Bossi, l’Europa  e il “caso Italia”

La stagione di Mani Pulite, della quale ricorre quest’anno l’anniversario, suscitò in molti di noi la speranza che finalmente l’Italia si avviasse a diventare un “paese normale”, con un sistema politico bipolare e aperto all’alternanza, come avviene in quasi tutte le democrazie occidentali. Da una parte un blocco riformista o socialdemocratico, attento alla giustizia sociale e ai diritti dei più deboli, e in primis a quelli dell’ambiente; dall’altra parte un blocco conservatore, più sensibile alle ragioni del libero mercato e dell’economia. In un simile contesto nessuna delle due formazioni è in grado di rimanere a lungo al governo senza cadere nelle contraddizioni della propria politica (sommariamente: lo statalismo assistenzialista da un lato, il liberismo incontrollato e la dipendenza dai potentati economici dall’altro). È dunque l’alternanza al potere la ricetta che ha garantito in questi 50 anni la costante crescita economica e civile di questi paesi, oltre che il controllo della corruzione e del malgoverno, dominanti invece in Italia.

Purtroppo la strada che essa ha intrapreso non è stata affatto così lineare. Il centro-sinistra, negli anni di governo, ha fortemente deluso, rivelandosi un carrozzone di intriganti, incompetenti (si pensi alla faragginosa riforma della scuola), litigiosi e divisi praticamente su tutto, a partire da fondamentali questioni di politica estera.

Dal centro-destra, nonostante il grave conflitto d’interesse che lo rende così poco credibile, ci si aspettava almeno che, una volta al governo, applicasse  i tanto decantati principi liberisti: meno Stato, meno tasse, meno burocrazia, più libertà di azione per chi ha voglia di fare e di lavorare. Dopo 50 anni di soporifero assistenzialismo democristiano e di cogestione sindacale un po’ di deregulation avrebbe potuto essere uno stimolante, seppur doloroso, scossone. Ma in questi dieci mesi il governo Berlusconi si è soprattutto occupato degli affari privati del premier, emanando una serie di vergognose leggi volte ad evitargli i processi che lo vedono coinvolto come imprenditore. Anche la sua opposizione ad alcuni provvedimenti europei, come quello sul mandato d’arresto internazionale, risponde unicamente ad una logica privata. In tutto il mondo l’opinione pubblica civile e democratica, di destra o di sinistra, assiste incredula all’indecoroso spettacolo offerto da questo governo. C’è il rischio che si vada verso una repubblica non più dei cittadini, bensì dei consumatori, i cui gusti e preferenze vengono costantemente monitorati dai sondaggi. Ed è su questi sondaggi che Berlusconi decide al mattino quello che farà nel pomeriggio.

Viene da chiedersi se le brutali esternazione del suo alleato di governo Bossi, leader della Lega Nord, rispondano alla stessa logica o siano dettate da un innegabile fiuto di capo-popolo. Egli ha di recente sparato a zero contro le istituzioni dell’Unione Europea, definendole fasciste, staliniste, burocratiche, lesive della potestà statale e altro ancora. È probabile che all’origine di queste invettive stia semplicemente un’esigenza di visibilità mediatica, l’astuto calcolo di chi, rimescolando sempre le carte, conta di rimanere al centro dell’arena politica. A pronunciarle infatti è lo stesso Bossi che pochi anni fa parlava dell’Europa delle regioni e delle piccole patrie, tra le quali faceva rientrare, per dritto o per traverso, la sua Padania (a proposito: che fine ha fatto?).

Per noi autonomisti occitani le cose stanno molto diversamente. La scelta europeista che abbiamo maturato nell’ultimo decennio, revisionando le posizioni precedenti, non è tattica o provvisoria, ma il risultato di una profonda e sofferta riflessione. E’ sconsolante constatare che alcuni, come il direttore del quindicinale “Il Maira” in un recente articolo, continuino ad ignorare, in perfetta malafede, un’evoluzione che è davanti agli occhi di tutti.

Noi pensiamo che solamente sul piano europeo, e nel quadro del superamento delle  anacronistiche frontiere statali – le stesse che una componente del governo continua a considerare “sacre” – sia possibile una prospettiva di salvaguardia e soprattutto di sviluppo per le minoranze linguistiche presenti in Europa. Riteniamo insomma che sia matura una “terza via”, come si diceva un tempo,  tra il folclore regionalistico e il nazionalismo separatista – e statalista – di François Fontan.

Tale analisi è stata confermata dal sostegno che in questi anni l’unione Europea ha fornito a numerosi progetti di sviluppo elaborati dalle comunità linguistiche come quella occitana. Da Bruxelles è giunta un’attenzione alla cultura delle differenze e delle identità che solo ora comincia ad attecchire anche a Roma e, in misura molto minore,  a Parigi

Per noi dunque l’Europa significa sviluppo di progettualità, spinta alla collaborazione e al confronto (si pensi ai tanti progetti in partenariato tra Comunità Montane, tra GAL o tra realtà transfrontaliere) ma anche ad una onesta competizione (infatti solo i progetti migliori vengono sostenuti). Quanta aria pulita, quanto spirito di iniziativa in una montagna che solamente qualche anno fa sembrava ripiegata sulla mera resistenza al nuovo e all’estraneo.

Occorre anche riconoscere però che sovente, in questa Italia provinciale e periferica, l’Europa è diventata l’alibi per giustificare ogni sorta di novità o di stravaganza: “dobbiamo adeguarci all’Europa”, “in Europa si fa già così”, si sente dire da chi propone, mettiamo caso, l’obbligo della laurea per gli accalappiacani. Altrettanto vero è che la rigidità degli uffici di Bruxelles conduce in certi casi  a provvedimenti discutibili: si pensi alla mancata tutela dei vigneti italiani o alle procedure “formaggicide” previste dalle norme HCCP.

Ma il dato di fondo è che gli standard della politica europea esprimono un’etica della responsabilità e un senso della cosa pubblica ai quali un bel giorno anche la politica italiana dovrà adeguarsi. Quella che Bossi chiama l’Europa dei burocrati è prima di tutto l’espressione di una civiltà politico-amministrativa che applica con coerenza principi e parametri razionali, senza ricorrere a continui patteggiamenti e senza cedere ai ricatti di qualche componente sociale. La vicenda delle quote latte, anch’essa cavalcata allegramente dalla Lega Nord, è stata esemplare della convinzione diffusa in questo paese che le regole si possono sempre infrangere, perché poi in qualche modo la politica troverà  il modo di salvare capra e cavoli.

Se crediamo che le Alpi, e in questo caso le Alpi occitane, non siano una barriera e un confine, bensì un ponte gettato verso l’emancipazione, un valico da cui contemplare orizzonti più vasti, insomma uno spazio di libertà, allora questo è davvero il momento per fare dell’Europa il vessillo della nostra rinascita.

            Diego Anghilante

 

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 03- mars 2002 - N° 265