Israele e il terrorismo
L’equivoco del “ciclo di violenza”

Solo nel giro di 24 ore, tra sabato e domenica scorsi (2 e 3 marzo 2002), sono stati uccisi 21 israeliani in quattro atroci attacchi terroristici palestinesi. Nella notte di sabato 2 marzo, a Gerusa-lemme, un attentatore suicida si e fatto esplodere vicino ad una sinagoga dove, al termine dello shabbat, un gruppo di donne con i loro bambini aspettavano l’uscita dei mariti. Tra le vittime v’era un’intera famiglia: 2 bambine di 7 e 3 anni con i loro genitori e il cugino di 5 anni. La mattina seguente un cecchino palestinese ha aperto il fuoco su civili e soldati ad un posto di blocco uccidendo 10 persone. Entrambi gli attentati sono stati rivendicati dalle Brigate di Al Aksa, gruppo armato legato a Fatah, la fazione di Arafat. In aggiunta, in altri due attacchi, cecchini palestinesi hanno ucciso un ufficiale di polizia e un soldato israeliani. I due omicidi sono stati rivendicati da Tanzim e dalla Jihad Islamica.

Qusti attacchi non hanno nulla a che vedere con le recenti operazioni israeliane di anti-terrorismo nei campi profughi di Balata e Jenin, che hanno consentito lo smantellamento di strutture terroristiche e l’arresto di ricercati. I terroristi palestinesi hanno compiuto numerosi attacchi prima e dopo le operazioni israeliane, con e senza le azioni delle forze di difesa d’Israele.

Fortunatamente, alcuni di questi attacchi sono stati sventati come nel caso della attentatrice suicida palestinese che si è fatta saltare in aria ad un posto di blocco mentre cercava invano di attraversarlo per andare a colpire in qualche città israeliana. E come il palestinese armato di fucile arrestato ad Haifa, appena pochi minuti prima che si apprestasse a sparare sulla folla. Questi eventi smentiscono il falso “mito” creatosi fra l’opinione pubblica secondo cui la crisi mediorientale sarebbe vittima di un inarrestabile e incomprensibile “ciclo di violenza”. A ben vedere, ci sono diversi motivi e prove che inducono a ritenere che non vi sia nessuna dinamica “ciclica”, ma una chiara strategia palestinese volta a seminare terrore indiscriminato tra gli israeliani.

In primo luogo, se questo “ciclo di violenza” esistesse veramente, la cessazione di ogni operazione israeliana dovrebbe condurre ad una calma assoluta. Al contrario, i fatti dimostrano che il terrorismo palestinese colpisce senza soluzione di continuità, a prescindere dalle azioni o contromisure delle forze di sicurezza di Israele. La mistificazione circa la spirale di violenza si è resa particolarmente evidente nel giugno 2001 quando, in seguito all’attacco suicida in una discoteca di Tel Aviv che causò la morte di oltre venti adolescenti israeliani, il governo non prese alcuna contromisura, nel rispetto del cessate il fuoco unilaterale dichiarato da Sharon. Intanto, dall’altra parte si continuò a colpire. Oggi come allora, il terrorismo palestinese non conosce tregua e agisce indipendentemente dalle mosse israeliane di legittima autodifesa.

Contraria-mente a quanto affermano, i terroristi palestinesi non agiscono contro gli israeliani presenti nei territori.

La campagna del terrore palestinese è indiscriminata: nel mirino ci sono tutti i cittadini israeliani, ovunque si trovino. di qualunque età, origine, sesso e appartenenza sociale. Così come l’incitamento alla violenza non conosce distinzioni, istigando all’odio e alla eliminazione di ogni ebreo e di ogni israeliano in quanto israeliano.

Il presunto meccanismo di azione-reazione che caratterizzerebbe il “ciclo di violenza” non presenta alcuna simmetria dal momento che appare per lo meno ingiurioso mettere a confronto le operazioni di antiterrorismo israeliane, dirette esclusivamente contro terroristi patentati, con gli attacchi palestinesi che hanno invece come bersaglio civili, adolescenti, madri e bambini in fasce.

A quanti vorrebbero farci credere l’esistenza di una catena di “reazioni palestinesi” alla presenza israeliana nei territori, vale la pena ricordare non solo che dal 1995, con la creazione di un’Autorità Palestinese indipendente, i palestinesi controllano il 98% della loro popolazione, ma che il terrorismo è stata sempre un’opzione valida per Arafat. Prima e dopo la guerra del 1967, con e senza i territori. Persino di fronte all’offerta dell’ex Primo Ministro Barak dell’estate del 2000 di favorire la nascita di uno stato palestinese su praticamente tutta Cisgiordania e Gaza, persino allora Arafat ha scelto la strategia del terrore invece di quella del negoziato. È difficile prevedere quale pace potrebbe scaturire da una situazione in cui con il diktat della violenza i palestinesi cercano di costringere Israele a concessioni unilaterali fino a che Arafat non sia soddisfaffo.

Ben lungi dal bloccare i meccanismi di un improbabile “circolo vizioso’, c’è un solo modo per fermare la violenza: che Yasser Arafat smetta la sua uniforme militare e decida di comportarsi da leader politico. Israele da parte sua può solo cercare di limitare i danni del terrorismo. Come ogni altro Stato democratico al mondo, è chiamata ad agire per difendere la vita dei suoi ciffadini, sventando futuri attacchi e abbattendo le infrastrutture del terrore. Dal momento che gli attentati vengono rivendicati da organizzazioni quali Tanzim e Brigate di Al Aksa, che notoriamente altro non sono che gruppi armati dipendenti da Fatah, la fazione di Arafat, la logica conseguenza è che solo Arafat, se realmente lo volesse, potrebbe rendersi di nuovo “rilevante” e mettere fine al terrore e alla violenza.

Tibor Schlosser
Ministro Consigliere dell’Ambasciata di Israele a  Roma

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 03- mars 2002 - N° 265