Per un’estòria religiosa de l’Occitània/30

Venes, pastres, pastreire
I Nouvè occitani nelle versioni de l’Argentiero e de La Chanal

Come risulta da fonti molto antiche, quali Plinio relativamente alla latinità e le varie tradizioni  druidiche per quanto riguarda la cultura celtica, il Natale fu celebrato già in tempi  remoti, ovviamente con denominazioni e significati differenti, ma connessi indiscutibilmente al solstizio d’inverno.  Era sicuramente una tradizione legata alla cultura  agro-pastorale,  presente in tutte le civiltà dell’occidente. Probabilmente già nell’antica Roma i pastori scendevano verso l’urbe per festeggiare l’evento con i loro strumenti musicali, sorta di pifferi e antenati delle odierne zampogne. Ma fu l’avvento del cristianesimo che diede inizio ad una nuova tradizione.

Come aveva fatto già in precedenza con altri preesistenti culti pagani, il cristianesimo sostituì  le feste sacre e le  devozioni precedenti con significati insiti nella propria cultura, ma non fece mai l’errore fatale di annullare del tutto i significati e le forme antiche, cosa che sarebbe stata sicuramente a lungo rifiutata. Creò invece le condizioni perché un vecchio culto a poco a poco venisse interpretato con la morale e i caratteri della nuova religione ormai predominante. Tutto ciò condusse alla conservazione nelle società pastorali di tradizioni che, immutate da secoli, si tramandano fino ai giorni nostri.

In Occitania fino a pochi anni fa c’erano esempi di feste natalizie di pastori, nelle Lande Guasconi o in Provenza, accompagnate dal suono di pifferi, cornamuse, galoubet e strumenti di tipo pastorale. Attorno al XII-XIII secolo nell’europa cristiana si sviluppa il culto Mariano, reminescenza sicura di  antichi culti, presenti ovunque nelle culture indoeuropee, della “Dea Madre” e della  “ Madre Terra”,  e di conseguenza assumono particolare importanza  tutte le rappresentazioni della natività. Se si vuol poi collocare l’inizio della tradizione del presepe nella stessa epoca, ad opera di San Francesco,  è facile immaginare come da allora la nostra vita di occidentali si sia riempita di simboli e rappresentazioni  di ogni genere relativi alla nascita di Gesù, con un susseguirsi di affreschi tanto in piloni, chiesette di campagna, cappelle, quanto in  cattedrali ed  in opere di grandissimo valore.

Da una parte c’erano le espressioni musicali popolari, legate inconsciamente al culto della dea madre,  evoluzione delle “feste dei folli” medioevali; dall’altra le rappresentazioni ufficiali della chiesa, sicuramente non popolari, che si esprimevano con il canto monodico e con il canto gregoriano. Per tutto il medioevo il canto religioso fu comunque riservato ai “professionisti”:  cori di monaci e monache, religiosi, canonici e anche laici, ma inseriti comunque nella cultura ufficiale della chiesa, che eseguivano il repertorio in latino,  con testi legati quasi sempre alla liturgia.  Dopo la Riforma si diffonde una nuova mentalità, l’esigenza di  tradurre in volgare i testi latini, in modo che fossero comprensibili da tutti. Lo stesso cattolicesimo, preoccupato per le ampie adesione alla Riforma,  cercò di recupere le lingue volgari e di inserire fra i suoi culti tradizioni della cultura popolare. Da pure rappresentazioni  tollerate o addirittura ignorate, le forme di religiosità popolare come i presepi, i drammi pastorali e la musica vengono integrati nella cultura ufficiale della chiesa.

Il volgare venne utilizzato nelle prediche, perché tutti potessero comprendere, ed in alcuni canti in occasioni non ufficiali, ma per la liturgia continuò ad essere dominante il latino. Non erano ancora i tempi!

E’ successivamente a questo periodo che in Occitania si svilupparono quelli che poi furono definiti “Nouvè”, ovvero quei canti che solevano accompagnare sacre rappresentazioni della natività. Non furono una esclusiva caratteristica occitana, in quanto ebbero successo in tutta la Francia del tempo, ma in terra d’Oc si conciliarono molto bene  con il profondo sentimento religioso della popolazione.

Fu come l’evolversi verso sentimenti religiosi della spiritualità  laica, predominante in Occitania. Il popolo vi partecipò con entusiasmo, ne fece propri i contenuti e le forme,  trasformandole in vere e proprie manifestazioni di religiosità popolare.

Uno dei compositori più celebri, sicuramente quello oggi più ricordato, fu Nicolas Saboly, nato in Provenza, maestro di cappella ad Aix, vissuto fra il 1614 ed il 1675, ottimo musicista e  buon conoscitore dell’animo popolare. Personaggio acculturato, addirittura geniale, sovente satirico nei confronti dell’ufficialità della chiesa, fu costretto a pubblicare le sue prime opere in forma anonima o con pseudonimo. I suoi Nouvè non hanno certo il carattere dei canti liturgici, descrivono anzi nei minimi particolari lo spirito dei poveri, dei non abbienti, esprimono la loro spiritualità, la religiosità insita nella vita di tutti i giorni, la durezza insomma della loro esistenza, mitigata qualche volta da (poche) occasioni di festa, come nel caso della nascita del “Buon Gesù”. A Saboly furono attribuiti ben settantacinque Nouvè, ma sicuramente alcuni non furono opera sua.

Nei secoli successivi la tradizione dei Nouvè sopravvive quasi esclusivamente in ambienti rurali, con l’esclusione di alcuni casi particolari, come Marsiglia e Avignone. Sono giunti sino a noi due Nouvè delle Alpi occitane: il “nouvè de l’Argentiero”, in valle Stura,  e quello “de la Chanal”  in val Varaita.  Presentano entrambi i caratteri tipici degli altri Nouvè d’Occitania: l’annuncio degli angeli ai pastori, la buona novella, un bambino nato in una stalla, al freddo e al gelo.  “I es vengù na gazeta / toutourà de nouvel / i es vengù n’ange dal siel / Dis que na vergineta / n’à fa n’enfan que teta /  i à pa ren de plu bel”: così recita il Nouvè de l’Argentiero. A Chianale,  invece, l’angelo si rivolge direttamente alle donne che filano, ma è evidente che Gesù è nato povero fra i poveri: “Venes, pastres, pastreire /  a far lo que vous dìou / venè barbo Matìou / venè barbo Jan Peire / i es na lou fii de Dìou”. I pastori ovviamente non accorrono a mani vuote, portano in dono ciò che hanno di più prezioso, formaggio buono, per un bimbo appena nato: “Pastours de l’Argentiero / caloun de l’àout en bas / pòrtoun fourmage gras / dedins la fourmagero / per far la prezentiero / aou boun Gesù  qu’es na”.

Il Nouvè de l’Argentiero venne alla luce nel 1930, a seguito di una ricerca compiuta negli archivi della parrocchia di Argentera dallo studioso A. M. Riberi, e pubblicata in “Miscellanea Cuneese…”. Non vi è traccia dell’origine del testo, ma dall’analisi delle forme e del testo non può che trattarsi  di un antico Nouvè occitano, simile per tipologia a tanti altri presenti nella cultura della Provenza. Analogo discorso si potrebbe fare per il Nouvè de la Chanal, trovato in una zona che fu influenzata più dalla chiesa di Briançon che da quella delle diocesi piemontesi; sicuramente ha subito meno l’influenza  dell’ufficialità ecclesiastica, nel momento in cui la chiesa decise di bandire i canti natalizi dalle funzioni religiose. Qui, in alta val Varaita, si è tramandata la tradizione del Nouvè sino alla fine del secolo scorso. Il testo è riportato in un “cahier” del 1817, ma  ne esistono comunque versioni differenti, che dimostrano peraltro l’origine da una comune fonte più antica, esempio di perfetto adeguamento di un opera colta alla cultura del popolo.

 

Paolo Secco tlvsec@tin.it

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 11 - dezembre 2002 - N° 273