Tra guerra santa e guerra preventiva
Il terribile attentato del 12 ottobre a Bali, costato la vita a centinaia di innocenti, dimostra che le strutture della rete terroristica internazionale sono ancora forti e operative. A questo punto ha poca importanza se Bin Laden è vivo o se è stato sostituito da nuovi personaggi. Quello che importa capire è che la lotta scatenata dagli USA e dai loro alleati occidentali contro il terrorismo islamico dopo l’attentato dell’11 settembre, pur avendo raggiunto alcuni obiettivi con lo smantellamento del regime taleban in Afghanistan, è appena iniziata. Nelle dichiarazioni del presidente Bush all’indomani di quell’attentato era ribadito il concetto di una guerra lunga e senza quartiere.
Nessun uomo di stato però, neppure Bush e i “falchi” che lo consigliano, può credere che questa guerra si combatta e si vinca soltanto sul piano militare. Essa deve essere anche militare. Ma è indispensabile intervenire sugli squilibri dell’economia mondiale e sulle evidenti ingiustizie provocate dalla divisione globale del lavoro e dei mercati. Su questo piano, come conferma il recente vertice di Johannesburg, le maggiori potenze industriali – ma anche i paesi in crescita come la Cina, l’India o il Brasile – non stanno facendo tutto il necessario. Tuttavia quanti tendono a spiegare il terrorismo di matrice islamica come esclusiva conseguenza delle ingiustizie del mondo dimostrano di non comprendere assolutamente la natura ideologica e religiosa di questo fenomeno, l’odio profondo e l’intolleranza che alimentano la Guerra Santa, il sogno di un califfato universale da imporre agli “infedeli”.
Tramontato l’Afghanistan dei taleban, tra quanti continuano a finanziare, a fornire basi e strutture logistiche alla rete internazionale del terrore vengono indicati paesi come l’Iran, l’Iraq, lo Yemen, la Siria, la stessa Arabia Saudita e il Libano. Proprio in quest’ultimo stato, che è un semplice protettorato della Siria (a proposito: possibile che nessun “pacifista” si ricordi mai della tragedia dei cristiani maroniti?), pare che un ponte aereo attraverso l’Iran e l’Iraq abbia sbarcato gruppi di Al Qaeda in fuga dall’Afghanistan.
In tutti questi paesi, retti da feroci dittature militari o da teocrazie che applicano la legge coranica, i più elementari diritti dell’uomo (e soprattutto della donna) vengono calpestati, mentre i guadagni garantiti dai giacimenti petroliferi permettono ad una ristretta casta di sceicchi e di tiranni di accumulare enormi ricchezze, scialacquate poi in beni voluttuari o, peggio, in armamenti. Le masse di diseredati e di poveri che manifestano per le piazze del Medio Oriente dovrebbero prendersela, più che con la globalizzazione imposta dall’Ameri-ca, con l’iniqua distribuzione interna della ricchezza.
Solo degli strabici, o dei malati di anti-americanismo congenito, possono puntare il dito sul bambino denutrito ostentato dalla televisione irachena e non vedere le immense fortune spese da Saddam per il fasto dei suoi palazzi e dei suoi monumenti, oltre che per i programmi di riarmo, a qualsiasi tipo di armamento siano destinati.
L’urgenza con la quale gli USA reclamano un intervento contro l’Iraq di Saddam Hussein si spiega con la volontà di proseguire la guerra contro il terrorismo su scala mondiale, evitando di aspettare più o meno passivamente stragi come quella delle Torri Gemelle o di Bali, magari rese ancora più devastanti dall’uso di quelle armi non convenzionali al cui possesso parecchi di questi regimi dedicano sforzi evidenti.
Un’altra ragione per sollecitare un cambiamento di regime in quell’area è fornita dai documenti pubblici che comprovano i “premi” attribuiti da Saddam alle famiglie dei “martiri” palestinesi che si sono fatti esplodere allo scopo di ammazzare il maggior numero di ebrei. Al di là del giudizio che si può dare sull’attuale situazione in Israele, nessuno può ignorare, per prima cosa, che Israele è l’unica democrazia in tutta l’area del Medio Oriente: una democrazia vera, con elezioni aperte a partiti (ebrei e arabi) di tutte le tendenze, totale libertà di stampa e di parola, diritti civili e un sistema giudiziario garantista. Così come nessuno può ignorare che la forma di terrorismo che questa piccola democrazia si trova a fronteggiare è la più devastante e nichilista mai messa in atto nella storia moderna. Quale società civile non franerebbe sotto questo impatto? È dunque tollerabile che uno stato, rappresentato nel consesso dell’ONU, finanzi simili stragi di innocenti? È probabile che in questa macabra forma di contribuzione l’Iraq sia in buona compagnia dell’Iran, della Siria e dell’Arabia Saudita, ma questo non costituisce un argomento a sua discolpa.
Il rovesciamento del regime di Saddam non solo costituirebbe un esempio per altri “stati canaglia” e dimostrerebbe ai terroristi che non c’è per loro un sicuro rifugio, ma libererebbe il popolo iracheno da un incubo per il quale ora è costretto a manifestare il suo giubilo. Forse, sulle ceneri della dittatura del clan Hussein, potrebbe nascere la prima vera democrazia araba della storia moderna, mentre i curdi che abitano il nord del paese avrebbero l’occasione di ottenere, se non l’indipendenza, almeno una forte autonomia. Probabilmente è proprio per quest’ultima ragione che i paesi dell’area, Turchia in testa, frenano l’intervento anglo-americano. Tutti temono l’effetto domino delle etnie oppresse, e il rischio di dover ridisegnare i confini posticci tracciati dai colonialisti europei all’inizio del ‘900.
Per quanto riguarda invece Cina, Francia e Russia, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è evidente che nella loro opposizione all’intervento USA c’è ben poco di etico. La Cina si preoccupa solamente di sdoganare il proprio regime totalitario e oppressivo, mentre gli altri due paesi stanno contrattando condizioni favorevoli per il dopo Saddam nella gestione della ricostruzione e delle risorse petrolifere, della quale invece le multinazionali anglo-americane vorrebbero l’esclusiva. Queste, piaccia o meno, sono le regole della diplomazia internazionale: un intreccio di cinici calcoli e di enormi interessi economici attraverso i quali, o nonostante i quali, tende ugualmente a farsi strada una ricerca di libertà e di autodeterminazione delle etnie, oltre che una estensione dei diritti naturali dell’uomo a tutti i popoli.
Tuttavia occorre riflettere sulle obiezioni, avanzate per esempio da Alberto Ronchey sul Corriere della Sera del 3 ottobre, riguardanti le conseguenze insite nel concetto di “guerra preventiva”. Esiste in sostanza il pericolo che l’azione unilaterale degli americani diventi il precedente e la giustificazione di future aggressioni da parte di grandi potenze. “Che succede, scrive Ronchey, se dopo la guerra contro l’Iraq di Saddam risulta non meno pericoloso l’Iran, con una popolazione tripla rispetto a quella irachena e forse più vicino alla «soglia nucleare», oltreché retrovia non secondaria del terrorismo islamico? E che succede se mentre la superpotenza è impegnata nell’insidioso e inesplorato labirinto mediorientale il governo di Pechino si procura un incidente nello stretto di Taiwan, per punire «l’isola dei rinnegati»? Zhu Rongji avvertiva il 29 settembre: «Senza l’ONU, la guerra con l’Iraq avrebbe conseguenze incalcolabili»”.
Dall’altra parte resta vero che una guerra efficiente contro un terrorismo agile e inafferrabile, capace di utilizzare le tecnologie informatiche più sofisticate e ospitato da stati conniventi, difficilmente potrà sottostare ai complessi meccanismi dell’O-NU, alle sue lentezze burocratiche e, ciò che è peggio, alle risoluzioni di un’Assemblea sovente ostaggio di cartelli composti da stati illiberali e oltranzisti.
Questi appaiono i termini del dibattito sull’opportunità di un intervento contro l’Iraq. Ma rispetto ad essi il generico richiamo alla pace rischia di risultare poco credibile. La pace non è un valore astratto e avulso dal contesto storico-politico, bensì un bene, il massimo dei beni, da difendere, anche con le armi, contro i tiranni e i malvagi che, periodicamente, si impadroniscono di governi e di popoli. Anche alla fine degli anni ’30 l’Europa e l’America erano attraversati da cortei di pacifisti, e questo mentre Hitler aveva già occupato l’Austria e i Sudeti, e già andava pianificando la “soluzione finale”. “Abbiamo salvato la pace in Europa”, dichiarò Chamberlain il 30 settembre 1938 dopo gli accordi con Hitler.
Il fatto che, dopo il realismo e il senso di responsabilità dimostrato dai governi Prodi e D’Alema, una grande componente della sinistra italiana torni a condividere tale pacifismo a senso unico è un grave segnale. Questa ricaduta su posizione massimaliste ed estremiste è apparsa evidente non solo nell’opposizione tout court alla guerra contro l’Iraq, ma addirittura col voto contrario all’invio degli alpini in Afghanistan e quindi al rispetto degli impegni presi dall’Italia di fronte alla comunità internazionale. Una simile sinistra si condanna da sola ad un ruolo di opposizione minoritaria, irresponsabile e incapace per lungo tempo di attrarre la maggioranza dell’elettorato. E questo nonostante la destra, oltre a persistere nel cronico conflitto di interessi del suo leader, dia evidenti segni di difficoltà proprio nel campo dell’economia, quello nel quale tanti, forse anche tra coloro che non l’avevano votato, si attendevano che il presidente-piazzista potesse raggiungere qualche risultato.
Diego Anghilante
OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 09- outoubre 2002 - N° 271