Per un’estòria religiosa de l’Occitània/23

“Ad explorandum ibi hereticos”
Eretici a Cuneo e Bernezzo tra ’200 e ’400

“Queste nostre valli negli anni fra la fine del 1100 e la seconda metà del 1200 sono state teatro di una delle più grandi trasmigrazioni di perseguitati religiosi di tutto il medio evo.”  Con queste parole  Aldo Alessandro Mola, in un suo articolo,  presenta la situazione della montagna occitana nel periodo  in questione. I Catari qui arrivati non avevano ovviamente alcun minimo interesse a farsi notare troppo,  il loro stile di vita rimase,  per così dire, di basso profilo, cercarono anzi in molti casi l’integrazione con le popolazioni locali, facilitati anche dalla comunanza della lingua.

Più facile invece è trovare qualche notizia nelle città, ove l’attività delle autorità inquisitoriali fu sicuramente  più vasta e   documentata.  Si legge fra l’altro di un certo Pietro di Beuila, di Avignone,  a lungo vissuto nell’allora Lombardia, tornato a casa ed imprigionato nel 1278 che, sotto interrogatorio, racconta di aver abitato, trent’anni prima, per ben sette anni a Cuneo, ospite di correligionari, e di aver lì incontrato numerosi  fedeli Catari provenienti da Tolosa, da Moissac e da altre zone devastate dai crociati. Fra questi un certo “Bertrandus de Avinione fugitivus”, che qui viveva proprio grazie ai denari avuti per l’occasione dai signori di Tolosa. Rientrava sicuramente nella politica della nobiltà  della Francia meridionale coprire e finanziare i propri dissidenti, almeno quelli più conosciuti,  favorendone il passaggio in terre meno pericolose, in modo da assicurare la continuità dell’idea centrale attorno alla quale si era da poco svolta la pagina più drammatica della storia delle province occitane, passate dalla squisita civiltà e cultura trobadorica agli orrori della guerra e al dominio della rozza e incolta nobiltà nordica.

Negli anni successivi alla presa di Montségur  (1244), i fuggiaschi divengono un flusso continuo ed ampio, ricco di conseguenze sul piano politico-economico nello sviluppo dei comuni padani. Cuneo, sorta nel 1178 allo sbocco delle valli alpine, diviene fra il 1243 e il  ’58 un centro attivo dell’eresia catara. Ricorre il nome di un tale “Aldricus, filius Raimundi de Caramano”, che afferma di essere venuto con alcuni compagni di fede ad “Acho-nium”, ovvero Coneum – Cuneo, per ripartire dopo poco tempo in direzione di Alessandria e di Pavia, da cui più tardi ritornò, sempre passando  per Cuneo,  in Occi-tania francese. Questa situazione di tolleranza è dovuta, sembra,  alla protezione loro accordata dalla ricca borghesia locale, che vede di buon occhio i rapporti che i Catari intrattengono con altre città  della pianura, e non solo per motivi economici, ma soprattutto per l’orientamento politico che alcune città della Padania rappresentavano.

Non è affatto casuale che mentre cresce il potere politico-economico della borghesia i Catari siano lasciati liberi di professare il loro culto, con l’unico limite della salvaguardia dell’ordine pubblico. Cuneo riveste a quei tempi la qualifica di libero comune, piccola Villa aperta ai rifugiati e ai dissidenti religiosi.(1). Nel 1258 i nuovi statuti cercano di limitare l’influenza in città dell’Abate di Borgo S. Dalmazzo: in pratica i Cu-neesi decidono di rifiutare il pagamento delle decime, dei pedaggi e  di tributi vari,  sottraendosi così al potere del clero locale. Il Vescovo ovviamente non può che rispondere chiedendo soccorso, e dichiarando la città di Cuneo “ribelle”(2). Tutto ciò ebbe fine dopo il 1259, quando un trattato consegnò la città nelle mani di Carlo d’Angiò, marito di Beatrice, figlia di Raimondo Beren-gario di Provenza, che nell’Occitania francese, già martoriata dalla crociata contro gli Albigesi,  si era distinto per la severità contro gli eretici di ogni tipo. Carlo d’Angiò riprese infatti poco dopo, nel 1264,  prima di essere incoronato Re di Napoli dal Papa,  le sue persecuzioni in Provenza e al di qua delle Alpi.

È forse in questo periodo che si può ipotizzare uno spostamento degli eretici sulle montagne, nelle valli più inaccessibili e meno esposte a visite degli uomini di chiesa. Il d’Angiò nel 1269 scrive al Papa chiedendo aiuti per gli inquisitori nelle terre di Francia e domanda che ne vengano mandati anche in “Lombardia”, tra cui  Cuneo, “ad explorandum ibi hereticos”.

Il Re in realtà era fautore di uno stato sostanzialmente laico e autonomo. Non era pertanto interessato all’aspetto religioso della dissidenza, ma voleva evitare problemi con comunità troppo indipendenti.

In qualche caso gli eretici furono condannati e bruciati sui roghi  solo quando rappresentavano un simbolo di libertà di fronte agli occhi di tutti. Negli altri casi invece  moltissimi furono i Catari condannati a  pene pecuniarie o all’esilio.

E’ questo il motivo per cui nei secoli successivi il Catari-smo, nelle sue forme ed evoluzioni diverse, continuò comunque ad esistere, seppur nell’anonimato, nelle terre del cuneese. Circa due secoli dopo, infatti,  verso i primi anni del ‘400, una comunità in cui esistevano eretici,  Bernezzo,  paga una pena di  milleduecento fiorini,  somma enorme per l’epoca,  a Ludovico d’Acaja, perché “incolpabantur plures hereses facisse et  plura mala contra fidem catholicam comisisse”(3).

Fra il 1441 ed il ’42 i frati inquisitori Bernardo Pietro e Lodovico Socino procedono di nuovo contro la comunità di Bernezzo: ventidue eretici considerati “relapsi”, ovvero recidivi, vengono trascinati a Cuneo e bruciati sul rogo. E’ da notare come vengano chiamati “Gazari”, sinonimo di Catari. I loro beni furono ovviamente confiscati, senza che però nulla ne venisse al comune di Cuneo, con gran dispetto dell’allora esattore Lorenzo Rabacino che su questa questione lasciò alcune annotazioni nei suoi resoconti ufficiali delle imposte(4). Capitò allora che gli abitanti di Bernezzo, sentendosi a torto o a ragione alquanto perseguitati,  ricorsero alla protezione del papa Callisto III contro gli inquisitori.

Gli Stati Generali  del 1478 si pronunciarono violentemente contro le esagerazioni e la severità assurda di questi frati, chiedendo che si provvedesse affinché ad essi fosse sempre in futuro affiancato un certo numero di cittadini fidati, affinchè non venisse oltrepassato il limite del diritto vigente. Ciò permise comunque di lasciare nei secoli il segno di una cultura religiosa poco incline alle rigidità della dottrina ufficiale, ed aperta a futuri influssi di altre fedi eterodosse.

            Paolo Secco

            (continua)

(1) A) Giuseppe Boffito Giuseppe,  “Gli eretici di Cuneo”  in BSBS n.VI°, 1896.     B)  Ferdi-nando Gabotto, “Roghi e vendette. Contributo alla storia della dissidenza religiosa  in Piemonte prima della Rifor-ma”,  Pinerolo, 1898.     C)  Piero Camilla, “Cuneo 1198 – 1382”  BSSSAA Provincia di Cuneo,  Cuneo, 1970.

(2) Deliberazione del Capitolo dei Monaci. 14  IX  1258.

(3) “Erano stati incolpati di numerose manifestazioni ereticali e di aver commesso molte male-azioni contro la fede cattolica”  Ne parlano Boffito e Gabotto  (vedi nota 1) riferendosi ad un anonimo “Croni-con” della città di Cuneo.

(4) In quella che è considerata la prima cronaca di Cuneo l’avvenimento viene raccontato, senza alcun commento,  da Giovanni Francesco Rebac-cini (?), figlio forse di quel Lorenzo Rabacino, già citato, esattore all’epoca dei fatti.

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 3- mars 2002 - N° 265