Reinhold Messner,
il più grande alpinista vivente, quello che attraverso la sua via di un “alpinismo
della rinuncia” ha raggiunto per primo certi limiti estremi nel salire le più
alte vette del mondo senza mezzi artificiali (bombole d’ossigeno e chiodi ad
espansione, grandi spedizioni e piste battute da decine di portatori), afferma
di essere prima che un “alpinista” un “montanaro” (si veda il suo recente e
importante volumetto Salvate le Alpi, Bollati-Boringhieri, Torino 2001). E’
il suo esser montanaro che gli ha insegnato anche nell’alpinismo la rinuncia,
qualità spirituale e materiale assieme che condiziona, nel bene e nel male,
l’esistenza delle popolazioni montane. Ed è come montanaro che lavora, al parlamento
dell’Unione Europea, per la sensibilizzazione ai problemi della montagna e dei
suoi abitanti.
Nella Carta dei
valori delle montagne, redatta da Messner in occasione della proclamazione da
parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite del 2002 quale Anno internazionale
delle montagne, al punto n. 3 è richiamata la necessità della “presenza di una
popolazione locale stabile” in montagna, quale prima condizione per attingere
poi a tutti gli altri valori propri alla realtà montana.
“Reinhold Messner
non ritiene invece — gli chiediamo in occasione della sua partecipazione alla
Fiera del Libro di Torino il 19 maggio 2002 — che non sia sufficiente la mera
presenza di popolazioni montane, ma che occorra anche la possibilità da parte
di esse di vera decisione politica, di autonomia economica, amministrativa,
politica nella gestione del proprio territorio?”
Se nella Carta
dei valori delle montagne più che altro suggerisco di sostenere la popolazione
della montagna per tutelare anche la pianura, con questo spero che i politici
della pianura, delle città, che sono molti di più di quelli della montagna,
capiscano anche che devono fare qualcosa per le montagne.
La recente legge
n. 482 sembra dare qualche speranza alla rinascita delle zone montane, ove restano
tracce di culture minoritarie. Si pensi ad esempio ai territori occitani nelle
Alpi occidentali, che sinora non hanno goduto della giusta autonomia che, invece,
la valle d’Aosta e il Sudtirolo, hanno da tempo. Ma la rinascita economica e
politica, in tali zone rimaste sempre marginali, è ancora possibile?
Nei territori alpini
di lingua occitana, nelle Alpi Liguri, Marittime e Cozie, la speranza di salvare
la maggior parte di queste zone è quasi zero. Perché la gente è andata via e
ritornare adesso è molto costoso, molto difficile. E gli aiuti economici ci
saranno sempre meno. Inoltre gli aiuti a lungo andare sono positivi solo se
la gente con la propria volontà, con la propria fantasia e con il proprio sforzo
fa qualche cosa. Si vede in tutto il mondo che dove la gente una volta ha lasciato
la montagna il ritornare è quasi impossibile. Fermarli, quando sono vicini a
crollare, è possibile, se si danno degli aiuti. Però bisogna sapere che i politici
che tutelano la montagna perché vengono dalla montagna sono neanche un decimo
di quelli che vengono dalle città e dalla pianura. E questi dicono: “Noi abbiamo
il diritto all’acqua che viene dalla montagna. Perché dobbiamo fare qualcosa
per la montagna? Abbiamo diritto!”. Nessuno finora ha capito che se la montagna
non viene tutelata alla fine saranno anche le città o le pianure: a soffrire
con alluvioni, de-sertificazioni, carestie, inquinamenti, malattie, epidemie,
conflitti, etc.
La civiltà cittadina
sembra essere radicalmente in crisi. Non sarà forse la fine della civiltà basata
sulla città a poter far riscoprire la montagna non solo come area di svago ma
anche come spazio per la vita dell’uomo, sotto molti aspetti di qualità migliore
rispetto alle zone di pianura?
Economicamente
la montagna sarà sempre incapace di concorrere con la pianura. Perché se io
faccio agricoltura in montagna non posso competere con la pianura. Finché in
pianura riesco a produrre quello che serve a vivere per tutta la popolazione
del mondo, perché devo andare in montagna, se qui non posso competere? Nell’industria
è la stessa cosa. Se io porto l’industria, anche la media industria in alta
montagna, le strade sono troppo lunghe per trasportare le materie prime e per
esportare il prodotto finale.
Negli ultimi cinquemila
anni l’uomo ha sempre cercato di di stare assieme, in città, per sentirsi sicuro.
Ma adesso, dall’11 settembre in poi, sappiamo che i grandi rischi, con la nuova
tecnologia, con il terrorismo che sta crescendo in tutto il mondo, anche per
la stupidità della grande politica, sono sempre più reali, ancora più amplificati:
la sicurezza è vaga, se n’è andata. Così può anche darsi che ritorni qualcuno
o qualche gruppo in montagna, perché ha la sensazione che lì la qualità della
vita sia migliore, accettando lo sforzo necessario per stare lassù. Però praticamente
è più duro vivere in montagna che giù.
Eppure proprio
lei ha saputo progettare alcune forme possibili di vita economicamente autonoma
nelle zone alpine.
Piccola industria
e agricoltura ecocompatibili, assieme al turismo quale fruitore privilegiato
dei prodotti locali, sono l’unica chance. Nella mia Carta dei valori delle montagne
ho parlato di una combinazione di cultura locale (che significa anche artigianato),
agricoltura (puntando sui prodotti locali), turismo, quale chiave vincente per
poter tenere la gente lassù. Però ci vogliono decenni per far capire a una grande
popolazione che questa sarebbe la chiave del futuro per salvaguardare le Alpi
e anche allo stesso tempo per poterci vivere. Se io non ho gli stessi introiti
di chi vive in città, oggi in Italia circa duemila euro al mese per famiglia,
come posso vivere in montagna, mandare i bambini a scuola, che costa di più
da lassù, dare ai ragazzi la possibilità di studiare in città, etc.?
A Juval, in val
Venosta, ci sono quattro famiglie che vivono di un’azienda agricola creata da
me, che va molto bene perché allacciata al turismo. Non esportiamo più niente,
non vendiamo niente sul mercato, ma valorizziamo tutto sul suolo, dove si produce.
Ho il Maso più alto del Sudtirolo, a duemila metri: lì con gli Yack economicamente
sopravvivo, ma siamo solo in pareggio. Ne sto facendo un terzo, nel bellunese,
con cento Yack, basato su di un’agricoltura seminomadica, come nel periodo preistorico
dell’uomo del Similaun, di Ötzi, che costa molto meno. I prodotti finali devo
valorizzarli con il turismo. Se riesco a realizzare l’idea, se l’impresa funziona
ritorno da un lato cinquemila anni in-dietro, e dall’altro sono avveniristico
utilizzando il turismo di oggi, vendendo prodotti di alto livello, biologici,
però con un prezzo che mi permette di mantenere la gen-te che svolge questo
lavoro.
Non vi è tuttavia
incompatibilità fra il ripopolamento delle montagne da lei auspicato e la forma
di alpinismo autentico, per il quale lei si appella al giusto principio di salvaguardare
ciò che vi è di essenzialmente selvaggio dell’ambiente montano? Come conciliare
il reinsediamento di una vita stabile in montagna e il mantenimento della sua
severità naturale?
Fino a duemila
metri bisogna fare di tutto affinché la gente in montagna possa sopravvivere,
che i contadini ritornino, che lavorino la terra, che tutelino il territorio,
aiutando anche il turismo. Però oltre i duemila metri non servono infrastrutture.
Non dobbiamo portare il parcheggio per elicotteri sul Monte Bianco, la funivia
sulla cima del Cervino, o anche solo alla sua base, come si sta progettando
di fare. Già questo è un sacrilegio. Non dobbiamo costruire altre infrastrutture
in alta montagna per portare tutti in cima ai monti. Sappiamo tutti che più
le cime sono alte, più sono appuntite e meno posto c’è sopra. Il pericolo, la
fatica che serve per salire deve rimanere un filtro, affinché chi ha la capacità
salga anche in cima, chi no rimanga più sotto. L’esperienza è possibile solo
affrontando pericoli e difficoltà.
a
cura di Francesco Tomatis
OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 06- junh 2002 - N° 268