Quale politica per la montagna?
Dall’intervento al convegno nazionale dei DS su “la montagna da problema
a risorsa” (Torino, 7/12/02)
Se parliamo di montagna quali possono essere i parametri per individuarla? le quote altimetriche? le curve di livello? le pendenze dei crinali? tutto questo è legato al solo territorio.
Trovo funzionali ad una analisi politica le parole di Fernand Braudel quando dice che “la montagna è il rifugio delle libertà, delle democrazie, delle risorse importanti” anche se la montagna “respinge la grande storia, gli oneri come i benefici e i prodotti più perfetti della civiltà”.
Per la montagna va ricercata una definizione che ponga in evidenza le diverse stratificazioni storiche e le dinamiche economiche, sociali, politiche che fanno la differenza tra territori che hanno anche nei comportamenti umani e non solo nelle quote altimetriche, differenze e caratterizzazioni significative.
Queste ultime affermazioni spostano la centralità e la attenzione dal territorio all’uomo che lo abita, all’uomo e al bagaglio di valori che stanno alla base di ogni elaborazione e sono il punto di partenza di ogni percorso progettuale politico.
In un momento in cui interessi di vario tipo e provenienza hanno la prevalenza nell’agire e nella formazione di alleanze su tutti i piani, sono più che mai convinto che i “valori” debbano tornare nuovamente ad essere alla base di un progetto politico.
Da un lato le “Grandi Pianure”, i grandi numeri, tutti i numeri dove l’individuo si misura con le dinamiche legate alla “massa”, dall’altro le “Alte Terre”, con l’individualità che impone la realtà montana, ove il confronto è più spostato sul piano del territorio, ma che deve avere comunque una centralità di interessi basata sull’uomo.
Due realtà che raramente si sono incontrate su un piano paritario, ma che ora debbono prendere coscienza che la sopravvivenza dell’una e lo sviluppo indispensabile della seconda devono trovare sinergie progettuali comuni, zone di “cerniera” e non di confine intese come barriera.
L’incontro tra “Grandi Pianure” e “Alte Terre” deve ora basarsi su patti nuovi che sono indispensabili e funzionali alla nuova Europa.
Con l’inizio del terzo millennio molte cose stanno cambiando, culturalmente il postmoderno ci avvia verso un modello di pensiero debole, l’apertura di uno spazio politico europeo diluisce le tradizionali cesure di confine nazionale, la velocità telematica delle comunicazioni, associata alla velocità di circolazione della ricchezza che sempre più caratterizza la finanza globale, rendono obsoleto il concetto di marginalità spaziale.
Un modello di sviluppo industriale è in declino, anche il modello della concentrazione metropolitana della produzione e del lavoro da segni di cedimento produttivo e occupazionale, ma soprattutto mostra crepe vistose nella costruzione del significato.
È forse giunto il momento per una riflessione per la Regione Piemonte, breve perché i tempi non ci consentono attese. Ma alcuni accadimenti che stiamo vivendo sono funzionali ad una rilettura dei rapporti che fino ad oggi hanno caratterizzato il confronto montagna - pianura.
Proviamo a pensare un modello di riferimento regionale che non abbia più una struttura dove tutto converge dalla periferia al centro, dalle zone marginali ai capoluoghi, a Torino; proviamo a pensare invece a un modello di relazioni all’interno del “sistema Piemonte” organizzato a matrice.
Perché non si può pensare alla Regione come a un insieme costituito da tasselli che hanno pari dignità fra loro (Paratge appunto), diverso peso, diverse vocazioni, diverse anime, ma collocati in un disegno condiviso dal quale traspaia una maggior solidità d’insieme.
Se città metropolitana, capoluoghi di provincia, città, pianura, colline e montagne assieme condividono un’appartenenza e si riconoscono in un disegno progettuale, assieme allora possono concorrere a uno sviluppo che altrimenti non riesco a immaginare possibile. Non ci si salva da soli.
La frattura più netta e che va sanata per prima è tra la zona montana e il resto della regione e questa frattura corre paradossalmente lungo una zona pedemontana a densità abitativa relativamente alta e con una dinamica economica decisamente forte.
Questa fascia pedemontana può assumere una funzione di cerniera, di raccordo tra alte terre e pianura.
Questa è una sfida che chiama tutti ad un impegno nobile e tutt’altro che ingenuo, questa sfida passa attraverso una ridiscussione della gestione del potere, un diverso approccio allo sfruttamento delle risorse del territorio, una ridefinizione delle strategie a livello regionale, un coinvolgimento delle componenti tutte della società.
Nel ridiscutere la gestione del potere dobbiamo tenere presente che le strategie delle forze politiche e amministrative sono ancora orientate a un controllo elettoralistico dei territori e non a proporsi come guida di progetti di sviluppo.
È la gente della montagna che deve impegnarsi per creare i presupposti per pesare e contare in modo nuovo e diverso, cominciando col riscoprire l’importanza di fare politica all’interno dei circuiti delle forze politiche organizzate e in questo contesto le Valli Occitane vanno considerate area omogenea.
Perché allora non elaborare una proposta che permetta alle amministrazioni locali, Comunità Montane e Comuni, di attivare in modo formalmente sancito e riconosciuto la corretta concertazione e assumere la massa critica necessaria all’agire?
Perché non definire perimetri nuovi ai collegi elettorali che diano voce e rappresentatività alle montagne piemontesi?
Perché non lavorare sulla definizione di provincie montane?
Occorre sicuramente un approccio nuovo alla valorizzazione delle risorse del territorio, un patto nuovo col quale giungere a una convergenza di interessi tra due estremi: metropoli – villaggi delle Alte Terre.
Perché non impostare per l’acqua un progetto che punti alla valorizzazione idropotabile, irrigua, idroelettrica ed ambientale senza prevaricazioni nei confronti della montagna?
Sono convinto che questo non sia solo possibile, ma sia necessario nell’interesse collettivo.
Prima ho parlato di accadimenti che sono funzionali a questo disegno. Mi riferisco alla riscrittura dello statuto regionale, all’organizzazione dei prossimi giochi Olimpici e alla terribile congiuntura innescata dalla crisi della FIAT.
È il nuovo Statuto Regionale che deve recepire i tratti essenziali e strategici di un disegno di questo tipo e dare le linee guida per realizzare un “Sistema Piemonte” che si proietti verso l’unica dimensione possibile per la nostra regione: quella europea.
La grande complessità di un progetto di questo genere richiede però un apporto di conoscenze, imprenditorialità e volontà politiche coniugate tra loro non in semplice sommatoria. Occorre puntare ad una sinergia positiva.
Una cosa è certa, non può esistere un progetto per lo sviluppo montano che non sia parte integrante del progetto di sviluppo regionale. Occorre che se ne possa leggere l’esatta collocazione in un disegno di strategia generale. Un progetto per le montagne del Piemonte da solo non avrebbe mai i numeri per imporsi, perché la montagna è sinonimo di spazi debolmente abitati.
In queste montagne le Valli Occitane sono il ponte naturale verso le regioni di cultura Occitano – Catalana che sono il cuore dell’Arco Latino per omogeneità culturale, dalla lingua alla storia, ma anche per interessi economici sempre più evidenti.
Questo “spazio” ha una centralità spostata verso il Mediterraneo, una euroregione di questo tipo supera definitivamente il concetto burocratico di confine che corre sui crinali, sui fiumi e i litorali a dividere gli stati, le regioni e le provincie. E allora perché non cogliere le sinergie che possono venire al Piemonte da questi collegamenti forti e vivi?
Le Olimpiadi del 2006 possono poi essere un ottimo cantiere per collaudare e affinare nuovi modelli comportamentali. Torino da “città delle Alpi” facciamola diventare “città con le Alpi”.
Credo che tutti noi siamo coscienti che le Olimpiadi si svolgeranno in una Torino ben diversa e su montagne comunque diverse da quelle di oggi.
Anche per il Piemonte l’onphalos di Delfi non sarà più uno solo come ieri e come ancora oggi, ma i “poli” saranno tanti, diffusi, e saranno i centri di aggregazione o i nodi di una rete all’interno di uno spazio comune, centrato sui fatti del passato, sugli interessi di oggi e sui progetti per domani.
Mariano Allocco
OUSITANIO VIVO - Anado XXX - n° 1 - janvier 2003 - N° 274