramento, autonomia e federalismo. E’ proprio vero che esistono solo il  dogma nazionalista e il mito padanista?

Marco Stolfo, Torino


Mettiamo insieme le nostre idee sulla montagna

Care amiche e cari amici,
Da tempo, con diverse persone stiamo meditando e discutendo nelle case o al bar del nostro spazio di vita, scelto o ereditato, che coincide con il territorio delle Valli valdesi e occitane. Molti di noi ci abitano da quando sono nati, altri hanno scelto questo spazio come loro residenza abituale o elettiva. Tutti abbiamo pensato la montagna: chi per piacere, chi per professione, chi per entrambe le cose. Difficilmente tuttavia abbiamo trovato un luogo dove mettere insieme le nostre idee ed elaborare il nostro stare in montagna, reale e ideale.

Per questo, abbiamo deciso, con gli amici di Paratge, (di cui vi allego lo Statuto) di proporre anche in valle Pellice l’apertura di una sezione di questo Laboratorio politico che già molte iniziative ha preso in difesa delle nostre valli. A me sembra che Paratge potrebbe diventare un’idea non solo da praticare localmente, ma un ideale, una proposta, un progetto, una rete di iniziative, una serie di “cestini” in cui mettere dentro molte cose in tutta libertà,  da proporre a tutta la montagna mediterranea, nel senso che, pur con contesti diversi, le prospettive di lettura delle realtà montane potrebbero essere le stesse. A questo proposito mi permetto di ricordare, lasciando i dettagli delle azioni concrete al nostro pensare comune, che tre sono infatti gli ambiti di azione di Paratge:

1) economico: mantenere le risorse della montagna (acqua, verde, aria pulita, patrimonio faunistico ecc.) alla montagna;

2) culturale: valorizzare le molte identità delle montagne, nel caso nostro l’occitana, la valdese, ma anche l’interculturalità di una lunga storia di frontiera e il “meticciato”  che per esempio ben esplicita la storia del Midi francese con le sue tante eresie e ondate di migrazioni plurisecolari fino ai nostri giorni;

3) politico: la montagna ha prodotto forme di gestione pubblica basate sull’autonomia e sulla valorizzazione dei soggetti (da re Cozio agli Escarton, dai Consigli dei capifamiglia al Parlamento valdese (Sinodo) che sarebbe interessante legare oggi alla ricerca che il filone di riscoperta del ruolo delle amministrazioni comunali detto “scuola territorialista” sta costruendo all’interno dei Social Forum (compreso quello di Porto Alegre in Brasile), nella convinzione che sia importante creare accanto alla democrazia rappresentativa anche altre forme di democrazia diretta.

Questi filoni potrebbero essere oggetto sia del nostro studio che del nostro - perché no? - intervento politico, ovviamente inteso in senso ampio e letterale, di interesse della nostra polis!

Per cominciare quindi l’invito è a partecipare a un incontro Sabato 22 febbraio presso l’Agriturismo Sibourg di Rorà  in valle Pellice, un’accogliente struttura dove poter serenamente confrontarci per capire se abbiamo desiderio, forza e intenzione di fare un pezzo di strada insieme sulle cose che ci interessano. L’inizio è previsto alle 10 con la presentazione di Paratge da parte di Mariano Allocco, pranzo presso il Castagneto e prosecuzione pomeridiana con una breve introduzione della sottoscritta sul “Bilancio Partecipativo”, lo strumento nato in Brasile, di cui tanto si discute per attuare la democrazia diretta in Italia  e in altri paesi europei e dell’America latina. La giornata si conclude con la cena e la musica di Sergio Berardo de “Lou Dalfin”, de “Lou Seriol”, cofondatori di Paratge. Ovviamente potete invitare chi secondo voi può essere interessato a questo discorso libero, creativo  e costruttivo. Siamo stufi di piangere sulla nostra emarginazione!

Bruna Peyrot, Torre Pellice


A quando una polizia occitana?

Premetto che sono occitano della Valle di S. Martino (germanasca sulle cartine geografiche) e mi scuso se mi esprimo in italiano ma, il mio idioma potrebbe risultare incomprensibile o per lo meno meno di caustica interpretazione. Ho letto gli articoli di Anghilante e Allocco pubblicati sul sito internet di Ousitanio Vivo (nr.7 del 24.7.2002) e sono sostanzialmente d’accordo: è vero che la legge del 1999 apre nuove prospettive ed è vero che occorre cominciare a fare “Politica”, è anche vero che le iniziative del Paratge, almeno dalle mie parti, non sono molto conosciute, in verità credo che ci sia una certa resistenza da parte di gruppi folcloristici locali che, credetemi pure, vedono le Valli solo come una buona scusa per tirare su qualche soldino, logico che se il fine è il denaro poco importa la falsificazione storica ecc.

Permettetemi però di essere propositivo anzichè polemico.

Oltre alle giuste considerazioni di carattere politico e non solo, una cosa che si potrebbe fare è iniziare a “spingere” per una normativa nazionale che rafforzi le peculiarità nelle minoranze e che anche possa accentuare la mobilità della Pubblica Amministra-zione nel senso che dovrebbe essere facilitato l’impiego degli occitani proprio in occitania recuperando così, e questo mi sembra il dato politico, la professionalità acquisita dagli occitani per l’occitania. In definitiva per far si che una legge trovi piena applicazione serve anche personale che sia in grado di operare per far si che questo avvenga e chi è più motivato a far funzionare le cose in occitania se non proprio gli occitani?

Volendo poi sognare a occhi aperti quando diciamo che la nostra vera ricchezza sono le nostre montagne, quindi l’ambiente che ci circonda, perchè non proporre la formazione di un corpo di polizia occitano proprio con il compito di preservare le valli dallo scempio che uomini d’affari senza scrupoli hanno posto in essere da tanto tempo? Questo non è certo un chiudersi a riccio, ma certe situazioni devono essere governate anche con una certa severità e chi più di un poliziotto occitano ha interesse a che le valli occitane siano preservate per le generazioni future?

Voi che cosa ne pensate e che cosa si sta facendo?

Paolo Breuza, Pomaretto


OUSITANIO VIVO - Anado XXX - n° 1 - janvier 2003 - N° 274