Per un’estòria religiosa de l’Occitània/26

La “cattività” occitana dei Papi
Come il papato, dopo averle umiliate, finì in esilio proprio nelle terre occitane

Ho avuto modo in questi giorni di leggere la lettera inviatami in redazione da una gentile Signora di Sisteron, originaria di Elva, contenente alcuni interessanti spunti. Il mio articolo sulle presunte presenze catare nelle nostre Valli Occitane voleva proprio essere uno stimolo ad un dibattito fra i lettori, al fine di scoprire qualche particolarità  culturale–religiosa di cui qualcuno può essere a conoscenza, senza averne mai  magari approfondito l’origine.

E’ chiaro che oggi tutto ciò che può rimanere delle migrazioni  ereticali nel medioevo alpino è talmente scarso che difficilmente se ne può dedurre un’ipotesi seria di studio. Troppo tempo è passato. I documenti coevi che parlavano delle presenze eterodosse nelle nostre regioni dicono poco, e soprattutto sono compilati dalla allora parte avversa,  gli inquisitori ( es: Bernezzo, Aisone), E’ probabile che alcuni fuggiaschi si siano fermati qui, e di conseguenza abbiano scelto località isolate, mal raggiungibili, per costruirsi una nuova vita; ma nulla può escludere che altri si siano invece stabiliti, dopo la cruenta crociata contro gli Albigesi, in luoghi già abitati, ove era possibile un certo grado di mimetizzazione con il resto della popolazione. La cultura dei Catari non presupponeva grandi ritualità pubbliche né cerimonie fastose (processioni, cortei nuziali, messe solenni ecc.), ma piuttosto si adattava alla vita famigliare di tutti i giorni, esplicando le proprie regole in un ambito ristretto. Gli influssi dell’eresia vennero forse non tanto dalla presenza diretta di eretici, scampati alle persecuzioni, quanto piuttosto dal passaggio di viaggiatori, mercanti in particolare, che portavano notizie dirette dal sud dell’ Occitania,  testimoniando non solo gli avvenimenti, ma   le dottrine stesse e  le dispute con i polemisti cattolici. Fu per questi motivi che  probabilmente alcuni membri delle nostre comunità  si fecero coinvolgere dal discorso ereticale.

Il fatto che a Bellino alcuni comportamenti nella vita della comunità siano stati fatti risalire ad un eventuale influsso cataro è, ovviamente, solo l’ipotesi di qualche autore. E’ chiaro che analoghi comportamenti o situazioni si possono trovare in molte altre località, fra cui Elva. Ci vorrebbe un attento studio antropologico, oltrechè storico e religioso, delle nostre comunità, con il presupposto fra l’altro di un’ottima conoscenza  socio– culturale del territorio in questione.

Per ricollegarci alla storia religiosa dell’Occitania medioevale, svuotata di ogni spirito d’indipendenza e praticamente conquistata dopo la crociata albigese, sembra interessante e perlomeno curioso che  in questa terra per circa settant’anni, dall’inizio del XIV secolo,  si siano consumate le vicende storiche di quel papato protagonista della conquista e della repressione. Prima che  Clemente V facesse il suo ingresso in Avignone, il 9 Marzo del 1309,  i luoghi di residenza del Papa erano stati determinati dalle circostanze e dalla tradizione, ovvero spesso dagli imprevisti. Tra il 1198 ed il 1304 i papi vissero per ben sessant’anni lontano da Roma, e addirittura sei fra loro non vi misero mai  piede. Era dunque un’usanza ben accetta, ed il papato ne  sperimentava vantaggi ed inconvenienti, non ultimo quello di una continua riorganizzazione di tutto l’apparato ecclesiastico al seguito del pontefice. I primissimi soggiorni del papa ad Avignone si situarono in quest’ottica, e potevano rappresentare agli occhi dei contemporanei una tappa supplementare nel sistematico errare della curia. In realtà, a differenza di quanto avvenuto in precedenza, nel  Trecento il papato avvertì la pressione dei poteri esercitata dai nascenti stati nazionali, in particolare Francia ed Inghilterra, cominciando contemporaneamente a sviluppare una burocrazia propria ed un’organizzazione amministrativa e perdendo così quello slancio unitario e coerente che, nonostante tutto, l’aveva caratterizzato nei secoli precedenti. Papa Bonifacio VIII (1294 – 1303) aveva rivelato durante il suo pontificato inquietanti tendenze monocratiche, anteponendo inoltre gli interessi della sua famiglia a quelli della Chiesa. Negli ultimi anni della sua vita, molto malato, era stato addirittura descritto come un demonio. L’Italia meridionale dal 1266 era stata assoggettata da un principe francese (casata dei D’Angiò),  ed il papato si era dimostrato incapace di gestire i rapporti con il potere centrale francese. Si avviò pertanto  uno scontro  politico aperto, fino a che Filippo il Bello,  re di Francia (1268 – 1314) assunse una posizione estrema, esautorando del tutto l’autorità papale. Nel 1303 i francesi imprigionarono Bonifacio nel suo palazzo di Anagni, ove poco dopo trovò la morte. Fu questo il preludio alla supremazia francese sul papato, che si protrasse per quasi tre quarti di secolo (1). 

In questa situazione di crisi il successore, Benedetto XI (1303 – 1304) si stabilì a Perugia. Alla sua morte, in questa città il Conclave dei vescovi, nel 1305, elesse papa  un prelato di origine francese, con il nome di Clemente V (2).  In realtà Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux, era di origina occitana e faceva parte di una influente famiglia guascone, feudataria del re di Inghilterra. In quell’epoca di conflitto aperto fra i regni di Francia ed Inghilterra, proprio il ruolo mediatore svolto dalla famiglia del nostro papa fu probabilmente il motivo della sua elezione. Nonostante la fama di “Papa maledetto”, asservito totalmente al potere francese, in realtà Clemente cercò sempre di mantenere una propria indipendenza di pensiero e di azione. Le sue prime nomine cardinalizie annoverarono ben sette prelati di origine occitana, a dispetto del volere del re. Dopo la sua elezione lasciò Bordeaux e si trasferì a Lione. Qui ricevette l’incoronazione papale ufficiale, ma decise comunque di non recarsi a Roma,  ove la tensione politica era alle stelle e  continue erano le lotte fra fazioni interne. Allo stesso tempo non volle però rimanere a Lione, troppo soggetta ai condizionamenti del Re,  e do-po varie tappe, da Cluny a Ne-vers, da Bourges a Limoges e Poitiers, nel 1309,  fece il suo ingresso ad Avignone, luogo propizio per attendere il Concilio Generale da lui convocato per l’anno successivo a Vienne. Ebbe così inizio quella che fu definita  “la cattività Avignonese” dei Papi, così detta per via del parallelismo con quella “Ba-bilonese” del popolo ebraico, cacciato da Gerusalemme. Ma, come vedremo, della cattività, ovvero della costrizione, Avignone non ebbe mai nessuna caratteristica.

Paolo Secco tlvsec@tin.it

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 07- lui 2002 - N° 269