Le sfide di una nuova epoca

La legge 482 del 1999 ha aperto una nuova epoca nella storia della minoranza linguistica occitana in Italia. Con essa si è conclusa la fase pioneristica, iniziata circa 40 anni prima con la creazione dell’Escolo dou Po nel 1961 a Crissolo. Potremmo anche abbozzare una articolazione interna di questo primo periodo, con un primo decennio essenzialmente folcloristico e letterario, seguito dall’esplosione dei movimenti politici negli anni ’70, sino all’eccezionale risultato ottenuto dai candidati occitani alle elezioni europee del 1979. Ma la morte di François Fontan, nello stesso anno, anticipava la crisi degli anni ’80, in linea con il più generale riflusso dell’impegno politico. Con il senno del poi si può dire che quelli furono gli anni in cui i semi gettati in precedenza apparvero morti o dispersi, mentre stavano in realtà lentamente germogliando. E infatti gli anni ’90 sono stati segnati dal fenomeno “di massa” della musica occitana, dal salto di qualità nella produzione culturale occitana e dal diffondersi di una coscienza identitaria tra la popolazione delle Valli e nell’opinione pubblica. Ma questo non è che uno schema empirico, che gli storici dovranno un giorno o l’altro verificare e documentare.

Dicevamo che la legge 482 ha girato definitivamente una pagina nella storia del nostro popolo. Niente sarà più come prima. Come tutti i grandi processi di cambiamento, anche questo sta provocando crisi e lacerazioni. Da un lato la componente “provenzalista” ha chiaramente colto che con questa legge ne andava della sua stessa sopravvivenza come soggetto politico e, ci permettiamo di suggerire, economico, visto il largo credito di cui essa ha sempre goduto presso i centri del potere locale. Al grido di “muoia Sansone e tutti i filistei” si è dunque lanciata in una martellante crociata contro la legge 482 e in una campagna di disinformazione volta in sostanza a insinuare che la “minoranza occitana” sarebbe stata riconosciuta mentre quella “provenzale” dimenticata. Ora è evidente che “occitano” e “provenzale” sono due termini alternativi per  indicare esattamente lo stesso territorio e la stessa lingua. Non esiste alcuna “minoranza provenzale” a rischio ddi estinzione nelle nostre Valli; questo rischio riguarda al massimo il movimento politico che alla Provenza si richiama. Senza entrare per l’ennesima volta nel merito dell’annosa querelle - i nostri lettori ne avranno abbastanza! - ci limitiamo a constatare come  il Parlamento Italiano non abbia fatto che registrare la maggiore affermazione e popolarità acquisita dal termine “occitano/Occitania” nell’opinione pubblica.

Un altro elemento di strumentalizzazione riguarda la grafia “normalizzata” e le proposte che si vanno elaborando per un occitano alpino “normalizzato” (ma sarebbe meglio dire referenziale) che permetta di uscire dalla frammentazione delle parlate. Anche su questo viene condotta, facendo leva sulle infelici connotazioni evocate dalla pa-rola “normalizzazione”, una campagna di terrorismo psicologico, adombrando il forzato abbandono dell’idioma a nosto modo in favore di una lingua astratta imposta dai giacobini di Tolosa. Il paradosso è che questa accusa viene lanciata proprio da chi ha sempre sistematicamente tradito la parlata autentica della propria valle per “purificarla” con le preziosità letterarie di Mistral, quelle sì veramente lontane dalla lingua delle nostre montagne.

Eppure non si può negare che l’attivismo di chi conduce tali  manovre sia riuscito ad aggregare un cartello di scontenti. Si va da attive associazioni locali a testate giornalistiche di valle, sino a figure accademiche. Una volta di più vogliamo ricordare il compianto prof. Arturo Genre, che sull’identità occitana delle nostre parlate aveva invece espresso un giudizio chiaro e definitivo.

Sul movimento reattivo innescato dalla legge 482, e sui danni e le confusioni che esso continua a provocare, tutto il movimento occitano, nelle sue diverse articolazioni, dovrebbe seriamente interrogarsi. Forse non si tratta solamente degli ultimi colpi di coda del coccodrillo morente. Forse si poteva evitare che in esso si coagulassero quanti temono che la legge possa alterare consolidati equilibri di potere locale, piccoli privilegi, orticelli considerati privati.

Le stesse componenti più avanzate e aperte dell’occitanismo, tra le quali ritengo di poter annoverare Ousitanio Vivo e il suo giornale, sono state colte impreparate dalla sfida storica offerta dalla legge 482. L’unico grande successo, in questi due anni e mezzo, è stata la pronta e massiccia adesione di quasi tutti i comuni dell’area occitana all’appello contenuto nell’art. 3 della legge. Ma anche su questo occorre ricordare che le adesioni hanno avuto motivazioni diverse, dalle più nobili alle più opportuniste.

Le inedite prospettive di lavoro e di sviluppo prospettate dalla legge hanno approfondito i solchi che separano le diverse componenti occitane e ne hanno scavati di nuovi e più pericolosi. Questo fatto non sfugge certo ai poteri che, da Cuneo o da Torino, guardano con preoccupazione alla crescita di una forte identità locale nel nostro territorio. Lo specchio emblematico di queste divisioni è Espaci Occitan, il grande progetto voluto dalla Comunità Montana valle Maira, finanziato dall’Unione Europea e dalla Regione Piemonte, e che si presenta come il primo organismo istituzionale, governato dai rappresentanti delle C.M. che vi hanno aderito, capace di farsi carico della questione occitana nel suo complesso. Ai nemici della prima ora, che per così dire non potevano far altro che avversarlo, si sono via via aggiunti nuovi oppositori, magari perché delusi per qualche utopica aspettativa tradita. Tutti insieme operano perché il complesso meccanismo di Espaci Occitan, non ancora a regime, si inceppi del tutto, e si impegnano per screditarlo, sabotarlo, per sottrargli sfere di competenza e risorse finanziarie. Nel maggio scorso l’assenza di tante figure storiche dell’occitanismo all’inaugurazione del museo Sòn de lenga, uno dei tasselli di Espaci Occitan, è stata rivelativa di tale strategia. Ma sarebbe meglio parlare di tattica a breve termine, perché pare che pochi si interroghino su che cosa ne sarebbe, una volta fallito o ridimensionato Espaci Occitan, della credibilità complessiva del nostro mondo. Quale Comunità Montana, quale ente pubblico o Commissione Europea vorrebbe ancora sostenere i progetti culturali del nostro territorio? È per questo che, nonostante gli innegabili rallentamenti e tentennamenti, Espaci Occitan rimane la nostra storica possibilità e va difeso fino in fondo. Constatiamo con favore che su questa linea, oltre al nostro giornale, si è andato collocando il laboratorio politico Paratge, come è possibile verificare dall’intervento del suo portavoce Mariano Allocco su questo stesso numero del giornale.

Espaci Occitan dovrà giocare la sua carta fondamentale sul tema della formazione scolastica, a proposito della quale la legge 482 apre dai grandi spazi di intervento. Anche qui però occorre attrezzarsi per un salto di qualità: basta con le ricerchine dedicate alla festa del paese o alle tradizioni locali, sulle quali purtroppo molte scuole hanno dirottato nel passato anno scolastico i fondi previsti dalla legge. Con tutto il rispetto per i cosiddetti saperi locali, non è da queste ricerche ripetitive e inoffensive che verrà la salvezza della nostra identità. L’occitano a scuola dovrà invece riguardare essenzialmente la lingua, con l’insegnamento della lingua scritta e la pratica della lingua orale. La conoscenza della geografia e della storia del nostro territorio, così come della letteratura e dell’arte occitana, potranno inserirsi ai livelli superiori del ciclo educativo, ma ciò che permane fondamentale è il contatto con la lingua viva a partire dalla scuola primaria. In un’epoca dove la famiglia, assediata dai mass-media, è oramai incapace di assicurare il perpetuarsi della lingua minoritaria, l’unica salvezza risiede nella scuola.

Su quale lingua insegnare – se quella del campanile o quella che tenga conto di un territorio più ampio – e su quale grafia utilizzare per scriverla dovrà esserci la disponibilità al confronto e al compromesso e andrà rifiutato l’oltranzismo dei vari talebani che, su fronti opposti, si incaponiscono a negare l’esistenza della posizione avversa e delle sue buone ragioni.

La scommessa sul nostro futuro passa attraverso l’insegnamento serio e organico della lingua occitana nella scuola pubblica. Inutile dire che la maggiore difficoltà sta nella carenza di docenti madrelingua preparati e motivati  a offrire questo insegnamento. In questi anni “gruppi di lavoro” associazionistici hanno operato molto e bene su questa strada. Ma l’unico organismo che può garantire la correttezza nel reclutamento, la distanza da posizioni estremistiche, il collegamento tra questi gruppi e l’insostituibile supervisione scientifica dell’Università, che può in sostanza assicurare la formazione dei formatori, resta Espaci Occitan. L’alternativa è quella, disastrosa, del proliferare di corsi curati da questa o quell’altra associazione, in una Babele di versioni della lingua occitana e di grafie.

A Espaci Occitan va il gravoso compito di cogliere le sfide poste dalla nuova epoca, di dimostrasi progettuale e, finalmente, coraggioso. Mentre il vivace mondo occitano deve prima di tutto acquisire lungimiranza strategica: conclusa la fase della litigiosa e accapigliata giovinezza è ora di mostrarsi persone mature, capaci di sacrificare qualche cosa pur di raggiungere l’obiettivo comune. In secondo luogo deve aprirsi verso l’esterno e verso il futuro. Non è chiudendoci nella nostalgia di un mondo arcadico che possiamo guardare al XXI secolo. Dobbiamo invece, facendoci forti della nostra identità locale e delle nostre radici, aprirci al dialogo con l’esterno e con la dimensione globale.

Diego Anghilante

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 07- lui 2002 - N° 269