La lingua della Danza macabra
Uno studio sugli affreschi della cappella di San Pietro a L’Armo (val Maira)

La lingua dei dialoghi

I dialoghi della Danza macabra sono anche dei documenti linguistici sulla valle Maira alpina, in un periodo, il ‘400, per il quale non disponiamo di nessuna testimonianza sulla lingua popolare. In quale lingua sono stati scritti?

Le citazioni hanno dimostrato al lettore che non si tratta di una forma antica dell’occitano parlato ad Alma, bensì di una varietà abbastanza pura di francese, ben riconoscibile malgrado la sua grafia sia evidentemente diversa da quella del francese odierno.

I tratti linguistici assolutamente estranei al francese sono pochi: qualche finale in-a al posto di -e (meyna, guerra, santa via), e -or al posto di -eur (honor, enperor), qualche parola (stait, noit, chaval, vos se). Più che di un linguaggio misto si tratta piuttosto, semplicemente, di un francese in cui è sensibile l’influenza delle parlate gallo-romanze di questa parte del Piemonte, l’occitano e il piemontese. Questi tratti dialettali rimangono discreti e non modificano l’aspetto generale del messaggio.

Le poche frasi dell’affresco della Fonte della Giovinezza del castello della Manta sono anche loro redatte in un francese colorato di voci dialettali: “Se tu ne laises la botegla, je ti dunray desus l’oregla”.   

Dobbiamo stupirci che i dialoghi della cappella di San Pietro non siano redatti nella lingua del posto, l’occitano? In realtà la domanda dovrebbe essere; per chi sono stati dipinti questi dialoghi?

Certamente non per il pubblico locale della Valle Maira medievale, quasi completamente analfabeta, ma piuttosto per i viaggiatori, pellegrini o mercanti in transito tra Francia e Piemonte, come forse lo era il pittore stesso, e la cui lingua non era necessariamente l’occitano!

Predicazione popolare nelle Alpi

Una frase di Huizinga potrebbe riassumere ciò che la Danza macabra della Valle Maira ci ha rivelato sulla fine del Medioevo.

“La religione aveva da sempre stampato nelle menti l’idea costante della morte, ma i trattati religiosi delle epoche anteriori raggiungevano solo quelli che si erano gia ritirati dal mondo.

Con gli Ordini mendicanti, la predicazione popolare si estese e alla parola del predicatore si aggiunse una nuova rappresentazione, l’incisione su legno, che penetrò tutti i ranghi della società”.

Ad Alma la ripresa su affresco della Danza macabra ha infatti consentito di diffondere ad un pubblico più esteso, e per diversi secoli, una visione della morte che l’incisione su legno aveva fatto arrivare fino al cuore delle Alpi, ma la cui diffusione rimaneva ristretta e su un supporto deperibile.

A tutto questo conviene aggiungere due precisazioni. Innanzitutto, nelle nostre Alpi, la predicazione popolare non fu solo opera dell’ordine dei francescani, ma anche dei barba valdesi. Essi tradussero ampiamente o adattarono nella lingua del popolo, l’occitano, i trattati religiosi cattolici del loro tempo, e in particolare ciò che si rapporta al “Despreczi del Mont”.

Rimandiamo il lettore interessato all’articolo “De las peaas a la chalaa: la littérature vaudoise médiévale” su questo giornale (dal n° 207 a n° 210), che presentava appunto il testo valdese “De la mort”: “Ont son li rey e li princi e li emperador? Ont li ric e poysant omes d’aquest segle? Ilh son tuit passò coma una ombra, e son envaneci coma soyme de la noyt, e coma la flor de fen”.

Come gli occitani della valle Grana, per i quali “parlar es preicar”, i valdesi avevano capito che, secondo l’etimologia, “predicar es preicar”.

Infine, si deve notare che questa ondata di predicazione popolare nelle Alpi alla fine del Medioevo è solo un elemento di un vasto movimento di (ri)cristianizzazione delle aree marginali. Il mondo contadino delle montagne era stato a lungo abbandonato dalla Chiesa, e la religione popolare che si era sviluppata per rispondere ai bisogni delle comunità si era notevolmente allontanata dalle pratiche ufficiali.

Nel ‘400, mentre si sviluppano la predicazione francescana, e vengono costruite chiese e cappelle decorate di affreschi che diffondono il messaggio cristiano della salvezza, cominciano anche - e la coincidenza cronologica non è evidentemente casuale - i procedimenti contro le pratiche religiose alpine popolari, qualificate di stregoneria o di magia bianca.

Comincia un altro ballo della morte, che in questo caso si conclude con il rogo, il patibolo o l’annegamento, e che colpisce Henriette di Belins nel 1444, Jeanne Garcin d’Exilles nel 1424, Margue-rite Allemand di Château-Dauphin nel 1446... Pochi nomi presi tra le centinaie di condanne nei processi di stregoneria del Delfinato nel ‘400.

Ma questo è un’altra storia, che altri potranno raccontare.

Jean-Michel Effantin

2 / fine

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 03- mars 2002 - N° 265