Per un’estòria religiosa de l’Occitània/24

Tholozan, Narbona, Catalenh, Pra’ de Boni...
L’eresia nei toponimi delle Valli Occitane

Dopo aver affrontato nelle puntate precedenti la presenza dell’eresia nelle nostre valli vogliamo ora parlare di quanto può essere rimasto  di queste presenze nella memoria e nella cultura delle popolazioni locali, e di quanto può risultare da toponimi, nomi di famiglia, usanze. In mancanza di fonti scritte, sia ufficiali che di privati, dobbiamo però limitarci alle ipotesi, nella speranza che qualche lettore voglia intervenire con suggerimenti, nuove ipotesi o correzioni.

Il primo esempio che può in qualche modo far pensare alla presenza di Catari nelle nostre valli è il  nome Tolosa, presente nei cognomi Tholosa, Tholozan, Tolosano, e anche come toponimo nel comune di Marmora (valle Maira), ove esiste una borgata Tolosano. Sappiamo che dopo la caduta di Montségur, nel 1244, molti linguadociani fuggirono dalle violenze della crociata. Molti dalle città si rifugiarono in località appartate, la maggior parte cercarono scampo in terre lontane, alcuni in Lombardia, come allora veniva denominata l’Italia settentrionale, ove preesistevano gruppi organizzati di eretici. E’ probabile che, nel lungo cammino, molte famiglie si siano  fermate in località delle Alpi occidentali, dove le condizioni promettevano un futuro più tranquillo. D’altra parte i  paesi ove compare il nome  Tholosa o Tholozan sono vicini a valichi già frequentati all’epoca, come il Colle della Maddalena in valle Stura e quelli del Sautron e del Maurin in val Maira.

Errato sembra essere invece l’accostamento all’eresia del nome  di una piccola borgata ormai disabitata della Valle Grana, Narbona, poiché il toponimo, nella parlata locale, risulta essere L’Arbouna,  con tutt’altri riferimenti  eccetto quello alla famosa città del sud occitano (1). Il nome locale è sicuramente più affidabile dal punto di vista della nostra indagine, e la trasformazione subita nell’italianizzazione potrebbe essere dovuta a semplice ricerca di semplicità da parte di funzionari dello Stato.

Esiste peraltro un caso particolare di toponomastica che può attirare la nostra attenzione: in quel di Saliceto, paese dell’alta Langa ai confini dell’area piemontese con quella ligure, al di fuori comunque  dell’area occitana, esiste una frazione denominata Catala-ni. Ho incontrato questa informazione leggendo un bel romanzo di uno scrittore locale, Guido Araldo (2), che di questa frazione è originario. Da Araldo ho potuto appurare che la denominazione locale è Cataran, che può far pensare a presenze Catare, e fu italianizzata in Catalani, a suo dire, da geografi fiorentini incaricati di registrare la toponomastica locale. Esiste peraltro, proprio nella zona del paese, una montagna il cui nome, non citato sulle carte, è  Jan Pèire,  denominazione che poco ha a che vedere con l’area culturale linguistica  piemontese-ligure della zona,  e che pertanto si potrebbe pensare come importata. E’ facile a questo punto pensare all’insediamento di eretici provenienti dall’Oc-citania, ma resta difficile capire, senza documentate fonti storiche, come questi si siano insediati proprio in una località molto vicina ad una grande via di comunicazione dell’epoca, la Via Magistra Langarum di cui già abbiamo parlato (3),  frequentata fra l’altro anche per pellegrinaggi, con il pericolo di essere scoperti.

Una situazione quasi identica si presenta nella zona di Boves, ove esiste una borgata Catalenh (4).  Anche in questo caso non si hanno notizie né memorie recenti. Ovviamente non ha molto senso parlare di presenze Catalane  nella zona.  Pure qui ogni ipotesi è aperta. Per non allontanarci troppo, problema simile  è stato posto in un recente  libro sulla Bisalta (5) in cui viene fatto un esaustivo esame della cultura, della storia, della fauna e della flora nelle valli attorno a questa imponente montagna. Tomaso Cavallo, di origine peveragnese, in un breve capitolo dedicato a Pradeboni,  arrischia un’ipotesi sull’origine del paese: Pra’ de Boni, non può essere sicuramente fatto risalire alla fertilità o alla bontà dei terreni, fa piuttosto pensare a dei Boni intesi come famiglia, o a un qualche gruppo di Boni Homines medioevali, ovvero, guarda caso, ai nostri amici Catari. L’autore sa benissimo di fare una congettura assolutamente azzardata, ma d’altra parte, quando le fonti storiche non supportano, è bello usare la fantasia  immaginandoci lontane origini. Anche qui siamo vicini ad una via importante di comunicazione, il Col di Tenda, ma nello stesso tempo siamo appartati e nascosti dalle pendici della Bisalta. Tutto sarebbe perfetto (scusatemi l’involontaria ironia!) se non fosse che l’area di Pradeboni quasi sicuramente all’epoca era sotto l’influenza, se non di proprietà, della Certosa di Pesio, fondata  nel 1173 con una donazione dei consignori di Morozzo ai frati certosini.  Del resto la Valle Pesio e le zone vicine sono forse le uniche  in cui non si ha traccia documentata di presenze  ereticali nel periodo che va dal XII al XIV secolo, e i roghi di cui si hanno notizie in Peveragno nel XIV secolo e nel seguente si riferiscono probabilmente a gruppi di origine valdese.

Facciamo ora un balzo verso Bellino, in val Varaita. Un libro non recente di Jean Luc Bernard (6) analizza, fra i  molti altri aspetti della cultura del paese, l’aspetto religioso nella vita della comunità. Contra-riamente ai montanari delle valli vicine, i Bellinesi non conoscevano l’allevamento del maiale, e non utilizzavano, se non eccezionalmente, prodotti di origine animale, ad eccezione del latte. Non sembra essere un aspetto dettato dalla povertà, quanto piuttosto una vera e propria forma di alimentazione vegetariana. Non erano inoltre conosciuti procedimenti di concia delle pelli, né di conservazione della carne. Alcuni atteggiamenti nella vita di tutti i giorni sembravano rifarsi in effetti, anche se molto alla lontana, alla cultura dualistica dei Catari; mi riferisco, sempre seguendo le orme del Bernard, all’estrema discrezione delle donne in stato interessante,  alla concezione fatalistica nell’accettazione delle avversità, anche le più dure. Viene da pensare all’atteggiamento della cultura catara, ove l’individuo si sentiva in balìa di Dio, o meglio del Diavolo, ma con una sorta di forza interna, dovuta alla consapevolezza di essere in qualche modo privilegiato, in quanto comunque  consapevole delle proprie possibilità di salvezza. Sono tutti piccoli particolari, insignificanti forse di per sé, ma  importanti se considerati nel loro insieme. Il primo parroco a Blins sembra esser arrivato attorno al 1380. Che ne è, dal punto di vista religioso, dell’epoca precedente? 

Paolo Secco

                                               

(1) Novel Temp n°18,  R. Lombardo, “Appunti sulla peculiarità del dialetto occitano di L’Arbouna”

(2) Guido Araldo,  “Prèscricia – La pietra scritta”  Editoriale Le Stelle, Millesimo, 2000.

(3) Ousitanio Vivo n°249, ottobre 2000,  “Gli eretici di casa nostra: Monforte”

(4) Fonte: Fausto Giuliano di Boves/Rivoira.

(5) Tomaso Cavallo, “Pradeboni, rifugio dei Catari”  in: “Bisalta, una grande montagna” AAVV a cura di N. Villani, Ediz. Primalpe – Blu, Peveragno 2000, pagg. 70-71.

(6) Jean Luc Bernard,  “Nosto modo – Testimonianze di civiltà Provenzale Alpina a Blins” Ediz. Coumboscuro, Busca, 1992.

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 4 - april 2002 - N° 266