Il
pericolo del monolinguismo
La proposta di un nuovo comma all’articolo 12
Le ragioni di preoccupazione
risiedono nelle motivazioni che accompagnano le diverse formulazioni di questa
proposta. In quelle sottoscritte dai parlamentari di AN essa viene presentata
come una necessità allo scopo di rinforzare l’identità e l’unità nazionale per
bilanciare le riforme “federalistiche” in atto. Se ne deduce che tali riforme
sono considerate un potenziale pericolo al quale bisogna fare fronte e che,
nonostante gli euro in tasca e la diffusa condivisione di almeno un po’ di europeismo,
non esiste altro orizzonte possibile di quello della nazione “una d’arme, di
lingua, d’altare”. Il riferimento non è, come sarebbe auspicabile nel terzo
millennio, la cittadinanza, linguisticamente neutra e quindi anche plurilingue
e pluriculturale, ma la nazionalità che si presume monolingue: non il demos
italiano, ma l’ethnos italiano; non la comunità di cittadini, ma la tribù di
connazionali “naturali” e assimilati a forza. Ciò si configura come una vistosa
“marcia indietro” non solo sulla strada dell’unità europea (che ha tra i suoi
caposaldi proprio “cittadinanza”, “eguaglianza di diritti” e “diversità di culture”),
ma anche più in generale su quella della democrazia sostanziale, che riconosce
le proprie fondamenta in eguaglianza e pluralismo e nelle sue garanzie e nel
suo riconoscimento trova la propria finalità, la propria pratica e la propria
stessa esistenza.
C’è abbastanza
di che essere preoccupati. A questo va aggiunto che quelle di AN non sono le
uniche proposte a favore della costituzionalizzazione dell’italiano “lingua
ufficiale della Repubblica”, bensì ve ne è un’altra il cui primo firmatario
è il verde Marco Boato. Le motivazioni sono le medesime, in più si giustifica
l’eventuale nuovo comma della Costituzione anche con l’entrata in vigore della
Legge di tutela delle minoranze linguistiche storiche: proprio quella Legge
482 che, solo dopo oltre un cinquantennio dall’entrata in vigore della Costituzione,
prova finalmente ad applicarne l’articolo 6 e nella quale, paradossalmente e
a testimonianza di quante resistenze trovò la sua approvazione in Parlamento,
è riconosciuto lo status della lingua italiana.
L’italiano è già
lingua ufficiale per legge e soprattutto di fatto, oggi come ai tempi dell’Assemblea
Costituente, che infatti non ritenne necessario occuparsene. L’eventuale nuovo
comma dell’articolo 12 è dunque inutile, pleonastico: sia nei confronti dell’Europa
dello strapotere dell’inglese, sia all’interno dello stato italiano. Nel primo
caso va ricordato che la lingua italiana è uno degli idiomi ufficiali delle
istituzioni europee. Nel secondo, invece, va ribadito che tutelare le minoranze
e promuoverne le lingue non significa eliminare l’italiano, ma conferire ad
esse lo status e gli strumenti necessari affinché all’interno delle comunità
interessate esse possano affiancare l’italiano con pari dignità.
Costituzionalizzare
l’italiano “lingua ufficiale della Repubblica” trascurando di riconoscere come
co-ufficiali a livello locale o regionale le lingue delle minoranze, come avviene
nell’ordinamento spagnolo (in questo senso un buon modello di democrazia linguistica),
non solo non giova all’italiano ma è profondamente pericoloso per la sopravvivenza
stessa delle lingue “altre” del nostro Paese.
E’ esemplare la
situazione dello stato francese, nella quale l’assoluto monolinguismo è un principio
costituzionale che impedisce qualsiasi politica di tutela delle lingue minorizzate,
che sono sempre più in difficoltà, come denuncia l’UNESCO e fa notare anche
l’istituto statale di statistica. Per questo diversi partiti e movimenti (lo
hanno rilevato già tempo fa i Verdi e a metà aprile si è sbilanciato sull’argomento
anche lo stesso Jospin) hanno espresso la convinzione della necessità di abrogare
l’articolo 2 per il quale “il francese è la lingua della Francia”.
Marco
Stolfo
OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 04- april 2002 - N° 266