Quando
è stata approvata dal Parlamento la legge 482/99 sulla tutela delle minoranze
linguistiche, non ho potuto fare a meno di ripensare ad alcuni episodi di una
ventina di anni prima. Erano infatti quegli anni in cui ancora si sentivano
gli effetti benefici dello sviluppo economico e anche i nostri paesi erano presi
d’assalto dal turismo di massa e sorgevano dal nulla casette pre –fabbricate
e condomini, spesso incuranti delle tipologie costruttive autoctone. Frequentavo
allora le prime classi della scuola dell’obbligo – la scuola era ancora in paese-
e le maestre cercavano, sia pure con poca convinzione, di contenere la necessità di noi scolari di comunicare tra
noi nel dialetto materno.
Purtroppo ormai
la legge di tutela giunge in molte realtà con evidente ritardo, in paesi decimati
dall’emigrazione, dove in qualche caso anche la scuola nella quale dovrebbe
essere insegnato il “patois” è soltanto un nostalgico ricordo. Ma questa legge
rappresenta pur sempre il primo, seppur tardivo, riconoscimento di queste peculiarità
etno-linguistiche.
Hanno un forte
valore simbolico i cartelli bilingue installati all’entrata dei paesi o indicanti
toponimi di minore importanza, così come l’insegnamento del dialetto a scuola
o in corsi più o meno improvvisati, che vengono incontro a quanti, spesso anche
dalla città, vogliono apprendere l’idioma locale. La stessa attenzione verso
la ricerca e la riproposta del patrimonio musicale, con la nascita di gruppi
giovanili, è servita ad accrescere la sensibilità e la visibilità di quella che potremo chiamare
la “questione francoprovenzale”.
L’attuale situazione,
positiva dal punto di vista culturale, si insedia tuttavia su di una realtà
sociale ed economica difficile, orfana di un turismo in caduta verticale e in
sostanziale difficoltà nell’approdo a nuovi modelli di sviluppo.
Molte attività,
turistiche o riconducibili al settore turistico, sopravvivono con scarso entusiasmo,
in bilico tra la definitiva chiusura e la prosecuzione, forzata dalla mancanza di alternative, in attesa
costante di qualche prodigiosa soluzione dall’esterno. Le stesse risorse pubbliche
vengono convogliate verso altre realtà più dinamiche o solamente più blasonate,
relegando le nostre vallate al ruolo di semplici comparse laddove potrebbero
talvolta giocare il ruolo di protagoniste.
Non è tuttavia
risolutivo abbandonarsi alla contestazione delle altrui fortune, e proprio la
rinuncia all’atteggiamento vittimistico e degradante degli eterni dimenticati
può costituire il primo gradino per un inversione di tendenza.
E proprio l’appartenenza
ad una minoranza etnico - linguistica può costituire una delle chiavi per sostenere
un tipo di sviluppo che si potrebbe definire alternativo. L’attenzione crescente
del grande pubblico nei confronti delle produzioni tipiche locali trova nelle nostre realtà
le condizioni ottimali per una crescita di prodotti e coltivazioni che da sempre
si realizzano in modo cosi detto biologico.
Non soltanto le
produzioni ad uso gastronomico, ma ogni altra attività tradizionale legata al
territorio deve essere ricompresa tra
le suddette iniziative, dalle attività artigianali di pietra e legno a quelle
commerciali. Il tutto deve essere caratterizzato da un contrassegno riconducibile
alle località di provenienza, legato alle peculiarità culturali, oggetto di
una diffusa promozione e da una altrettanto capillare sensibilizzazione degli
operatori locali.
Il 2002, Anno Internazionale
delle Montagne, può finalmente rappresentare l’occasione per affrontare con
serietà un discorso più politico, capace di affrontare e risolvere situazioni
di disagio e di disparità non più differibili. Occorre riformulare un sistema
rappresentativo in grado di garantire la partecipazione alle scelte attuate
a livelli amministrativi superiori da parte degli esponenti locali, magari ritornando
allo spirito e alle proposte già inserite nel 1943 nella così detta “Carta di
Chivasso”. È altrettanto necessario, e in questo mi associo alla proposta avanzata
da amministratori di valli adiacenti, che si preveda finalmente l’uniformità
di trattamento legislativo, fiscale, economico, finanziario per tutte le aree
montane, mettendo fine ad anacronistiche sperequazioni che in oltre cinquant’anni
hanno determinato la ricchezza di alcune regioni montane e l’abbandono a se
stesse di altre meno fortunate. Lo stesso federalismo, termine ricco di significati,
non è che un palliativo, se non è supportato da adeguate risorse, capaci di
sostenere, rendendo veramente indipendenti e protagonisti dello sviluppo del
proprio territorio, le realtà locali.
Oggi sono molti
i giovani che manifestano l’intenzione di lasciare il caotico sistema di vita
cittadino per trasferirsi nei nostri paesi, che sono più a misura d’uomo. Ma
non sempre questo interesse si trasforma facilmente in realtà: in montagna non
si vive soltanto di aria pura, ma è necessario avere un’opportunità lavorativa
stabile e sicura. Non giova inoltre all’attuale declino turistico, e in generale
sociale ed economico, il progressivo smantellamento dei pochi servizi pubblici
ancora rimasti, dalle poste all’istruzione, dall’assistenza alla sanità.
Le gravi difficoltà
del momento non devono tuttavia lasciare spazio allo sconforto: l’impegno e
la partecipazione di tutti possono consentire di trovare ad ogni problema la
soluzione più adatta. Volontà e determinazione sono, ora come sempre, le parole
d’ordine per affrontare con dignità e possibilità di successo le sfide che quotidianamente
si propongono.
Oggi più che mai
si fa sentire la carenza di risorse umane, di persone che sappiano accollarsi
delle posizioni di responsabilità e con sacrificio personale perseguano gli
obiettivi preposti. E dove queste caratteristiche sono assenti in loco, ben
vengano dall’esterno le energie in grado di supportare questi sforzi. La salvaguardia
delle particolarità linguistiche e culturali non può prescindere dal mantenimento
sul territorio degli abitanti. E questo
è possibile solamente rendendo coloro che ci vivono i principali protagonisti
e i più accreditati artefici del proprio futuro, sorretti e stimolati da una
rinnovata dignità.
Gianni
Castagneri
OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 06- junh 2002 - N° 268