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Per un’estòria religiosa de l’Occitània/22 I
casi di Pietro di Bruis e di Roccavione |
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E’ a tutti noto
che alcune valli delle Alpi occidentali hanno per secoli costituito rifugio
per comunità e gruppi cristiani non cattolico–romani. In particolare le valli Pellice,
Chisone e Germanasca hanno assunto nel tempo il nome di Valli Valdesi. Ma mentre per queste comunità è più facile
portare avanti un discorso storico, per i gruppi eterodossi presenti nel resto
delle Alpi occidentali ci si può riferire esclusivamente alle fonti originarie,
quasi sempre di parte cattolica. In quasi tutte le fonti è difficile distinguere
le differenze dottrinali fra i vari gruppi ereticali presenti sulle Alpi e nella
pianura. Spesso con il nome di “Valdenses”
vengono indicati gruppi diversi. Del resto, nell’esposizione della propria dottrina
da parte di alcuni accusati nei processi inquisitoriali è ben evidente un vero
e proprio sincretismo religioso. Ne è un esempio la vicenda svoltasi in Monforte, nelle Langhe, nei primi
decenni dell’anno mille, che abbiamo ampiamente trattato in una puntata
precedente.
Molti studiosi
si sono occupati del passaggio attraverso le Alpi di gruppi o individui Albigesi
in fuga dalla dura repressione nel sud occitano del XIII secolo, in direzione
della “Lombardia”, corrispondente a quei tempi alla Pianura Padana. E’ noto
come ancora nei secoli successivi il nord Italia fosse considerata terra di
tolleranza religiosa: “In Lombardia non fit malum hereticis, iudeis et sarracenis”
(1). Le Alpi, per dirla con le parole di Grado G. Merlo (2), furono relegate, da molti storici, al rango
di accidente geografico, dal duplice volto di divisione e di protezione lungo
itinerari i cui punti di partenza ed arrivo stavano altrove.
Rimangono comunque
senza risposta una serie di domande: quando si diffonde l’eresia nelle Alpi?
Con quali caratteri originari? Una prima fonte che merita un’attenta considerazione
è il “Tractatus contra Petrobrusianos hereticos” di Pietro il Venerabile, famoso
abate di Cluny, collocabile negli anni trenta del XII secolo, quando ancora
poco si parlava di Catarismo. In due lettere, che assumono appunto forma di
trattato, indirizzate ai prelati di Embrun, Die e Gap, l’abate cluniacense tenta
di fornire una strumentazione teologico–dottrinale per contrastare gli effetti
della predicazione di un ex prete, Pietro di Bruis, che per decenni aveva portato in lungo ed in
largo pericolose dottrine eterodosse. L’eretico, originario delle Hautes–Alpes,
forse di un villaggio nei pressi di Rosans,
aveva dapprima predicato nei luoghi di origine poi, cacciato a seguito
di una dura repressione, aveva visitato la Provenza, arrivando
con le sue teorie fino alle lontane terre di Guascogna. Era finito poi sul rogo
nei pressi di Saint Gilles, attorno al 1133 (o secondo alcune fonti nel 1139).
Resta il fatto che la zona di influenza delle idee petrobrusiane andava
ben al di là della terra di origine, anche perché esse rappresentavano
un bisogno di semplificazione, di ritorno al cristianesimo originario, una necessità
di purezza ideologica e materiale presente nelle popolazioni di ogni regione. L’abate
di Cluny lamentava che, essendo transitato per la “Provincia Septimanie seu
Alpium Maritimarum” si era accorto di quanto ivi perdurasse “Erroneum Dogma”,
nonostante l’espulsione dalla zona dei principali “auctores”. Pietro
il Venerabile aveva dapprima pensato che l’influenza di tale dogma dipendesse
principalmente dalla mentalità e dai costumi “agrestes et indocti” di uomini abituati
a vivere isolati sulle montagne, fra boschi e valli sperdute, lontani, a suo
dire, da ogni apporto culturale. Ma rendendosi poi conto con stupore che l’eretico
in questione aveva lasciato il segno anche nella società più urbanizzata del
midì francese, fu costretto a cambiare opinione e ad ap-profondire ciò che stava
dietro alle predicazioni degli eretici.
Pietro di Bruis
non fu Cataro, e nemmeno precursore del Valdismo, ma piuttosto fu l’esempio
di quella chiesa spirituale conseguenza della riforma attuata nel’XI secolo;
sta di fatto che in Delfinato, sulle Alpi, agli inizi del XII secolo nacque
un movimento eretico che non rimane esclusivamente locale. Nulla dice peraltro
il “Liber contra Petrobrusia-nos” sulla
propagazione di tale idee sul versante alpino piemontese, ma è facile individuare
alcune sicure corrispondenze con posizioni culturali, liturgiche, dottrinali,
espresse più tardi da alcuni eretici piemontesi nel corso di molti processi d’inquisizione.
E’ possibile parlare pertanto di continuità? L’elemento comune sembra costituito
da una religiosità scarna ed essenziale, che presuppone un rapporto diretto
con Dio.
Parliamo ora di alcuni dei pochissimi documenti che
prendono in considerazione la circolazione ereticale nel periodo compreso fra
la morte di Pietro di Bruis e la caduta di Montségur, nel 1244. Attorno agli
anni ’60 - ’70 del ‘200, l’inquisitore Anselmo di Alessandria ricostruisce nel
suo “Tractatus de hereticis” le origini del Catarismo in occidente, e, fra le
tante notizie, riporta la vicenda di quattro milanesi che, convertiti alla nuova
fede da un “notarius de Francia”, vengono da questi inviati a Roccavione, ove
i Catari erano venuti ad abitare direttamente dalla Francia. In effetti già
all’epoca, prima della metà del XII
secolo, sono attestate violenze antieterodosse al di là delle Alpi, ed è pertanto
possibile che molti fossero già allora in fuga alla ricerca di un posto tranquillo.
Il nome di Roccavione risulta già documentato a quei tempi, il paese era d’altra parte situato alla
confluenza di più vie di comunicazione, fra cui il Colle di Tenda (3). La località
era facilmente raggiungibile, ed era oltretutto vicina a Cuneo, ove più tardi,
attorno al 1240 – 1260, sono accertate presenze catare. Dal Tractatus sembra
addirittura che all’epoca in Roccavione vivesse un “Episcopus”, che però al
momento dell’arrivo dei milanesi si trovava in visita a Napoli,
città ove i nuovi arrivati lo avrebbero presto raggiunto.
Per alcuni storici (Borst, Manselli) la notizia è degna di fede, per altri invece (Dupré, Theseider) il racconto di Frate Anselmo presenta elementi
leggendari, ancorché non inverosimili, ma soprattutto riflette una situazione
posteriore.
Paolo Secco
(1)
Registro di Inquisizione di Jaques Fournier, Vescovo di Pamiers . (1318 – 1325)
Paolo Secco
(continua)
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 02- febrier 2002 - N° 264