Eppure continuo a crederci...
Intervista a Sergio Berardo, leader de Lou Dalfin

Sergio Berardo, 43 anni, non è solo la figura di punta della nuova musica occitana, protagonista da oltre dieci anni, insieme al suo gruppo Lou Dalfin, di un rigoglioso fenomeno di risveglio culturale, ma è anche una delle menti più lucide dell’occitanismo italiano. Per questo, a quattro anni dall’intervista curata da Ennio Patto-glio (O.V. 222), il nostro giornale torna a intervistarlo nella sua casa a Caraglio.

Sergio mi parla innanzitutto delle nuove iniziative discografiche.

Volevamo utilizzare il nome de Lou Dalfin per attività non strettamente concertistiche e musicali. Per questo abbiamo fondato un’omonima Associazione culturale, che dovrà essere un centro di iniziative. La prima è la collana discografica Viva qui sòna, curata da Stefano Degioanni de Lou Seriol e da me, che intende pubblicare soprattutto incisioni dal vivo, una dimensione molto acustica della tradizione musicale occitana, o della sua reinvenzione. Prevediamo quattro uscite all’anno. Abbiamo iniziato col disco de L’Escabot, un coro della valle Grana. Abbiamo cercato di dare alla collana una veste grafica di valore, con una cornice comune a tutte le uscite, con testi e approfondimenti.

Le prossime uscite?

La seconda sarà dedicata alla musica della valle Vermenagna, con due suonatori di Robilante, Dario e Manu, al clarinetto e alla fisarmonica, accompagnati però da Fabrizio Carletto al basso elettrico. Perché ritengono che arricchisca la loro musica, che dia più impatto, che aggiunga un elemento ritmico. Mi sembra una cosa molto interessante: la musica tradizionale ha la forza di assorbire nuovi strumenti, seppur con la cautela e la lentezza che caratterizza questi processi di cambiamento. È un importante elemento di vitalità, vuol dire che la musica tradizionale è ancora viva e non chiusa su se stessa.

Il terzo disco sarà il primo catalogo sonoro dei principali strumenti occitani. Ispirato alla mostra Mùzico Muzi-cantes, da me organizzata l’anno scorso per la Comunità Montana valle Stura, prevede 24 brani, ognuno dedicato a pezzi solisti di cornamuse, flauti, tamburi, ghironde, fisarmoniche, clarinetto, ciaramella, violino ec. Registreremo anche gli oggetti sonori, come la campane delle bestie o i corni da richiamo.  

Infine la quarta uscita sarà una registrazione da un concerto live della Brigandaia, la mia formazione di Natale: musiche del ‘500 e ‘600 provenzale, musiche popolari di Natale da tutta l’Occitania. Come giudichi l’attuale situazione della musica occitana?

In questo momento se mi guardo attorno sono un po’ preoccupato, perché vedo un proliferare di serate di danza tradizionale, e una relativa povertà di altre forme musicali. È vero, siamo una realtà montana, non Marsiglia o Nizza, dove ci sono gruppi di rap o di reggae occitani. Però sarebbe un bene che le forme musicali si differenziassero maggiormente: qualcuno che faccia della buona canzone d’autore, qualcuno che faccia della musica leggera o del rap. Il punto debole è la lingua, che non sta certo vivendo un momento di espansione. Abbiamo un bel fare i trionfalismi con la legge 482, ma la realtà è diversa. La sera si va a ballare occitano, ci si diverte in questa forma di aerobica politically correct, due courente, due scotish e poi tutti a casa. I gruppi che oltre a suonare portano anche un messaggio occitanista sono rari.

Anche dal punto di vista quantitativo ho la sensazione, dal parziale osservatorio della rubrica dei concerti di musica occitana su O.V., che ci siano i segni di una crisi. Ricordo qualche anno fa pagine piene di appuntamenti…

Vero. È un segnale su cui riflettere. Per noi de Lou Dalfin è diverso, perché abbiamo vari tipi di pubblico, nelle Valli e fuori delle Valli. Prossimamente suoniamo al Festival di Saint Charter, che è uno dei più importanti in Europa. Ma molti gruppi, essendo sempre più legati alla dimensione del ballo, sono diventati la colonna sonora per un giro che tende a chiudersi su se stesso, a diventare asfittico. Io fin dall’inizio ho visto con orrore le serate in palestra, con un ristretto giro di persone che vanno a ballare con intendimenti accademici e quasi liturgici... Tanti ragazzi ci vanno una volta, trovano un ambiente che assomiglia alla Sala del Regno dei Testimoni di Geova e non si fanno più vedere.

Ho visto un po’ per volta riemergere questa musica come sottofondo dal sorriso beota della sagra folcloristica, per allietare il turista. Una visione minimalista. È il riflesso di una tendenza generale delle Valli, dove emerge l’esaltazione della frammentazione linguistica, una visione iper-localista, iper-passatista, sino a negare la dimensione pan-occitana del discorso.

A proposito: come giudichi le iniziative della Consulta Pro-venzale contro la legge 482?

Queste persone hanno molti agganci, non però nella realtà delle Valli, dove occupano settori assai limitati. Li hanno nei corridoi di palazzo, nelle sale d’attesa della politica. E a questo ambiente trasversale della politica possono dare fastidio i segnali di risveglio culturale e soprattutto politico degli occitani. Non a caso questo ambiente trasversale aveva osteggiato anni fa la nascita di Espaci Occitan.

Ho letto ultimamente un articolo su un giornale locale in cui si contestava l’esistenza dell’Occi-tania, con argomentazioni che un qualsiasi linguista o storico può facilmente smentire. Questa negazione dell’Occitania è presente soltanto più qui da noi. Nella stessa Provenza i provenzalisti e gli occitanisti si sono resi conto che si può benissimo collaborare. Qui abbiamo invece un’appendice retrograda del movimento felibrista, sopravvissuta a se stessa – come quando vai in un vallone e trovi qualche endemismo… vai nelle Galapagos e trovi il fringuello-picchio… questi animali che si sono evoluti in modo autonomo proprio per il loro isolamento. Questi però non sono poi stati così isolati, perché i corridoi delle province e delle Regione per chiedere finanziamenti li sanno frequentare molto meglio della tartaruga delle Galapagos. Sono funzionali a qualcuno che si è accorto che col termine Occitania potrebbe passare una maggiore consapevolezza della gente delle Valli Occitane nei confronti delle scelte politiche, o una serie di rivendicazioni a proposito della gestione dell’acqua o dei distretti elettorali.

Cosa si può fare per demistificare la loro posizione?

Certo l’Occitania c’è ed è sotto l’occhio di tutti. Io continuo a dirlo in ogni mio concerto, a Torino come a Castelmagno.

Ma queste manovre non nascono da movimenti radicati nelle Valli. Quindi esagerare con le polemiche è sbagliato e controproducente. Quando abbiamo fondato Paratge abbiamo scelto di non mettere la croce occitana sul simbolo, non perché non ci piacesse ma perché preferiamo che la gente si riconosca sui valori, sui principi e sui progetti, piuttosto che sui simboli. Spesso si è litigato più sui simboli che sui contenuti: Occitania-Provenza, grafia normalizzata-grafia mistraliana, croce occitana con la stella o senza stella… Simboli grafici. È una cosa da capponi che litigano. I problemi rimangono, e queste beghe sono sempre più separate dalla realtà della nostra gente. Che poi cosa fa? Guarda la televisione e vota Forza Italia al 40%.

Hai parlato di Paratge, il laboratorio politico fondato da Mariano Allocco, da te e da parecchi altri. Come vi state movendo?

Si lavora soprattutto cercando di aggregare il maggior numero di persone. Facciamo riunioni in tutte le Valli, dalla valle di Oulx a quelle meridionali. Ci stiamo concentrando soprattutto sulla Festa di Paratge, che si svolgerà dal 5 al 7 luglio a Pradleves, in valle Grana. Ma nelle Valli ci sono grossi problemi per chi decide di fare politica in modo non televisivo, per la stessa conformazione del territorio.

Quali sono le battaglie politiche più immediate di Paratge?

Ne cito una: la creazione di una circoscrizione elettorale occitana. È la cosa più importante, mandare i tuoi rappresentanti…

È un obiettivo realistico?

Sì. Ma la battaglia deve passare attraverso il coinvolgimento della popolazione. Non vogliamo fare un lavoro di corridoio, ci sono già tanti che lo fanno. Bisogna porre le persone di fronte a certe evidenze, ai danni che provengono da scelte politiche ostili o indifferenti alle Valli. 

Tra pochi giorni Espaci Occitan inaugura un altro importante pezzo del suo progetto, il Museo sonoro della lingua occitana. Ci sarà anche il concerto de Lou Dalfin. Due parole su Espaci Occitan.

Spero che incominci a funzionare, che diventi uno strumento per la popolazione delle Valli Occitane. Non un potere da occupare ma un organismo che lavori effettivamente su progetti, con le persone che stanno già lavorando per la cultura del territorio. Sempre più inserito nel tessuto sociale delle nostre Valli.

Quando è stata approvata la legge 482 si sentivano discorsi trionfalistici, sembrava che avessimo preso la Bastiglia. Io ho scritto: questa legge è passata sulla base di un effettivo movimento di opinione – raccolta di firme, mobilitazioni, ec. – oppure è calata sulla società delle Valli in un modo non tanto diverso dalla legge sulle cinture di sicurezza o sui cappellini per i negozi di alimentari?

Probabilmente l’analisi giusta è quest’ultima. Ma d’altra parte questo sembra il destino della nostra minoranza, per la quale i progressi non sono mai, almeno apparentemente, maturati dal territorio, bensì sono piovuti dall’alto, come se il territorio avesse ogni volta dovuto adattarsi a un’identità che gli veniva riconosciuta dall’esterno…

È paradossale. Mi guardo attorno e continuo a interrogarmi su questo. Ma continuo anche a interrogarmi sulla mia voglia di impegnarmi e di intervenire. Continuo a crederci, a vedere dei segnali che mi confortano, a tessere la mia tela… 

L’occitano come lingua ufficiale alle Olimpiadi 2006 di Torino. È una battaglia che ti entusiasma?

Giustissima. Però mi sembra che si cerchi sempre di cavalcare questi grandi eventi, questa visibilità mediatica. Ma quando ti accorgi che dietro c’è così poco, ti senti un po’ ridicolo. Non cerchiamo di spacciarci per la Barcellona del 1992, di far credere che sia il territorio ad avanzare queste rivendicazioni. Guardiamo alla nostra situazione reale. Anche Espaci Occitan ha sempre privilegiato i rapporti con realtà istituzionali e lontane, la Catalogna, la Val d’Aran, l’immagine esterna…

Io la gran parte del mio lavoro, nel mio piccolo, l’ho fatta per dare consapevolezza al territorio in modo naturale. L’ho cantato nelle piazze, nelle strade, l’ho detto a tutti quelli che potevo. Per quanto riguarda la musica questa consapevolezza si è diffusa. Ma prima ho studiato la musica, sono andato a insegnarla ai ragazzi delle Valli. Non ho cercato subito l’Eurovisione. Berlusconi riesce a passare sulla testa della gente. Ma il nostro compito è un’azione politica più mirata al territorio. Senza cadere nell’errore opposto, che è l’iper-localismo di cui parlavo prima. Cerchiamo di trovare un equilibrio.

Nell’ultimo numero di O.V. Dario Anghilante ha prefigurato il rischio che l’occitano tra qualche anno si riduca a una lingua di facciata, avulsa dalla vita quotidiana. Ma se una lingua ha un valore solo più simbolico, che senso ha ancora difenderne la differenza?

Basta guardarsi intorno per capire che questa analisi non è buttata per aria. È importante allora applicare la legge 482 per formare delle persone che formino. In questo senso è forse mancata sinora una strategia per la formazione degli insegnanti. Perché la difesa della lingua deve passare attraverso la scuola. Pensiamo alla realtà basca: là è facile trovare i genitori che parlano lo spagnolo e i figli che parlano il basco. Quindi non tutto è perduto. Per troppo tempo si è ragionato a schemi: c’è una lingua, quindi c’è un’etnia, quindi bisogna adottare certe regole ec. È l’errore che abbiamo fatto, un atteggiamento settario, schematico, messianico. Ora possiamo permetterci di correggerlo. L’importante è non essere troppo ottimisti né troppo pessimisti. Fare il proprio lavoro, senza un giorno dire che è tutto rose e il giorno dopo che è tutto spine. Continuare a fare il proprio lavoro, con umiltà, ognuno nel proprio campo.

a cura di Diego Anghilante

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 05- mai 2002 - N° 267