Dal morbo dell’antrace all’Alma
Uno studio sugli affreschi della cappella di San Pietro a L’Armo (Val Maira)

L’autunno scorso le notizie che la stampa ha dato sulle prime vittime americane del morbo dell’antrace sono spesso state accompagnate dall’evocazione delle grandi epidemie del passato. Al primo posto tra queste si trova la Grande Peste che devastò l’Europa a partire del 1348 e ridusse di metà la sua popolazione. Ci è ben nota per la lettura del Decamerone, infatti fornisce a Bocaccio il pretesto per racchiudere in una cornice i suoi narratori e il soggetto dell’opera.

L’attualità ci consente dunque senza troppi sforzi di imaginare il terrore e l’angoscia in cui furono immerse le popolazioni d’Europa alla fine del Medioevo: il morbo colpiva brutalmente, senza speranza di guarigione e, diversamente dalle carestie e dalle guerre, non aveva nessun rispetto per la ricchezza, l’età o il sesso. Una morte veloce in due o tre giorni e il contagio virulento offrivano ai superstiti lo spettacolo costante di cadaveri che andavano in putrefazione all’aria aperta, poichè quasi sempre non c’erano becchini a sufficenza. Infine il ripetersi periodico della peste, circa ogni dieci anni quasi fino alla fine del ‘400, fece si che “nessuna altra epoca come il Medioevo al suo declino ha dato una tale importanza e un tale pathos all’idea della morte”, come scriveva nel 1919 lo storico Johan Hui-zinga nel suo ragguardevole “Autunno del Medioevo”

La cappella di San Pietro dell’Alma

In questa macabra atmosfera del ‘400 il visitatore si trova improvisamente immerso se, percorrendo la Valle Maira, ha la curiosità di risalire lungo la mulattiera che porta dall’Alma a Camogliere, e di spingere la porta della cappella di San Pietro. Questa cappella è stata oggetto, dal 1997 al 2000, di una campagna di restauro, in parte finanziata da un proggetto INTERREG. La decorazione medievale dell’edificio è cosi tornata alla luce ed è oggetto di due dettagliati studi nel primo numero dei “Quaderni del Museo d’Acceglio”, uscito nel 2001.

Lo sguardo del visitatore che entra nella cappella è dapprima attirato dagli affreschi che coprono le volte e la parte superiore delle pareti. Trattano temi assai convenzionali (vita di Gesù, Padri della Chiesa, vita di San Martino), e sono opera di Tomaso Biasacci, attivo in Piemonte tra il 1450 e il 1490. Lo stato di conservazione degli affreschi dell’Alma non consente loro di competere con altre opere dello stesso pittore, come ad esempio, nella valle vicina, i cicli delle chiese parrochiali di Sampeyre o di Casteldelfino.

La danza macabra

Il gioiello della cappella di San Pietro si mostra al di sotto degli affreschi del Biasacci, su una fascia che corre lungo tre lati della cappella. Rappre-senta un girontondo aperto in cui cadaveri nudi, saltellando e gesticolando, tirano in ballo rigidi personaggi i cui abiti indicano l’appartenenza a diverse condizioni sociali. È la “danza macabra”, o danza dei morti, che incatena un ballerino morto e un ballerino vivo, da un’estremità all’altra della scala della società medievale.  

All’Alma 11 coppie compongono la processione dei ballerini, dal papa, in testa su lato sinistro della cappella, fino al contadino, in coda a destra, passando, in ordine, per l’imperatore, il cardinale, il duca, il vescovo, il conestabile, l’abate, l’usuraio, il francescano cordigliero e il mercante.

Questa rappresentazione simbolica, straordinariamente semplice ed efficacie, dell’uguaglianza degli uomini davanti alla morte, rispetta particolari regole di composizione che permettono di identificare il suo modello. La struttura rigida della rappresentazione, segnata dall’alternanza di un morto e di un vivo, di un uomo di chiesa e di un laico, e dal rispetto della gerarchia dei ceti sociali lungo la catena dei ballerini, è già presente nella prima danza macabra conosciuta. Questa, dipinta nel 1424 sul muro del cimitero degli Innocenti a Parigi, includeva una quarantina di coppie di morti e vivi. È la fonte principale delle circa 80 danze macabre attestate in Europa, molte delle quali non si sono conservate fino ad oggi.

Il cimitero degli Innoncenti è stato distrutto nel ’600, ma per fortuna i dettagli della sua danza macabra ci sono pervenuti grazie all’edizione xilografica di Guyot Marchand del 1485. Il successo di questa edizione, e di quelle che la seguirono, diffuse largamente le immagini della danza macabra in tutta Europa.

Il dialogo del morto e del vivo

Sui muri del cimitero degli Innocenti, al di sotto del dipinto di ogni coppia, era presente un breve dialogo, due ottave di ottonari, tra il morto e il vivo. Come ci sono state trasmesse da Guyot Marchand le frasi, spesso una semplice sequenza di sentenze morali, insistono sulla brevità della vita, sulla certezza della morte e l’imprevedibilità dell’ultimo istante, sulla difficoltà di rinunciare ai beni e agli amori terrestri.

La Danza macabra dell’Alma segue questo lontano modello, e i morti e i vivi scambiano qualche parola, in cattivo stato di conservazione e difficile da decifrare, nello spazio tra i personaggi.

Alcune battute sono direttamente estratte dai dialoghi rimati pubblicati da Guyot Marchand, e questo sarebbe un argomento per ritardare almeno al 1485 la data di esecuzione dell’affresco della cappella di San Pietro.

All’Alma le scritte: “Ellas, ensi grant honor que si tost se perd” (il papa), “Venes avant enperor, mor n’esparmie petit ne grand” (l’imperatore), “Ellas [me] faut morir, jamae ne porteraye plus vayr ne gris” (il cardinale), “ La mort meyna guerra” (il vescovo), “Je stayt amont e a[val] a pie e a chaval” (il mercante); riprendono quasi parola per parola alcuni frammenti dei dialoghi del cimitero degli Innocenti: “Peu vault honneur que si tost passe”, “Mort n’espargne petit ne grand”, “Plus ne vestiray vert ne gris” (il “vayr” de l’Alma, è il nome francese di una qualità di pellice, come il “gris”, e viene più correttamente scritto all’Alma che dal Marchand), “Mais la mort a tous maine guerre” e “J’ai este amont et aval ... par longtemps a pie a cheval”.

In altre battute si ritrova il senso originale sotto una forma vicina: “Venes lavor[eur] vous aves tant lavore noit de jor ne vos se repose” dell’Alma presenta la stanchezza del contadino, esaurito da un lavoro senza sosta; come “Laboreur qu’en soing et peine avez vecu tout vostre temps... au monde n’a point de repos” del Marchand.

Il denaro è impotente a salvare l’usuraio dell’Alma, che tenta in vano di corrompere il morto: “Tenes mort mon argent, e vos me laserez aler coma devant”; come nel Marchand: “Et ne pourrait secourir mon or, mon argent”.

L’usuraio, la peccatrice e il francescano

La figura più originale della Danza macabra dell’Alma orna la parete ovest.

Tra l’usuraio e il francescano, il posto del morto è occupato da una donna nuda dalla capigliatura bionda e in disordine, calzata di grandi sandali, con i seni e le viscere penzolanti. Da un lato annuncia all’usuraio “Usurier vos perdere la via”, aggiungendo che in un luogo “enfernal me fere compagnia”. Dall’altro apostrofa il francescano con questa battuta anticlericale: “Fraire cordelier mie vos n’avez fet santa via”; e gli assegna la stessa direzione infernale: “isterez en compagnia”.

I visceri che fuoriescono dal corpo sventrato rievocano l’impicaggione di Giuda dipinta da Giovanni Canavesio nel 1491 a Madonna delle Fontane di Briga. Indicando che l’anima del dannato ha lasciato il corpo passando dal basso, il pittore ricorda che è morto in stato di peccato.

La presenza di questa donna nuda, segnata da diversi attributi che la individuano come peccatrice, e che trascina con sé in inferno un simbolo dell’attaccamento al denaro e un empio uomo di chiesa, denunciando così la cupidità e l’ipocrisia dei religiosi, dà un rilievo molto curioso alla Danza macabra dell’Alma.

            Jean Michel Effantin

            1 / continua

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXIX - n° 02- febrier 2002 - N° 264