Intervista a Livio Quaranta, Presidente della
Comunità Montana Valle Stura
Estendere “a valle” la coscienza
occitana
Livio Quaranta, di Gaiola, impegnato nelle amministrazioni locali sin dal 1973, è presidente della Comunità Montana Valle Stura dal lontano 1980. Dal 1975 al 1991 è stato aderente del Partito Comunista, “e poi basta, cittadino”.
Livio, 22 anni come presidente di C.M. non sono un po’ troppi?
Sono abbastanza, ma non farmi fare la parte di quello che proclama: adesso è il momento di... C’è un fanciullino in ognuno di noi, che probabilmente in me prevale. Quindi non mi sento né superato né vecchio, anzi.
Ma questa lunga permanenza ai vertici della tua C.M. non può avere rappresentato un ostacolo alla crescita di nuovi amministratori?
Forse non è una domanda da fare a me. Ma io non ho mai “tappato” nessuno. Non mi sono mai candidato al di là della mia valle. Non ho mai avuto ambizioni diverse.
Iniziamo da un argomento di stretta attualità: la festa rave al colle della Maddalena.
15-18.000 persone hanno fatto una festa rave lassù, con tutte le non regole del caso: l’improvvisazione, il casino, la sporcizia... Sotto il profilo prettamente ambientale è stato un attentato: quella è una zona molto fragile, un ecosistema da salvaguardare al massimo, a iniziare dal lago e dalla sua scarsa alimentazione. Per quanto riguarda la collaborazione tra i due stati, il fatto che i francesi li abbiano spinti verso di noi rientra nel loro solito atteggiamento presuntuoso. Per il resto ritengo che ci sia il diritto di riunirsi e di utilizzare la musica senza dovere sempre chiedere permessi, pagare balzelli e diritti d’autore. Ma non andava fatta lì, anche perché è uno dei pochi valichi di cui dispone la provincia di Cuneo.
Com’è cambiata la valle Stura in questi ultimi 25 anni?
Quasi 3.000 persone in meno. La valle ha fatto ulteriore “culàousa” (se riesci a tradurlo in italiano ti offro un aperitivo). I giovani se ne sono andati negli anni ’70, i vecchi sono morti.
Io però sono fiducioso, perché soprattutto nei paesi lungo il corso della valle si rimarca negli ultimi anni una notevole vivacità, sotto il profilo artigianale e turistico.
E dal punto di vista culturale?
Venti anni fa in valle l’occitanismo era una cosa sconosciuta. Oggi, grazie anche al lavoro della C.M. e di Stefano Martini in particolare, l’identità occitana è molto sentita, specie tra i giovani. Pensa al gruppo de Lou Seriol, che coniuga al moderno la cultura occitana, e non ne fa un esclusivo oggetto di revival.
Ma la lingua occitana come sta?
Noi la usiamo normalmente nei consigli comunali, nelle giunte, in C.M.. Non abbiamo dovuto aspettare la legge 482. Ma nei giovani è praticamente dimenticata come lingua di comunicazione. Conoscono qualche parola, i toponimi e poco più. Tra loro non viene usata. Questa è una responsabilità anche dei genitori. Speriamo di recuperare la lingua con il lavoro nelle scuole, utilizzando i fondi della 482. Bisogna fare dell’occitano una lingua moderna, le manca quel carattere di modernità che le consenta di piegarsi alle esigenze del mondo giovanile.
Non si sente più parlare del tunnel del Mercantour.
Non se ne sa niente, al di là delle dichiarazioni di Berlusconi, che l’ha messo nel programma di governo, e di qualche esponente politico regionale. Ma in pratica non ho più sentito parlare di studi e di approfondimenti. A metà degli anni ’90 ero favorevole, pur se avanzavo delle riserve, sul piano dell’impatto am-
bientale, rispetto al progetto che ci era stato proposto. Oggi, visto che a questo mondo è consentito cambiare idea, vorrei ragionare molto di più prima di esprimermi. La situazione è cambiata: il modo di trasportare, le esigenze del trasporto, i rapporti tra economie. Sarei d’accordo solamente se rientrasse in un grande quadro di collegamenti tra, per esempio, Lisbona e il Mar Nero. Se invece serve a economie limitrofe, locali, allora esistono altri modi per trasportare merci. Così come non escludo a priori la necessità di un traforo ferroviario.
E la stazione sciistica di Argentiera?
Siamo intervenuti come C.M. e come comune e abbiamo operato un lifting profondo, che ha riportato la stazione al livello degli anni ’80: la seggiovia, alcuni skilift, una dimensione molto famigliare. L’obiettivo è quello del mercato locale, non la concorrenza alle mega stazioni. Il vettore turistico in valle Stura però è legato allo sci da fondo. È un fenomeno unico in tutte le Alpi occidentali.
Sono più di cento chilometri di piste. Stiamo progettando una stazione a Bergemolo di Demonte con caratteristiche più agonistiche. Il fondo è uno sport sano, molto legato alla natura. Ha il difetto, almeno da noi, che si consuma in giornata: richiama molti turisti, anche da altre regioni, ma non comporta soggiorno.
E il lupo come sta?
Ogni tanto si fa vivo e mangia gli agnelli. Ne sono segnalati tre, il che significa che ce ne sono di più. Le nostre greggi hanno subito degli attacchi brutali e anche atipici, nel senso che potrebbero anche provenire dalla lince, che è già stata segnalata più volte sul nostro territorio. Tutto questo è il frutto dell’abbandono della montagna e del suo asservimento alla pianura. Soprattutto sotto il profilo culturale non abbiamo più strumenti per difenderci. E quindi cerchiamo di convivere con il lupo. Non che ci piaccia...
La valle Stura si è sempre distinta per una sua propria politica culturale occitana: l’Ecomuseo della pastorizia, i Quaderni della valle Stura, la collaborazione con l’università di Aix en Provence...
Anche con la facoltà di Geografia dell’università di Grenoble collaboriamo da diversi anni. Dietro l’Ecomuseo c’è il grande lavoro per il recupero della pecora sambucana: non è fatto per raccogliere dei cimeli del passato, ma per mostrare la realtà attuale. Da anni poi siamo impegnati con il lavoro nelle scuole legato ai toponimi, ai nomi degli animali. Adesso certamente la legge 482 ci consentirà di affrontare programmi più completi, in accordo con Espaci Occitan e con tutti quelli che operano nel settore. La C.M. in questi anni ha fatto molta politica occitanista, ma, essendo un’istituzione, si muove più sulle cose che sui principi.
E poi vorrei dire questo, e so di parlare ad un giornale che è la bandiera dell’Occitania, un giornale che ho sempre amato e letto con molta attenzione, e del quale non ho sempre condiviso le posizioni: io non mi sento un nazionalista occitano. Non mi sento nazionalista. Essere occitano per me vuol dire essere europeo. Non ho mai condiviso una certa intransigenza che attraversa il mondo provenzalista e anche occitanista.
Ci sono progetti europei in cantiere per la tua C.M.?
C’è uno sviluppo dell’Eco-museo che legherà intorno al tema della transumanza regioni che vanno dalla Lucania fino al Portogallo. Un altro progetto INTERREG che è già stato approvato dalla Commissione riguarda il rapporto tra la C.M. e il dipartimento di Digne per la realizzazione di un cantiere di etno-botanica, cioè di botanica legata alla storia dell’uomo. Anche qui il termine cantiere sottolinea il carattere dinamico. Dovrebbe avere sede in un’antica casa di Gaiola, ma ramificarsi su tutte le realtà della valle, dal giardino di zio John a Pontebernardo alla lavanda di Demonte. Raccogliere tutte queste esperienze per fare un cantiere che riporti l’uso delle erbe nelle vita quotidiana. È un progetto ambizioso, legato all’università di Aix ma aperto anche a quelle di Torino e Genova.
In questi anni abbiamo finalmente assistito a un processo di collaborazione tra le diverse C.M. dell’area occitana. È successo con i GAL ma anche con parecchie altre iniziative. Dove porterà questa tendenza?
Confermo quello che dici. Anzi, non è solo una tendenza ma è diventata, almeno per la provincia di Cuneo, una prassi normale. È una grande conquista: grazie alla collaborazione tra i presidenti delle C.M. ha preso vita Espaci Occitan, e sono convinto che esso avrà un enorme successo futuro. Io spero e auspico che nello Statuto Regionale ci sarà uno spazio per le minoranze linguistiche. E questo si otterrà se i presidenti delle C.M. occitane, che si conoscono e si frequentano, sapranno essere uniti. Un domani vedrei una micro-regione occitana all’interno del Piemonte. La collaborazione deve portare lì, se no è una piccola cosa che teniamo in piedi per convenienza.
Parlavi di Espaci Occitan. È innegabile che sinora ha avuto una vita molto travagliata. Perché tutte queste difficoltà?
Io cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno. Comunque incominciamo a dire che c’è. E che ha delle potenzialità da esprimere. La sua forza deriva dal fatto che è istituzionale, ma questa è anche la sua debolezza, perché lo costringe ad una lentezza che le associazioni tradizionali non hanno. Per agire Espaci Occitan ha bisogno del consenso di tutti i suoi soci, non solo dell’assenso. Da qui derivano le sue difficoltà a muoversi agilmente. Ma io sono ottimista: con l’entrata della valle Grana in Espaci Occitan si è ottenuto un ulteriore grande successo. Ha inaugurato il Museo, ma non può ancora aprirlo al pubblico per motivi puramente burocratici. Talvolta ci si attende troppo da iniziative che hanno necessità di tempi lunghi per carburare. I media, e forse alcuni di noi, l’hanno anche enfatizzato troppo prima ancora che fosse realizzato. Ora Espaci Occitan ha non solo la carrozzeria ma anche il motore, e dobbiamo essere noi a investirvi con forza a livello di idee.
Quale dovrebbe essere la sua priorità di lavoro?
Secondo me Espaci Occitan ha tre azioni di lavoro. Una, interna alla valle Maira, è la valorizzazione dei prodotti della zona, insieme alle altre valli, attraverso il GAL. La seconda è il grande campo della cultura, di cui la lingua è parte, applicando tutto quanto è previsto dalla legge 482. Espaci Occitan deve essere in grado di utilizzare tutte le energie presenti sul territorio, in rapporto con chi già opera nel settore linguistico, con le varie associazioni, i vari studiosi, con le università. Non è un compito facile, ma a mio avviso non possiamo escludere nessuno, in quanto istituzione dobbiamo dialogare con tutti. Il terzo aspetto è quello di un laboratorio culturale: creare all’interno dell’area occitana una rete che produca ricerche, pubblicazioni, che rivitalizzi, che faccia promozione. Io vedo Espaci Occitan come la nostra finestra, capace di raccogliere la promozione del territorio. Ma per fare questo deve diventare rete: la sede è a Dronero, ma Sampeyre, Demonte, Limone, Torre Pellice o Oulx possono essere altri terminali sensibili.
Un’altra novità del panorama occitano è il laboratorio politico Paratge. Tu fai parte di questo gruppo, e forse è la prima volta che assumi un impegno pubblico in un’organizzazione occitanista.
Sì, è la prima volta. Da dieci anni non aavevo più tessere di partito, perché non vedevo nessun partito corrispondere veramente alla gente della nostra terra. I partiti hanno le antenne posizionate altrove, là dove c’è la massa della popolazione e dei voti. Quindi mi sento estraneo a questa politica. Lo dicevo tempo fa a Mariano Allocco: siamo stati antesignani dei girotondi, di una volontà di riappropriarsi della politica. Io avevo bisogno di questo. Per me Paratge è questo: un laboratorio politico che discute liberamente, che si riappropria degli argomenti, senza schemi preconcetti, che porta alla gente un modo diverso di fare politica, più diretto, magari anche polemico, non mediato da istituzioni. Io sono un uomo delle istituzioni, sono abituato a mediare, invece lì trovo uno strumento che mi permette di non mediare, di dire le cose in modo diretto.
Che cosa sta facendo Paratge?
L’attenzione principale è rivolta al grande asse dell’arco latino, Catalogna-Occitania-Piemonte. Paratge non è un partito politico che vuole l’indipendenza delle Valli Occitane. È un laboratorio politico che pone l’Occitania al centro, insieme ai problemi dell’uomo e dell’economia. Per questo si sta lavorando su alcuni problemi scottanti come quello dell’acqua, per quanto riguarda l’uso potabile, energetico e irriguo. O sullo sviluppo economico legato alle comunicazioni e ai trasporti.
Parlavi dello Statuto della regione Piemonte. Tu fai parte, insieme ad altri presidenti di C.M., di una commissione che sta studiando in che modo questo Statuto debba tener conto delle minoranze linguistiche. Come stanno andando le cose?
Abbiamo concluso la prima fase, licenziando tre articoli sulle minoranze e tre sulla montagna. I primi tre riguardano il riconoscimento delle minoranze occitana, franco-provenzale, walser e dei parlanti francese (perché così prevede la legge 482), e sono ora disponibili per il dibattito del Consiglio Regionale. Resta ancora aperto il problema della rappresentanza istituzionale della montagna. Io ritengo che la montagna occitana, e anche quella non occitana, debba riuscire ad avere una propria rappresentanza in seno al Consiglio Regionale. Questo è un capitolo da esplorare, perché non si sa ancora quale indicazione arriverà dallo Statuto sul tipo di Regione che avremo, se presidenziale o assembleare: se eleggeremo direttamente il presidente si avranno dei collegi uninominali piccoli e quindi potrebbe essere più facile avere un collegio occitano, o montano, o addirittura due collegi occitani, uno nel torinese e uno nel cuneese; se invece resteremo su una forma assembleare i collegi saranno più grandi.
Quella di un collegio elettorale è una storica rivendicazione dei movimenti occitani. Ma per decenni i partiti italiani non l’hanno nemmeno presa in considerazione. Pensi che ora possa essere un obiettivo realistico?
In fondo l’ultimo disegno dei collegi elettorali per il Consiglio Provinciale presenta già la singola valle unita al paese di fondo valle. Questo è un problema, perché queste cittadine sono sicuramente occitane, ma meno occitaniste dei paesi della valle. Borgo non può non essere considerata occitana, ma non posso pensare che sia più occitanista di Aisone. Nello stesso tempo non si può costruire un collegio composto da mille Aisone. È nei paesi di fondo valle che dobbiamo operare affinché la coscienza ritorni o comunque si radichi. Che non sia solo una moda. È lì che dobbiamo giocare la nostra scommessa politica. Nell’ipotesi di un collegio regionale noi avremo dentro Peveragno, Boves, Borgo, Caraglio, Dronero, Verzuolo, Barge, Bagnolo... La “vera” montagna rappresenterà il 30 o 40%. Ma non possiamo pensare di escluderli. Dobbiamo invece lavorare perché diventino coscienti del loro ruolo.
Tempo fa ho dedicato un articolo all’importanza delle zone di fondo valle...
Me lo ricordo. So che il tema ti è caro.
L’ultima domanda. La legge 482 ha comportato uno storico salto di qualità, ma in questo modo ha anche aperto nuove contraddizioni. Tu pensi che il mondo occitanista, con tutte le sue divisioni e immaturità, sarà all’altezza della situazione?
Lasciami dire una cosa: smettiamola di suicidarci. Noi abbiamo fatto dell’eutanasia un modo di esistere. Basta, per piacere. Io chiedo, attraverso questo giornale, che tutti noi lanciamo un appello. Tutti quelli che oggi parlano, operano, vivono su questa terra che è così bella – fammi usare un po’ di retorica: smettiamola di suicidarci! Lavoriamo, ognuno per le proprie competenze, con le proprie capacità, perché si vinca questa battaglia che ci hanno finalmente consentito di combattere.
A cura di Diego Anghilante
OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 08- setembre 2002 - N° 270