Perché far semplice?
“Perché far semplice quando si può far complicato?”. Era questo il motto di una striscia fumettistica in auge alla televisione francese nei lontani anni sessanta.
Un motto che si adatta a meraviglia ad un modo di procedere burocratico che oggi pervade qualunque progetto di sviluppo che riguardi il territorio.
Siamo appena agli inizi di una stagione di finanziamenti che tornano ad investire in modo significativo le Valli Occitane, come altre parti del territorio regionale; “Progetti Leader”, “Progetti Interreg”, “P.I.A.”, “Docup”, “Legge 4”, “Progetti Speciali Integrati”, parole familiari ad amministratori locali, come a schiere di consulenti e professionisti, tutti alle prese con idee da tradurre in iniziative concrete e tempi molto ristretti per realizzarle; tutti alle prese con normative edilizie, leggi sugli appalti, autorizzazioni ambientali, ecc. che Stato e Regione in questi decenni sono andati a sovrapporre e a modificare, per non dire a ingarbugliare.
Tutto ciò trasforma qualunque progetto da un’idea di sviluppo in una scommessa procedurale, in cui si incrociano le dita per non incappare in una ditta sull’orlo del fallimento, o in un oppositore abile a muoversi nelle maglie della burocrazia.
In un simile contesto salta completamente la qualità del progetto e della sua realizzazione; l’importante è arrivare alla fine, chiudere la contabilità in tempo.
Il meccanismo che sta dietro a tutto ciò è, soprattutto a livello regionale e comunitario, un apparato burocratico di ingenti proporzioni, che, il più delle volte, conosce poco o nulla il territorio su cui i progetti vanno ad incidere e meno che mai conosce le dinamiche e le componenti sociali ed economiche che si riscontrano nelle aree marginali come le nostre; tuttavia ha delle teorie ben precise sui processi di sviluppo che bisogna mettere in piedi.
A ciò si aggiunga che ciascun progetto di area o di una certa rilevanza deve trovare il parere favorevole di funzionari appartenenti a servizi ed assessorati diversi, in cui ciascuno di questi deve portare la sua specificità e competenza, e in cui ciascun funzionario ritiene di conoscere bene la ricetta di cui il territorio abbisogna.
Ogni volta si ha la sensazione di essersi cacciati in un ginepraio, di aver avviato una corsa ad ostacoli dall’esito assai incerto.
La sensazione è molto netta alla lettura dei documenti di indirizzo che provengono dalla Commissione europea; lì è del tutto evidente che manca un indirizzo politico di fondo, che il potere è tutto nelle mani dei funzionari. Tuttavia la stessa impressione la si prova anche a livello regionale, dove pure un potere politico concreto e democraticamente eletto esiste, ma dove sembra non avere nessuna possibilità di incidere sugli apparati che, anno dopo anno, lui stesso ha costruito.
La stessa normativa sulle deleghe al territorio si è rivelata una tragica farsa, con competenze rognose e di dettaglio scaricate su Comuni e Comunità Monta-ne e competenze decisive nei processi di sviluppo e nell’erogazione dei finanziamenti saldamente in mano alla burocrazia regionale. Naturalmente nessun funzionario di basso, medio o alto livello si è schiodato dal suo posto di lavoro per andare ad espletare quelle poche deleghe scaricate sugli enti locali, fatta eccezione per alcuni apparati regionali a livello provinciale passati in blocco alle Province stesse.
Oggi “devolution” è una parola straniera in bocca a Bossi di cui poco si conosce in contenuto. Se verrà tradotta in legge e non affronterà il ruolo degli apparati burocratici regionali, ma anzi li appesantirà e darà loro più vigore e potere, ci sarà poco da stare allegri per le piccole realtà locali come le nostre.
Dino Matteodo
OUSITANIO VIVO - Anado XXX - n° 1 - janvier 2003 - N° 274