Luciano Caveri
L’EUROPA E LA MONTAGNA
ed. Tararà, 2001,
€ 12,00

Sembrerà forse una banale considerazione geopolitica, ma almeno a partire dalla nascita dell’Unione Europea le Alpi non sono (o non dovrebbero essere) più zone marginali e di confine di nazioni come l’Italia, la Francia, la Germania, l’Austria, la Slovenia. La catena montuosa alpina è infatti al centro territoriale dell’Europa, cerniera anziché barriera tra le sue regioni settentrionali e quelle mediterranee, come prime fra tutte l’Italia. Ma non solo le Alpi svolgono un ruolo centrale nella geografia, comunicazione, economia, cultura e quindi politica europea. Il territorio montano in genere (individuato principalmente attraverso fattori stabiliti di altitudine e/o pendenza: superiori a 600-800 metri e 20%) costituisce più del 30% della superficie dell’Unione Europea, addirittura oltre il 50% in alcuni dei suoi principali Stati membri: Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Austria.

Eppure meno del 10% della popolazione europea vive in zone montane, e le risorse statali ad esse destinate raggiungono percentuali ancora più irrisorie. Non si tratta certo di un mero calcolo proporzionale, perché neppure una rigida proporzione, peraltro ben lungi dall’essere raggiunta, fra i servizi o i finanziamenti ricevuti dallo Stato centrale (o comunque localizzato altrove) e il numero di abitanti di zone di montagna, per non parlare della superficie montana abitabile, sarebbe sufficiente a ripagare il contributo essenziale della montagna alle attività e alla sussistenza stessa della pianura e degli insediamenti cittadini.

Si pensi infatti alla imprescindibilità delle risorse idriche innanzitutto, esclusivamente di origine montana. Ma anche ai vitali spazi di mitigazione degli squilibri ecologici causati dalle pianure tecnologizzate. Senza contare le possibilità di rigenerazione del corpo e dello spirito dell’uomo propria agli ambienti montani, la conservazione di culture tradizionali e di varietà artigianali, agricole e naturali di alta specificità e qualità, altrove scomparse.

Un’occasione di riflessione sul territorio montano quale risorsa non solo naturale, ma umana, economica, politica e culturale futura per l’Europa, ma non solo, è data dal documentato e intelligente volume dell’eurodeputato valdostano Luciano Caveri, L’Europa e la montagna, con prefazione di Romano Prodi.

Nella ricorrenza per l’anno 2002 della sua designazione da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ad Anno Internazionale delle Montagne, il volume fa innanzitutto il punto su legislazioni, dichiarazioni e dibattiti in ambito europeo e anche mondiale relativamente alle politiche sulla montagna, al suo ruolo e sviluppo, ricorrendo utilmente ad ampi stralci di documenti relativi. In particolare, fra i molti, ricordiamo la Carta mondiale delle regioni di montagna, redatta nel giugno 2000 a Chambéry, durante il Forum de la Montagne, dalla ivi costituenda Associazione mondiale delle popolazioni di montagna. Oppure la Carta dei valori delle montagne, stilata dall’alpinista e montanaro sudtirolese e, da ultimo, anch’egli eurodeputato Reinhold Messner, che richiama il presupposto della «presenza di una popolazione locale stabile» per la salvaguardia e lo sviluppo delle aree di montagna e l’affermazione dei valori ad esse pressoché esclusivi: «la funzione di riserve d’acqua e di energia idrica, le loro caratteristiche in quanto ecosistemi, aree di biodiversità, luoghi di riposo, di quiete e di recupero delle energie fisiche, i loro spazi aperti alla fantasia, ricchi di identità proprie e culturalmente diversificate, e infine le loro risorse agricole».

Tuttavia l’aspetto più interessante del libro di Luciano Caveri sta nel riuscire intelligentemente a mostrare come due esigenze solo apparentemente contraddittorie della montagna e delle sue residue popolazioni stiano (e debbano stare) fecondamente assieme. Sia quella del riconoscimento alle popolazioni montane del diritto a decidere autonomamente e responsabilmente della gestione del territorio in cui esse vivono, secondo una politica federalista e inter-nazionalista (avrebbe detto François Fontan), nonché secondo le migliori tradizioni montane, di tipo comunitario. Sia l’esigenza di non isolarsi, anzi la vocazione della montagna a coniugare la propria peculiarità e differenza con l’apertura ad altre differenze: culturali, religiose, politiche, naturali.

Ma prima ancora di capire radicalmente questa felice armonia montana, fatta di unità e differenza, singolarità e dialogo, incarnazione ed elevazione, frutto della spiritualità propria alle sue popolazioni, occorrerà innanzitutto riconoscere come per salvare le città e le pianure occorra salvare dapprima le montagne — e a salvare le montagne possano essere solamente le popolazioni che in esse vivono.

Francesco Tomatis


 

Bernardo Conte
PICCOLO DIZIONARIO DELLA LINGUA OCCITANA DI CELLE MACRA
ed. Primalpe, 2002,
€ 8,00

È uscito, nella collana i “Quaderni” di Primalpe, un interessante vocabolarietto italiano-occitano, ad opera di Bernardo Conte. L’autore, originario di Celle Macra, in val Maira, ha realizzato un’operetta curiosa e utile, di consultazione, ma anche di testimonianza sulla parlata della ruaa Quiot del suo paese natio. Volendo far risaltare in modo preciso la pronuncia delle parole della parlata locale, in un’opera non di dialettologia, ha optato, coerentemente, per l’utilizzazione della grafia detta dell’ “Escolo doou Po”, di tipo fonematico, piuttosto che ricorrere a quella mistraliana o a quella classica o a quella, veramente ostica, dell’APhI. L’intento era buono, ma, essendo questa grafia alquanto complicata, checché ne pensino molti (tutti?), il risultato è stato pessimo. Alcuni errori di trascrizione divertenti come nel caso di a quest, a questa (questo, questa), che, in qualsiasi grafia si scrivono aquest, aquesta, o di les per l’es (= al es, aferetico), pur non inficiando la comprensione del testo, sono rivelatori di come l’opera soffra assolutamente della mancanza di una supervisone scientifica. Ma è soprattutto per quanto riguarda la fonematicità della grafia utilizzata, che l’opera di Conte si fa pericolosa. Forme come il mio, la mia, famiglia nella zona realizzate con lou miiou, la miia, famiha, sono state rese con lou minhou, la minha, faminha che, secondo la grafia usata, le cui regole sono riportate nelle prime pagine, si devono leggere: lu mignu, la migna, famigna (grafia italiana).

Inoltre non risulta l’uso dei grafemi [ts] e [dz] per segnalare fonemi fortemente caratteristici della parlata di Celle Macra: chan al posto di tsan, chat al posto di tsat, jalina per dzalina, e, ancora, guieza (da leggersi [ghiesa] –grafia italiana–) invece di guìedza. E questi sono solo alcuni esempi!

Queste pecche, che non sono tanto da imputarsi a una colpevole faciloneria dell’autore, il quale né è, né vuole farsi passare per un linguista o uno specialista, avrebbero forse potuto essere evitate ricorrendo all’aiuto di studiosi che da anni, nelle Valli, si occupano dell’applicazione di tale grafia alle varie parlate locali. Come non pensare di rivolgersi a personaggi arcinoti e estremamente capaci come l’avvocato Boschero o altri competenti in materia? La loro supervisione avrebbe scongiurato il pericolo che, di qui a qualche anno, qualche sprovveduto accademicotto, assolutamente ignaro di lingua e dialetti d’oc, prenda per buone certe pronunce riportate nell’opera del Conte. Scripta manent et iis facultas datur falsum alicuius rei testimonium dare! Vai a spiegare, poi, che si è trattato di “falsa testimonianza” dovuta ad imperitia scribendi!

Luca Quaglia


OSTANA PIETRA SU PIETRA
Quaderno n. 6 del Civico Museo Etnografico “Ostana Alta Valle Po”, 2002

L’Associazione “Reneis” presenta un nuovo fascicolo di ricerca e studi sulle tradizioni di Ostana.

Si chiude con questo numero la descrizione particolareggiata del territorio: il capitolo è dedicato al capoluogo, La Villo, con i nuclei limitrofi di San Bernart e I Martin, comprese le meire. Suggestivi i toponimi che a volte si aprono a storie ed episodi di vita. è il caso della Barmo de Jan Do, dove “Pinoutin ar l’anavo en pasturo a le vache. Ar l’avio de perouzine, de vachette rousse, pechitte...”, o di Rocho dal Soudanour “piato coumo la tero”, o di Barmaçe, dove “en viage la lhi venio tonti da qui narchisi”. Il capitolo “La scuola ad Ostana” è corredato di fotografie d’epoca, tabelle sulla poplazione scolastica dal 1949 (64 alunni) al 1972 (3 alunni soltanto), e ricordi degli scolari di un tempo, trascritti nel dialetto occitano locale con traduzione in italiano. In chiusura la prima parte di “Mulini e mugnai a Ostana”, con carte, grafici e riproduzioni di vecchi documenti.

f.v.


Lele Viola
PELLEGRINO A PEDALI, viaggio a Santiago di un uomo di poca fede
ed. Primalpe, 2002

Gli occitanisti d’antan ricorderanno Lele Viola musicista occitano con Dario Anghilante e protagonista di una coraggiosa esperienza di vita rurale con la famiglia nella media valle Stura. L’autore, ora approdato dalle parti di Cervasca senza bagaglio di pecore e capre, racconta con prosa evocativa un viaggio in bicicletta a Santiago di Compostela. Narra le tappe, gli incontri, i luoghi visitati, l’ospitalità generosa di persone sconosciute, le riflessioni sul vivere maturate nel corso della lunga pedalata dalle Valli Occitane alla Galizia. Il libro da capezzale, da leggere in treno o sotto un albero, alterna pagine divertenti e spigliate, come pedalate in pianura, ad altre che procurano intense emozioni. Non mancano i riferimenti alla lingua e ai luoghi occitani nei capitoli “Gardarem lou Larzac” e “Albi la rossa”.         

f.v.

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 09- outoubre 2002 - N° 271