Eppure
continuo a crederci...
Sergio mi parla
innanzitutto delle nuove iniziative discografiche.
Volevamo utilizzare
il nome de Lou Dalfin per attività non strettamente concertistiche e musicali.
Per questo abbiamo fondato un’omonima Associazione culturale, che dovrà essere
un centro di iniziative. La prima è la collana discografica Viva qui sòna, curata
da Stefano Degioanni de Lou Seriol e da me, che intende pubblicare soprattutto
incisioni dal vivo, una dimensione molto acustica della tradizione musicale
occitana, o della sua reinvenzione. Prevediamo quattro uscite all’anno. Abbiamo
iniziato col disco de L’Escabot, un coro della valle Grana. Abbiamo cercato
di dare alla collana una veste grafica di valore, con una cornice comune a tutte
le uscite, con testi e approfondimenti.
Le prossime uscite?
La seconda sarà
dedicata alla musica della valle Vermenagna, con due suonatori di Robilante,
Dario e Manu, al clarinetto e alla fisarmonica, accompagnati però da Fabrizio
Carletto al basso elettrico. Perché ritengono che arricchisca la loro musica,
che dia più impatto, che aggiunga un elemento ritmico. Mi sembra una cosa molto
interessante: la musica tradizionale ha la forza di assorbire nuovi strumenti,
seppur con la cautela e la lentezza che caratterizza questi processi di cambiamento.
È un importante elemento di vitalità, vuol dire che la musica tradizionale è
ancora viva e non chiusa su se stessa.
Il terzo disco
sarà il primo catalogo sonoro dei principali strumenti occitani. Ispirato alla
mostra Mùzico Muzi-cantes, da me organizzata l’anno scorso per la Comunità Montana
valle Stura, prevede 24 brani, ognuno dedicato a pezzi solisti di cornamuse,
flauti, tamburi, ghironde, fisarmoniche, clarinetto, ciaramella, violino ec.
Registreremo anche gli oggetti sonori, come la campane delle bestie o i corni
da richiamo.
Infine la quarta
uscita sarà una registrazione da un concerto live della Brigandaia, la mia formazione
di Natale: musiche del ‘500 e ‘600 provenzale, musiche popolari di Natale da
tutta l’Occitania. Come giudichi l’attuale situazione della musica occitana?
In questo momento
se mi guardo attorno sono un po’ preoccupato, perché vedo un proliferare di
serate di danza tradizionale, e una relativa povertà di altre forme musicali.
È vero, siamo una realtà montana, non Marsiglia o Nizza, dove ci sono gruppi
di rap o di reggae occitani. Però sarebbe un bene che le forme musicali si differenziassero
maggiormente: qualcuno che faccia della buona canzone d’autore, qualcuno che
faccia della musica leggera o del rap. Il punto debole è la lingua, che non
sta certo vivendo un momento di espansione. Abbiamo un bel fare i trionfalismi
con la legge 482, ma la realtà è diversa. La sera si va a ballare occitano,
ci si diverte in questa forma di aerobica politically correct, due courente,
due scotish e poi tutti a casa. I gruppi che oltre a suonare portano anche un
messaggio occitanista sono rari.
Anche dal punto
di vista quantitativo ho la sensazione, dal parziale osservatorio della rubrica
dei concerti di musica occitana su O.V., che ci siano i segni di una crisi.
Ricordo qualche anno fa pagine piene di appuntamenti…
Vero. È un segnale
su cui riflettere. Per noi de Lou Dalfin è diverso, perché abbiamo vari tipi
di pubblico, nelle Valli e fuori delle Valli. Prossimamente suoniamo al Festival
di Saint Charter, che è uno dei più importanti in Europa. Ma molti gruppi, essendo
sempre più legati alla dimensione del ballo, sono diventati la colonna sonora
per un giro che tende a chiudersi su se stesso, a diventare asfittico. Io fin
dall’inizio ho visto con orrore le serate in palestra, con un ristretto giro
di persone che vanno a ballare con intendimenti accademici e quasi liturgici...
Tanti ragazzi ci vanno una volta, trovano un ambiente che assomiglia alla Sala
del Regno dei Testimoni di Geova e non si fanno più vedere.
Ho visto un po’
per volta riemergere questa musica come sottofondo dal sorriso beota della sagra
folcloristica, per allietare il turista. Una visione minimalista. È il riflesso
di una tendenza generale delle Valli, dove emerge l’esaltazione della frammentazione
linguistica, una visione iper-localista, iper-passatista, sino a negare la dimensione
pan-occitana del discorso.
A proposito: come
giudichi le iniziative della Consulta Pro-venzale contro la legge 482?
Queste persone
hanno molti agganci, non però nella realtà delle Valli, dove occupano settori
assai limitati. Li hanno nei corridoi di palazzo, nelle sale d’attesa della
politica. E a questo ambiente trasversale della politica possono dare fastidio
i segnali di risveglio culturale e soprattutto politico degli occitani. Non
a caso questo ambiente trasversale aveva osteggiato anni fa la nascita di Espaci
Occitan.
Ho letto ultimamente
un articolo su un giornale locale in cui si contestava l’esistenza dell’Occi-tania,
con argomentazioni che un qualsiasi linguista o storico può facilmente smentire.
Questa negazione dell’Occitania è presente soltanto più qui da noi. Nella stessa
Provenza i provenzalisti e gli occitanisti si sono resi conto che si può benissimo
collaborare. Qui abbiamo invece un’appendice retrograda del movimento felibrista,
sopravvissuta a se stessa – come quando vai in un vallone e trovi qualche endemismo…
vai nelle Galapagos e trovi il fringuello-picchio… questi animali che si sono
evoluti in modo autonomo proprio per il loro isolamento. Questi però non sono
poi stati così isolati, perché i corridoi delle province e delle Regione per
chiedere finanziamenti li sanno frequentare molto meglio della tartaruga delle
Galapagos. Sono funzionali a qualcuno che si è accorto che col termine Occitania
potrebbe passare una maggiore consapevolezza della gente delle Valli Occitane
nei confronti delle scelte politiche, o una serie di rivendicazioni a proposito
della gestione dell’acqua o dei distretti elettorali.
Cosa si può fare
per demistificare la loro posizione?
Certo l’Occitania
c’è ed è sotto l’occhio di tutti. Io continuo a dirlo in ogni mio concerto,
a Torino come a Castelmagno.
Ma queste manovre
non nascono da movimenti radicati nelle Valli. Quindi esagerare con le polemiche
è sbagliato e controproducente. Quando abbiamo fondato Paratge abbiamo scelto
di non mettere la croce occitana sul simbolo, non perché non ci piacesse ma
perché preferiamo che la gente si riconosca sui valori, sui principi e sui progetti,
piuttosto che sui simboli. Spesso si è litigato più sui simboli che sui contenuti:
Occitania-Provenza, grafia normalizzata-grafia mistraliana, croce occitana con
la stella o senza stella… Simboli grafici. È una cosa da capponi che litigano.
I problemi rimangono, e queste beghe sono sempre più separate dalla realtà della
nostra gente. Che poi cosa fa? Guarda la televisione e vota Forza Italia al
40%.
Hai parlato di
Paratge, il laboratorio politico fondato da Mariano Allocco, da te e da parecchi
altri. Come vi state movendo?
Si lavora soprattutto
cercando di aggregare il maggior numero di persone. Facciamo riunioni in tutte
le Valli, dalla valle di Oulx a quelle meridionali. Ci stiamo concentrando soprattutto
sulla Festa di Paratge, che si svolgerà dal 5 al 7 luglio a Pradleves, in valle
Grana. Ma nelle Valli ci sono grossi problemi per chi decide di fare politica
in modo non televisivo, per la stessa conformazione del territorio.
Quali sono le battaglie
politiche più immediate di Paratge?
Ne cito una: la
creazione di una circoscrizione elettorale occitana. È la cosa più importante,
mandare i tuoi rappresentanti…
È un obiettivo
realistico?
Sì. Ma la battaglia
deve passare attraverso il coinvolgimento della popolazione. Non vogliamo fare
un lavoro di corridoio, ci sono già tanti che lo fanno. Bisogna porre le persone
di fronte a certe evidenze, ai danni che provengono da scelte politiche ostili
o indifferenti alle Valli.
Tra pochi giorni
Espaci Occitan inaugura un altro importante pezzo del suo progetto, il Museo
sonoro della lingua occitana. Ci sarà anche il concerto de Lou Dalfin. Due parole
su Espaci Occitan.
Spero che incominci
a funzionare, che diventi uno strumento per la popolazione delle Valli Occitane.
Non un potere da occupare ma un organismo che lavori effettivamente su progetti,
con le persone che stanno già lavorando per la cultura del territorio. Sempre
più inserito nel tessuto sociale delle nostre Valli.
Quando è stata
approvata la legge 482 si sentivano discorsi trionfalistici, sembrava che avessimo
preso la Bastiglia. Io ho scritto: questa legge è passata sulla base di un effettivo
movimento di opinione – raccolta di firme, mobilitazioni, ec. – oppure è calata
sulla società delle Valli in un modo non tanto diverso dalla legge sulle cinture
di sicurezza o sui cappellini per i negozi di alimentari?
Probabilmente l’analisi
giusta è quest’ultima. Ma d’altra parte questo sembra il destino della nostra
minoranza, per la quale i progressi non sono mai, almeno apparentemente, maturati
dal territorio, bensì sono piovuti dall’alto, come se il territorio avesse ogni
volta dovuto adattarsi a un’identità che gli veniva riconosciuta dall’esterno…
È paradossale.
Mi guardo attorno e continuo a interrogarmi su questo. Ma continuo anche a interrogarmi
sulla mia voglia di impegnarmi e di intervenire. Continuo a crederci, a vedere
dei segnali che mi confortano, a tessere la mia tela…
L’occitano come
lingua ufficiale alle Olimpiadi 2006 di Torino. È una battaglia che ti entusiasma?
Giustissima. Però
mi sembra che si cerchi sempre di cavalcare questi grandi eventi, questa visibilità
mediatica. Ma quando ti accorgi che dietro c’è così poco, ti senti un po’ ridicolo.
Non cerchiamo di spacciarci per la Barcellona del 1992, di far credere che sia
il territorio ad avanzare queste rivendicazioni. Guardiamo alla nostra situazione
reale. Anche Espaci Occitan ha sempre privilegiato i rapporti con realtà istituzionali
e lontane, la Catalogna, la Val d’Aran, l’immagine esterna…
Io la gran parte
del mio lavoro, nel mio piccolo, l’ho fatta per dare consapevolezza al territorio
in modo naturale. L’ho cantato nelle piazze, nelle strade, l’ho detto a tutti
quelli che potevo. Per quanto riguarda la musica questa consapevolezza si è
diffusa. Ma prima ho studiato la musica, sono andato a insegnarla ai ragazzi
delle Valli. Non ho cercato subito l’Eurovisione. Berlusconi riesce a passare
sulla testa della gente. Ma il nostro compito è un’azione politica più mirata
al territorio. Senza cadere nell’errore opposto, che è l’iper-localismo di cui
parlavo prima. Cerchiamo di trovare un equilibrio.
Nell’ultimo numero
di O.V. Dario Anghilante ha prefigurato il rischio che l’occitano tra qualche
anno si riduca a una lingua di facciata, avulsa dalla vita quotidiana. Ma se
una lingua ha un valore solo più simbolico, che senso ha ancora difenderne la
differenza?
Basta guardarsi
intorno per capire che questa analisi non è buttata per aria. È importante allora
applicare la legge 482 per formare delle persone che formino. In questo senso
è forse mancata sinora una strategia per la formazione degli insegnanti. Perché
la difesa della lingua deve passare attraverso la scuola. Pensiamo alla realtà
basca: là è facile trovare i genitori che parlano lo spagnolo e i figli che
parlano il basco. Quindi non tutto è perduto. Per troppo tempo si è ragionato
a schemi: c’è una lingua, quindi c’è un’etnia, quindi bisogna adottare certe
regole ec. È l’errore che abbiamo fatto, un atteggiamento settario, schematico,
messianico. Ora possiamo permetterci di correggerlo. L’importante è non essere
troppo ottimisti né troppo pessimisti. Fare il proprio lavoro, senza un giorno
dire che è tutto rose e il giorno dopo che è tutto spine. Continuare a fare
il proprio lavoro, con umiltà, ognuno nel proprio campo.
a
cura di Diego Anghilante
OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 05- mai 2002 - N° 267