Intervento di
Teresa Totino, Presidente di Espaci Occitan, al convegno di Cuneo dei Federalisti
Europei
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| Teresa Totino, Presidente di Espaci Occitan |
(...) Tutti sappiamo
che il punto di partenza dei nostri diritti sta nell’art. 6 della Costituzione
che afferma: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.
Quel principio fondamentale
della nostra Costituzione trova in buona parte fondamento nella Carta di Chivasso,
elaborata dai resistenti valdostani e valdesi; quella Carta di Chivasso che,
a quasi sessant’anni di distanza, conserva per noi popolazioni alpine delle
Valli Occitane, attualità e freschezza. Un documento che aveva saputo vedere
lontano, indicando quali dovevano essere
le linee ispiratrici di una politica rivolta al nostro territorio ed alla sua
gente.
Come ben sappiamo
l’art. 6 della Costituzione, per più di cinquant’anni, non è stato attuato;
anni in cui le singole minoranze linguistiche, e gli occitani più di altri,
perdevano popolazione, perdevano la loro lingua, cambiavamo profondamente i
loro connotati sociali ed economici. Tuttavia, quelli sono stati gli anni del
risveglio, gli anni in cui gli occitani hanno iniziato a prendere coscienza
che la loro lingua non era un “patuà”, o “nosto modo”; cioè una lingua senza
neanche un nome, una parlata buona solo per la famiglia e la vita di paese,
una parlata da cui sbarazzarsi il più in fretta possibile. Gli anni in cui gli occitani hanno compreso
che la loro lingua e la loro cultura potevano essere un motore, anzi il motore
indispensabile per innescare un processo di sviluppo, uno sviluppo basato sull’identità
e per riposizionare questa porzione di territorio alpino, non ai margini
dell’Italia o del Piemonte, ma al centro dell’Europa.
Quelli sono stati
anni in cui le istituzioni hanno preso atto con lentezza e con grande difficoltà,
per non dire con diffidenza, di questo
processo. La Regione Piemonte, che pur qualche passo, almeno dal punto di vista
culturale, lo aveva fatto, elaborò, verso il 1975, una prima legge, rivendicando
il diritto di attuare l’art. 6 della Costituzione.
Allora quella legge,
nella sua prima stesura, fu fermata dal Governo, con la pretesa che l’attuazione
dell’art. 6, e quindi il riconoscimento delle singole minoranze, fosse materia
dello Stato. Stato che però era inadempiente.
Bisognerà arrivare
alla famosa sentenza n. 312 del 1983 della Corte Costituzio-nale per veder affermato
il principio che, in materia di attuazione dell’art. 6, per Repubblica si intende
lo Stato in tutte le sue articolazioni, e quindi non si può impedire ad una
regione di adottare misure di tutela delle sue minoranze linguistiche!
Quella sentenza
in Piemonte consentì di uscire dall’equivoco, permise di individuare le lingue
e le parlate da tutelare; avviò una politica culturale più coraggiosa che ha
visto in questi ultimi anni la Regione Piemonte sostenere, attraverso la sua
specifica legge, le iniziative più o meno significative che il mondo associativo
o gli enti locali hanno avviato in materia linguistica e culturale; questo ha
permesso agli Assessorati di questa Regione, e quello alla Montagna in particolare,
di sostenere e cofinanziare progetti importanti, fondati sullo stretto collegamento
tra identità linguistica e culturale e sviluppo economico e sociale.
Espaci Occitan
è solo il primo in ordine di tempo di questi progetti. Altri, non meno significativi,
hanno fatto seguito, coinvolgendo una o più Valli occitane.
E’ chiaro che la
promulgazione della legge del 15 dicembre
1999, n. 482, ha rappresentato una svolta storica in questo processo.
Essa è giunta dopo
ben cinque legislature in cui un testo di legge parlamentare di riconoscimento
delle minoranze linguistiche andava avanti e indietro tra le due Camere, senza
mai vedere la luce.
Ci sembra importante
ricordare in questa sede che fu nell’ormai lontano 1979 che gli occitani elaborarono
e presentarono al Parlamento italiano una loro proposta di legge. Forse senza
quella iniziativa oggi sarebbe stato più difficile ottenere il pieno riconoscimento
della minoranza da parte dello Stato.
Non è questa però
la sede per una valutazione della legge 482; diciamo solo che la riteniamo equilibrata
e suscettibile di aprire spazi di lavoro importanti per ciascuna minoranza.
Il meccanismo che questa ha messo in moto è stato ben colto dal territorio occitano,
visto che oltre il 90% delle amministrazioni comunali delle Valli ha espresso
la propria adesione ed ha richiesto l’inserimento del proprio comune nell’area
linguistica occitana.
Ci pare evidente
che, pur in presenza di una situazione linguistica assai variegata e complessa,
se tutti quei comuni hanno fatto una scelta del genere, la motivazione sta anche
nel fatto che questi hanno ben compreso l’importanza strategica per il territorio
di presentarsi compatto attorno alla sua lingua ed alla sua cultura. Una compattezza
che fa crescere l’identità e che non può più vedere le Valli confinate in una
posizione marginale o subalterna ad altre realtà culturali, economiche, sociali
ed istituzionali che le circondano e
le comprendono.
Ci pare del tutto
evidente che la prima vera carta in questo processo la si gioca con lo Statuto
regionale.
Dunque dopo la
legge 482, dopo l’adesione di massa dei comuni occitani, non si può pensare
che il nuovo Statuto regionale, si limiti a riproporre i contenuti attuali.
Ci pare chiaro
che le misure previste dalla legge 482 debbano trovare piena affermazione nel
nuovo Statuto regionale: per gli occitani
come per i franco-provenzali ed i walser.
E quando parliamo
di contenuti non pensiamo ad un generico riconoscimento delle tre comunità linguistiche,
ma all’indicazione dei settori in cui la Regione concorre, assieme allo Stato
ed alle altre istituzioni locali, alla tutela linguistica di occitani, franco-provenzali
e walser; vale a dire: uso della lingua, il suo insegnamento, tutela delle specificità
culturali, adeguati spazi alle comunità linguistiche minoritarie nel sistema
radiotelevisivo pubblico e privato.
In secondo luogo
è bene dirci francamente che non vi è tutela di una comunità linguistica sul
solo piano culturale o linguistico, se questo non è accompagnato da concrete
iniziative in campo economico e sociale e da adeguati strumenti di autogoverno.
Questo è tanto più vero nel caso degli occitani, che si identificano, almeno
da questa parte delle Alpi, con un sistema di valli montane, tra loro parallele,
ma tutte sostanzialmente segnate da un forte spopolamento, un marcato invecchiamento
della popolazione, un’economia ed un tessuto sociale assolutamente fragili.
Il lavoro svolto
in questi anni tra la Regione Piemonte e le amministrazioni locali, per coniugare
lingua e cultura, identità e progetti di sviluppo, ha segnato una tappa fondamentale
che forse le altre minoranze linguistiche, come noi prive di adeguati strumenti
di autonomia, non hanno avuto.
Riconosciamo che
questo lavoro, assieme all’iniziativa di molti esponenti della minoranza e di
amministratori coraggiosi, sta alla base della fiducia che i consigli comunali
hanno accordato nel rivendicare l’appartenenza dei loro paesi all’area linguistica
occitana. Indicazioni che le due province hanno raccolto senza porre alcun ostacolo;
ed anche questo va riconosciuto.
In buona sostanza
questo è stato l’humus che ha consentito una piena accettazione della legge
482 nelle nostre Valli.
L’emanazione della
legge sulle minoranze e l’adesione espressa dai Comuni ci consentono oggi di
identificare con buona approssimazione un territorio montano occitano in Piemonte;
il nuovo statuto regionale non potrà non tenerne conto in tutti suoi risvolti,
linguistici, culturali e amministrativi.
(...) La partita
delle Valli Occitane, dopo la legge 482 e dopo tale riforma costituzionale non
si gioca più, o si gioca ben poco, nei confronti dello Stato. Il nostro vero
interlocutore è oggi la Regione. Per questo noi abbiamo bisogno di una Regione
Piemonte forte, a cominciare dal livello statutario.
In un quadro di
forte e rapida integrazione europea, sono le aree regionali, in prospettiva,
i motori dello sviluppo.
(...) Pur coscienti
delle differenze culturali, giuridiche e storiche di partenza, il nostro modello
in tale prospettiva è la Catalogna; quella Catalogna che sulla propria identità
ha saputo fondare il suo sviluppo nel post franchismo; quella Catalogna che
non ha esitato a riconoscere pienamente l’occitana Val D’Aran. Questo infatti
prevede all’art. 3 lo Statuto catalano; questo ha stabilito la legge catalana
n. 16, del 13 luglio 1990. Da quel momento la piccola ed isolata comunità pirenaica
aranese ha cambiato marcia, non solo perché l’occitano è diventato una delle
sue lingue ufficiali, ma perché si è innestato lì un meccanismo di sviluppo
economico e sociale paragonabile a quanto avvenuto nelle nostre autonomie speciali
in territorio alpino.
Non è un caso che
proprio dalla Catalogna sia partita l’iniziativa dell’Eurocongresso Occitano-Catalano:
una proposta di dialogo su quell’arco mediterraneo che va da Barcellona a Torino,
per la costruzione di un’euroregione forte e integrata.
(...) Gli amministratori
delle Valli hanno richiesto ad Espaci Occitan, associazione di enti pubblici,
di contribuire con una propria riflessione su queste tematiche. Espaci ha accolto
l’invito ed ha formato un gruppo di lavoro che si avvale della consulenza di
un giurista esperto e sensibile alla problematica minoritaria quale il dott.
Renato Barbagallo. Tale gruppo sta lavorando. Riteniamo che le sue riflessioni
dovranno essere offerte, prima di tutto, agli amministratori locali delle Valli
Occitane, ma evidentemente alla Commissione regionale incaricata di rivedere
la carta fondamentale della Regione Piemonte ed a tutti coloro che hanno, ed
avranno, nei prossimi mesi la responsabilità di tracciare il cammino di questa
nostra Regione.
(...) Non siamo
ingenui, sappiamo che il riconoscimento dei propri diritti la comunità occitana
lo deve conquistare giorno per giorno, poiché nessuno glielo regala. Sappiamo anche che questa nostra comunità
ha gli strumenti democratici e la capacità di dialogo per ottenerli in un confronto
civile, senza il quale negli anni passati non saremmo andati da nessuna parte.
Teresa Totino
OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 03- mars 2002 - N° 265