|
Question de lenga La vacheto Floureto a la founteto |
![]() |
Si parla sempre
piú, giustamente, di tutela delle lingue minoritarie, e della possibilità di
inserire, nei programmi d’insegnamento scolastici delle aree interessate, ore
dedicate a tali favelle. Propositi sacrosanti, cui si dedicano convegni, dibattiti,
interventi varii. Accademici su cui ci sarebbe molto da (ri)dire, o politici
su cui è meglio stendere un velo di dignitosa indifferenza si accalcano a dire
la loro autorevole parola in merito, scoperchiando, in tal modo, il loro personale
vaso pandoreo che a tutti indica solo due cose: o che costoro parlano a vanvera
e di cose che non conoscono, oppure che sono dei millantatori, e ci credono
tutti amenti.
Parlando di lingua
d’òc, occitana, o solo e unicamente provenzale (e taluni pensano poi che, al
di fuori della cerchia famigliare del boss montano, la gente lassú parli veramente
un’altra lingua rispetto ai montanari d’oc delle altre vallate… Grazie per la
confusione! Grazie, soprattutto a chi vi certifica con la sua ponderosa presenza
fraterna…), si pensa al suo insegnamento e si citano vergognose scuolette a
conduzione tradizionalmente famigliare, in cui anche gli allievi sono di famiglia
o sono importati da fuori, ove suonano le sdolcinerie di Vincenet e di Mirèio,
le millanta babbionate su masques e sarvanots o due o tremila proverbi locali
e qualche nome di pianta, animale e silvagricoleria di contorno in vernacolo
particolare. Dei proverbi, devo essere sincero, me ne piace uno assai. Non lo
insegnano ai bimbi, ma è un detto tradizionale e (per un misogino come me) sacro:
l’ome al deou mac gardase da tre coze: dal troun, da la guèro e dal pertus qu’al
beico per tero! (nel mio caso è quest’ultimo che si guarda da me, in verità…)
Ora è evidente
che o siamo tutti dialettologi e folcloristi e ci appassioniamo a dette cose
degnissime, relegando però la lingua in oggetto a un ruolo limitatissimo, quasi
essa fosse un fragilissimo insettino esotico superstite da esibire in una macabra
danza sui tempi che furono, in una ridda di vacche, fame, sudori, valori… Oppure
siamo degli usancièrs che vogliono onorare il loro nome e ci troviamo in un
mare di difficoltà…
Salvare la lingua
d’oc vuol dire anche conoscerla quel tanto da non ruminare come bovini davanti
a registri linguistici che travalicano le visioni da stalla e i biascicamenti
delle nonne ottocentesche accucciate davanti al fuoco.
Certo, anche a
me piacciono di piú le fole –anche se ne parlo sempre con astio–, ma penso che
sia giunto il momento di smetterla di contare delle cucche pietose!
Quanti improbabili
cultori della lingua d’òc mi han confidato “se la se pol moustase l’Ousitan,
mi la me piasarìo propi d’anar moustalou!”. Ma quale? cosa? come? Alla maniera
dei miei carissimi e amati amici della comba: senza grammatica, con filastrocche
sull’orso Petou e sulla founteto enté vai beoure la vacheto Fioureto? Come?
Parlando solo ed esclusivamente (e in una lingua ben piú artificiale di quella
che essi imputano agli occitanisti) di cose da felibrejado? Tanto ci sono già
l’Italiano e il Francese per esprimere altro! Bèlo mantenenço, mèstre Ambroi!
È proprio quell’altro che segna il discrimine tra l’uso della lingua viva e
un bofonchiare sommesso (e sconclusionato) da riserva indiana!
Luca
Quaglia
OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 04- april 2002 - N° 266