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Per un’estòria religiosa de l’Occitània/20 Dal Dio Sole alle baldorie di Sambuco |
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"Aisi l'estela de Nadal / qu'es aquel brut sus nòstre ostal ? / Es
una tropa d'auselons / a Betelèm van dos a dos.
Dins l'estabe ont lo Rèi del Cèl / dròm entre l'ase e lo
maurèl / digatz ausèls que venètz far ? / Venem nòstre
Diu adorar. " (1)
Abbiamo pensato di trascurare per un puntata i nostri amici eretici e dedicarci brevemente alla festa più sentita e santificata in questo periodo dell'anno: il Natale. Purtroppo in questi ultimi decenni si è notevolmente affievolito lo spirito mistico religioso di questa ricorrenza, che era solita portare un gran senso di gioia e di pace in tutte le famiglie e in ogni casa, e si è accentuato l'aspetto meramente consumistico. Natale affonda le sue radici molto indietro nel tempo, ben prima dell'era cristiana, quando il mondo pagano dei romani celebrava, nell'ultima quindicina di dicembre, i cosidetti "Saturnalia", solennità religiosa riservata in origine alle caste sacerdotali, ma evolutasi nel tempo con la partecipazione gioiosa di tutto il popolo.
Questi riti erano in qualche modo simbolici della rinascita del sole, successiva al solstizio invernale, ma è più tardi, nel I secolo dopo Cristo, che nell'impero si diffuse un culto veramente legato al Sole, inteso come divinità, di stampo ovviamente orientale. Furono i legionari romani a portare in occidente i numerosi culti di "Helios" (il Sole), identificato spesso con Apollo. In questo periodo si assiste ad una incredibile divinizzazione del Sole, sicuramente influenzata dall'espansione della religione indo-iranica della Luce, il Mitraismo (2). Questo culto, introdotto in Occidente, secondo Plutarco, da pirati cilici, si diffuse rapidamente fra i veterani delle legioni stanziate nei pressi delle frontiere, lungo i grandi fiumi, in Britannia e, in particolare, in Egitto, ove si fuse con i culti solari già presenti da secoli nella cultura locale. A poco a poco si espanse all'interno della società romana, prima nel popolo e successivamente coinvolgendo l'aristocrazia e la corte imperiale. Poco alla volta, fino all'epoca di Costantino, tale culto divenne religione dominante nell'impero, e. in Roma addirittura religione ufficiale.
Ovviamente la ricorrenza più importante dell'anno divenne la celebrazione del solstizio invernale, celebrato fra il 21 e il 25 del mese di dicembre, giorno considerato come quello della nascita del sole, "Dies Natalis Solis", da cui la conseguente definizione di "Nata-le". Il concetto cristiano ha pertanto origine in questo contesto arcaico-pagano.
Nella mentalità cristiana, nei primi secoli della nuova era, si sostituisce lentamente al culto del sole una nuova espressione di fede, la nascita del Cristo, non a caso situata cronologicamente sul finire dell'anno. Nei primi tre secoli il dualismo Sole/Cristo in parte sopravvive, ma nel 330 d.C. il papa Leone Magno fissò definitivamente la data del 25 dicembre come giorno per l'espressione del culto cristiano, dopo che, per secoli, la data aveva oscillato fra il giorno del solstizio e quello dell'attuale Epifania.
Non è affatto casuale che la Chiesa abbia fatto suo un precedente culto pagano, sovrapponendogli, senza però cancellarlo del tutto, la propria nuova ideologia. La sostituzione o cancellazione della ricorrenza del "Sol novus" non porta comunque alla scomparsa dello spirito gioioso insito nelle forme pagane precedenti.
In epoca medioevale addirittura si sviluppano forme di drammatizzazione, fra le quali i cosiddetti "Misteri" e le Sacre Rappresentazioni. Moltissime delle tradizioni natalizie si originano nella notte dei tempi, altre invece, come il Presepe, hanno una storia. La parola stessa, dal latino Praesepium, mangiatoia, ce ne indica l'origine, ovvero la rappresentazione della nascita del Bambin Gesù protetto dalla Madonna e da San Giuseppe e scaldato dal bue e dall'asinello, all'interno di un povero recinto. Ne parla il Vangelo di Luca, e questa sacra rappresentazione spesso compare in affreschi e mosaici , fra i quali il più antico sembra essere quello del II secolo nelle Catacombe romane di Priscilla, ove in realtà i personaggi sono ancora solo tre. (3) Solo più tardi compariranno infatti le altre figure, gli animali, i pastori, i magi.
Come abbiamo detto la Natività viene rappresentata successivamente anche in popolari forme teatrali, fino a quando nel 1207 Innocenzo III, già a noi noto per il suo integralismo contro i Catari, proibisce del tutto tale pratica perch contraria al vero spirito religioso. Ma pochi anni dopo, nel 1223, Francesco d'Assisi, il futuro Santo, ottiene da Onorio III l'autorizzazione per lo svolgimento di una messa a mezzanotte con la presenza di una mangiatoia, di un asinello e di un bue in carne ed ossa. Se vogliamo credere alla leggenda, la celebrazione fu magnificata dalla miracolosa comparsa di un bambino nella greppia. Da qui in poi sembra collocarsi la tradizione del presepe, con figure scolpite o addirittura con personaggi veri.
Tutto ciò viene riproposto, da una decina d'anni circa, in alcuni paesi delle Valli Occitane, quando la sera di Natale si rappresenta la Natività in un ambiente fortemente caratterizzato dalla cultura locale. Attorno alla stalla o capanna del Bambin Gesù si praticano in quest'occasione vecchi mestieri tipici della montagna, con attrezzature ormai desuete (Carbounera, ressia a roudoun...ecc.).
Sono esempi di come la religiosità si possa fondere con la cultura montanara, con la consapevolezza di appartenere ancora ad un mondo particolare, ove comunque anche le attività ormai dismesse resistono nell'animo di molti.
Nella zona di Boves il giorno di Natale si facevano cuocere delle castagne fatte in precedenza essiccare sulla grata (i crue), che prendevano in quest'occasione il nome di "viétte", definite anche "castanhe dou Bambenh" (le castagne del Bambino) o "i batiàie dou Bambenh" (i confetti del battesimo del Bambino), e venivano poi distribuite ai ragazzi che quasi mai le mangiavano, ma le conservavano, lasciandole spesso ammuffire. In questa particolare occasione, detta anche "ou batiage dou Bambenh" (il battesimo del Bambino) si recava inoltre in dono ai bambini il cosiddetto "panh 'd Natal", un pane dolce dalla forma di "chichou" o pupazzo con le braccia aperte, una sorta di rustico antesignano del moderno panettone. I fanciulli si divertivano molto a giocarci, trasportandolo anche qua e là sullo slittone. I fornai di Boves provvedevano in questo periodo a far cuocere appositamente questo pane dolce, venduto poi nelle loro botteghe. Nelle frazioni montane veniva chiamato anche "ou couloumb et Natal". Anche se si è persa la tradizione, è rimasto un modo di dire collegato ad essa: "butò ou panh 'd Natal acol" significa mettersi il cuore in pace, lasciar perdere(4).
In valle Stura esisteva la tradizione ottocentesca citata da alcuni autori (5) per cui, la sera di Natale, gruppi di giovani scendevano in corteo dalle frazioni verso Demonte per partecipare alla messa di mezzanotte, reggendo particolari fiaccole di paglia imbevuta di olio di noce. Pur nella consapevolezza del valore religioso, non mancavano momenti di allegrezza e di goliardia. Era la cosiddetta processione dei "paiassoun". Nella stessa vallata, a Sambuco, abbiamo memoria di una sacra rappresentazione tipica della notte di Natale: la cosiddetta tradizione dei "Pastori" doveva essere comune a molte altre Valli Occitane, ma a Sambuco esiste la testimonianza di un sacerdote dell'epoca in cui la tradizione era ancora viva, Don Rocchia, che ne descrive nei minimi particolari lo svolgimento. Alla fine del Credo un gruppo di "pastori", abbigliati alla moda di un tempo, con pantaloni alle ginocchia e cappelli guarniti di nastro, si presentava in chiesa, il primo del gruppo con un agnello in braccio, gli altri recanti altri doni in natura, galli, galline, conigli, intonando lodi a Nostro Signore appena nato. Le donne, a loro volta vestite in maniera tradizionale, recavano ceste con uova ed ogni altra sorta di doni commestibili. Tutto veniva depositato accanto alla culla del bambino. Non era raro avere l'accompagnamento di un flauto o di un clarino, che contribuivano a rendere il momento ancora più solenne. Quello che incuriosisce nella memoria di Don Rocchia, datata 1921, è il fatto che già a quell'epoca si erano introdotti, a suo dire, elementi estranei alla tradizione e al comune senso religioso. Mentre la tradizione prevedeva il consumo di tutti i doni il giorno successivo a Natale, con una grande cena in Parrocchia, presenti tutti i "Pastori", sembra che, alcuni anni prima, tutti i figuranti della rappresentazione avessero anticipato la festa, partecipando ad una cena nel locale albergo subito dopo la messa di mezzanotte. La cosa ovviamente era inaccettabile! Sta di fatto che non si hanno notizie certe di ulteriori svolgimenti negli anni successivi (6).
Paolo Secco
(1) "Ecco la stella di Natale, cos'è questo rumore sulla nostra casa? E' uno stormo di uccelli che vanno a Betlemme, a due a due. Nella stalla dove il Re del Cielo dorme tra l'asino ed il bue, ditemi, uccelli, che venite a fare? Veniamo il nostro Dio ad adorare!" (da un canto natalizio tradizionale del tolosano)
(2) E. Lantelme, "Anem a Betleem..." Novel Temp n. 20, Sett.- Dic.82.
(3) M. Rabbia, "Chi mettiamo nel presepe? Qui butèn dins lo presepi?" Ed. Primalpe, Cuneo, 2000.
(4) Tradizioni raccolte da Fausto Giuliano, di Boves, da fonti locali.
(5) AAVV. "Demonte ieri ed oggi" Ed. Primalpe, Boves, 1983.
(6) Valados Usitanos n¡12, Maggio-Agosto 1982.
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 11- dezembre 2001 - N° 262