Intervista al pastore valdese Giorgio Tourn
Guardare all’Europa e non a Torino

Giorgio Tourn è una delle figure di riferimento nel mondo valdese delle nostre valli. Nato a Rorà (val Pellice) nel 1930, laureato presso la facoltà teologica valdese di Roma, è stato pastore valdese a Massello dal 1955 al 1967, e in seguito ad Agape di Prali, a Pinerolo e a Torre Pellice. Ha diretto sino al pensionamento nel 2000 il Centro Culturale Valdese di Torre Pellice, col quale continua a collaborare. Ha pubblicato numerosi libri, tra cui una “Storia dei valdesi” e una “Storia dei protestanti”, della quale sta per uscire il secondo volume, nonché due romanzi storici sui valdesi del ‘600 e dell’800. Ha inoltre curato per conto della UTET la traduzione delle “Istituzioni” di Calvino. Iniziamo la nostra conversazione con un’analisi dell’attuale quadro internazionale, tra globalizzazione, terrorismo e minacce di guerra.

Il terrorismo è un fenomeno recente, che caratterizza il secondo ‘900. Lo stesso vale per il fondamentalismo. Potremmo quasi dire che quest’ultimo segna la fine dell’Illuminismo settecentesco, dell’idea che la ragione umana possa organizzare la vita sociale, che sia il criterio del comportamento dell’individuo, che la religione e la superstizione siano destinate a sparire. La seconda metà del ‘900 vede invece la rinascita del fenomeno religioso, e per di più in forma fondamentalista. L’Islam è la grande area culturale che incontra le maggiori difficoltà a inserirsi nel mondo moderno. Non so se si può davvero parlare di “scontro di civiltà”, ma è vero che l’Islam, almeno nella sua forma più tradizionale e ortodossa, ha enormi difficoltà a integrarsi nella società moderna. La cultura europea è il prodotto di venti secoli di storia, in cui abbiamo elaborato un sistema teorico di convivenza sociale fondato sullo Stato come realtà determinata dalla solidale adesione dei cittadini, all’interno della quale sussistono i valori individuali, compresi quelli religiosi. Questa invenzione si è espressa nella concezione democratica e parlamentare. Ma la cultura dell’Islam, che è giuridica prima ancora che spirituale, pretende di derivare tutti i principi da un testo normativo, dettato da un’assoluta trascendenza, e dunque non può accettare questo sistema. Può solo disgregarsi o disintegrarsi. Prendiamo la condizione della donna: il problema è se le donne sono cittadine oppure no. L’evoluzione non è dal burka alla minigonna, ma dalla donna senza diritti alla cittadina. Il problema non concerne solo l’Islam: la concezione occidentale dello Stato risulta estranea all’immensa popolazione cinese che vive ancora  nel quadro di una cultura imperiale che ha 4.000 anni di storia.

Rispetto alla decisa condanna cattolica della guerra qual è la posizione della Chiesa valdese?

La Chiesa valdese non ha un magistero come quello del Papa: il sistema decisionale  è  più strutturato e complesso e il Sinodo non si è pronunciato su questo tema; emerge però  a livello di opinione una forte perplessità sull’intervento militare, non solo dal punto di vista etico, ma anche da quello dell’efficacia politica.

Analoghe perplessità vi erano anche nel caso dell’Afghanistan?

Personalmente non ritengo che si debba pronunciare un giudizio totalmente negativo su quell’intervento, pur con una percentuale di aspetti negativi. Sono gli uomini a fare la guerra, non gli angeli. Se gli angeli dovessero organizzare un esercito farebbero una guerra “pulita”. Ma un intervento bellico è fatto dagli uomini. Il vero problema è di come quella società riuscirà a ricomporsi dopo venti anni di guerre.

Sempre a proposito di religioni: cosa ne dice della tesi di un’Occitania come spazio delle eresie europee? I catari, i valdesi, gli ugonotti...

È incontestabile che quest’area ha vissuto le grandi eresie medievali, così come ha trovato con la lingua d’oc una poetica originale come quella dei trovatori. Ma la motivazione è di ordine sociologico e ambientale: la nobiltà feudale del Nord era legata alla visione gerarchica e perciò cattolica; non così la borghesia mercantile, particolarmente forte nel sud della Francia e in Lombardia; la società comunale e cittadina è  perciò tendenzialmente catara o valdese. Mentre la memoria dei massacri nelle terre occitane è rimasta, i processi lenti e sistematici dell’Inquisizione hanno cancellato anche la memoria dell’eresia in Lombardia, dove agli inizi del XIII secolo il catarismo restava molto presente.

La religione calvinista, alla quale voi valdesi avete aderito nel ‘500, è stata spesso severa verso le usanze e il folclore popolari. Anche nelle nostre valli c’è stata quest’opera di “disciplinamento”?

Il disciplinamento dei costumi è un atteggiamento comune a tutte le Chiese cristiane dopo la Riforma. Da noi il controllo è stato maggiore che nel cattolicesimo perchè il folclore, che ha origini medievali, e perciò religiose come tutta quella cultura,  comportava rischi di inquinamento teologico e di superstizione. Ma non si tratta solo di una politica repressiva, dell’amputazione di un patrimonio e di tradizioni popolari, bensì di una sostituzione con un’altra dimensione, che è quella della cultura dell’Europa francofona: sostituire una dimensione di cultura locale, autoctona, con una dimensione internazionale. Il francese in questo senso non è solo stato la lingua del culto, ma l’accesso all’Europa. Mio nonno viveva come tutti nelle nostre vallate, parlava patuà ma usava il francese per leggere le Scritture. Mi rendo conto che su questa tema sono forse in polemica con certe posizioni occitane che valorizzano aspetti del folklore come elementi di identità.

Mi sembra di capire che secondo lei il patrimonio della cultura tradizionale non è poi così fondamentale per l’identità di un territorio.

Difficile rispondere. Se le dico no potrebbe significare: bando alla tradizioni, non facciamo più niente. Non penso che la courento sia una forma di arcaismo culturale, ma non credo che questi elementi di natura folkloristica siano costitutivi di un progetto identitario, e ci servano ad inserirci nell’Europa moderna. Per usare il linguaggio dei teologi: ci sono le realtà fondamentali e gli adiafora, le cose secondarie. La musica e le altre tradizioni sono degli adiafora, e lo è anche la lingua: se in un certo contesto sono importanti, vanno benissimo. Ma il nocciolo dell’identità è invece la responsabilità che come cittadini abbiamo nel gestire il nostro territorio.

Lei è nato e vive qui a Rorà. Ci racconti di un suo emerito compaesano, Giosuè Janavel.

Era un contadino relativamente benestante che al momento della crociata del 1655, quando i Savoia impongono l’abiura (un’azione di “pulizia religiosa”), si ribella e organizza una guerra partigiana. Costretto, insieme a tanti altri, a riparare a Ginevra, redige nel 1689 un breve trattato per guidare, sulla base della sua esperienza, la Glorieuse Rentrée. Ma quelle poche pagine sono il primo manuale di guerriglia, un classico.

A Rorà la gente è fiera di questo concittadino?

Lo era di più quando nell’identità valdese il dato religioso era più forte. Ora si è forse un po’ stemperato. Oggi un valdese è uno che vive in quest’area, che ha questa tradizione, che resta legato alla sua comunità, ma con minore impegno, meno coscienza d’identità. 

E com’è la vita a Rorà, oggi?

È ancora un comune abitato, ma l’unica attività in loco è sulle cave o nella copertura dei tetti. Tende cioè ad essere un dormitorio per gente che lavora altrove, con una vita comunitaria di sopravvivenza.

Com’è cambiata la valle Pellice in questi 50 anni?

È cambiata molto. La crisi dell’industria, la chiusura di una fabbrica importante come la Mazzonis, ha rappresentato il crollo. Quello che è la FIAT per Torino era la Mazzonis in valle: è entrata in crisi l’economia mista che abbinava il lavoro in fabbrica a quello dei campi ed è iniziato il pendolarismo. Poi in qualche modo si è ricostituito un tessuto economico, perchè la valle ha ancora una prospettiva, molto più di altre. Ha per esempio una certa ripresa in campo agricolo, nell’allevamento, nella castagnocultura, nelle produzioni locali, negli alpeggi.

E dal punto di vista culturale e sociale?

Vive il processo generale dell’area alpina: invecchiamento e riduzione della popolazione, difficoltà a trovare una classe politica locale: trovare sindaco e  assessori in un comune di 200 abitanti non è facile. Sono stato consigliere comunale ma oggi nella nuova normativa comunale  il Consiglio non decide di nulla, orienta solo la politica generale, ma chi la fa è il sindaco e la giunta. Fino a che questi saranno locali può ancora andare, ma cosa succederà con le persone che provengono da fuori?

Si discute molto, anche sul nostro giornale, del rapporto tra identità valdese e identità occitana. Qual è secondo lei la corretta impostazione della questione?

Non bisogna creare polemiche inutili. Il problema è che cosa intendiamo per identità occitana e che cosa intendiamo proporre partendo da questa identità. Se si tratta di un’area di cultura montana, con le sue connotazioni linguistiche e folkloriche, non c’è nessuna difficoltà a riconoscere che le valli valdesi rientrano nell’area occitana, sia pure con la specificità dell’uso della lingua francese.

E l’altra definizione?

Se invece si intende un progetto forte che tenda ad un’idea politica di “autonomia statuale”, allora nascono le riserve, perchè a mio avviso non si costruisce un’entità statuale su un’identità folklorica. La critica all’occitanismo nasce proprio da questo utilizzo forzato di un patrimonio linguistico. Ipotizziamo che nessuno parli più occitano: il problema del territorio resterebbe lo stesso. Chi ci vivrà? E come? Quando anche i parlanti l’occitano dovessero ulteriormente diminuire, gli abitanti resterebbero occitani, perché la cultura è più grande della lingua, perché vivono in un’area occitana. Qua in Italia, a differenza che in Francia, l’identità locale deve sempre essere fortissima: qualsiasi cosa ma non come gli altri! Questi sono i termini del problema. Forse che i valdesi non sono veri occitani perché parlano il francese? Perqué se tu parle carcozo ëd pi que toun patuà, se-tu pâ ousitan?

Se ho ben capito quello che rifiuta è il passaggio da un patrimonio culturale e linguistico ad una rivendicazione autonomistica.

Il problema è di non lasciarsi fregare dal termine “autonomia”, che innesca dei meccanismi di contrapposizione. Nell’Europa di domani dovremo trovare il modo di gestire le Alpi, e questo vale qui come nel Delfinato o a Innsbruck, mentre non c’è nessun rapporto tra la valle Maira e Torino, o tra la val d’Ossola e la pianura cuneese. Le pianure hanno i loro problemi, e così le città. Noi in montagna abbiamo i nostri, anche solo quello di togliere la neve sulle strade comunali. Bisogna ridisegnare il territorio, creare delle regioni montane. Oggi gli strumenti giuridici e amministrativi per dare voce alle esigenze di identità non sono più né lo stato nazionale né la frammentazione locale.

Insomma il criterio fondamentale che rende omogeneo un territorio è quello economico...

Direi di sì.

Eppure da questo punto di vista si parla molto in questi anni del legame tra identità etnica e sviluppo economico: proprio quando un territorio prende coscienza della sua specificità scattano anche dei meccanismi di sviluppo. Lo si vede in Galles, in Catalogna...

Ma la Catalogna ha una storia! Quelli hanno tenuto testa ai re spagnoli, a Napoleone. Nessuna regione italiana ha questa unità storica. Il nostro territorio potrà rinascere solo in un quadro molto più ampio, che è quello dell’area alpina. Dovete lasciar perdere la Catalogna e mettervi in relazione con la Savoia, che non parla occitano ma ha i nostri stessi problemi. Noi non abbiamo dietro un cantone svizzero o Barcellona, ma la Regione Piemonte e Torino, alla quale la montagna importa poco. Dobbiamo trovare (o creare?) dei politici in grado di guardare all’Europa e non a Torino.

L’ultima domanda: quale futuro per le nostre valli?

Non saprei... I fenomeni sono talmente vasti, e i processi oramai così rapidi... Il problema sarà economico. Non possiamo ridurci a semplici guardiani di un parco montano. Non è redditizio ed è impoverente dal punto di vista culturale. Gli impianti sciistici hanno prospettive? La gente va ancora a sciare? Ci saranno le Olimpiadi, ma non saprei dire quale sarà il loro impatto su quest’area e non credo che serviranno al suo rilancio economico, perchè non credo che la nostra salvezza sia in uno sviluppo esclusivamente turistico. Occorre una forma di integrazione economica, con aziende nel fondo valle. Dobbiamo pensare al futuro ma  non vincolarci su tempi lunghi e su strutture rigide, perché le tendenze cambiano con troppa rapidità. Occorrono progetti  adattabili, elastici. E dobbiamo combinare le sensibilità locali e le tecniche di competenti esterni: i locali hanno esperienza ma non sufficiente inventiva, i tecnici ne hanno a volte troppa, tendono a far calare i progetti dall’alto. Ci vuole una mediazione tra i due livelli: gente di fuori che impara a pensare in termini locali. Insomma c’è da fare per una generazione che voglia impegnarsi.

a cura di Diego Anghilante


OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 11 - dezembre 2002 - N° 273