Comunità montane, ma dove vanno?

I più vecchi tra gli amministratori forse se lo ricordano, ma la legge istitutiva delle Comunità Montane, la 1102 del 1971, le definiva come "enti di diritto pubblico"; un escamotage verbale, poco significativo dal punto di vista giuridico, che serviva a far partire un nuovo ente locale che la montagna allora aveva reclamato con forza e speranza, ma che la Costituzione non prevedeva in quanto tale, bloccata com'era tra comuni, province e regioni.

Allora alle C.M. furono assegnati sulla carta compiti importanti: gestire il sociale, il culturale, i servizi, lo sviluppo economico, ecc..

In quegli anni ci fu chi affidò alle C.M. anche la programmazione urbanistica. Si fecero piano di sviluppo pieni di buone speranze, ma irrealizzabili, poichè da subito parve evidente che i finanziamenti dello Stato sarebbero stati assai simbolici. Una volta o due lo Stato manco le finanziò, tant'è che parecchie di queste dovettero ricorrere all'anticipazione di cassa per pagare gli stipendi.

Questa situazione si può dire che abbia caratterizzato da allora ad oggi la vita dei nostri enti di valle.

La situazione parve leggermente migliore in seguito all'approvazione della cosiddetta "legge Carlotto" e all'istituzione del fondo nazionale della montagna che, con il Governo Dini, ebbe per un anno addirittura un ammontare di 300 miliardi; ma in seguito anche tale fondo si andò via via ridimensionando; buon per noi che in quegli anni la Regione Piemonte, unica in Italia, si dotò di un suo fondo regionale per la montagna, alimentato dal 20% dei introiti della sovrattassa regionale sul gas metano. In quasi tutte le altre regioni ci si chiede come le C.M. abbiano fatto a sopravvivere. Ed in effetti altrove la situazione in questi anni ha trovato un'evoluzione normativa assai contraddittoria: da tempo in Regione Sicilia le C.M. sono state abolite per legge; in Friuli si è andati nella medesima direzione.

Intanto la normativa nazionale sugli enti locali nell'ultimo decennio ha subito una rapida evoluzione e ciò non è stato privo di conseguenze anche per le C.M.. Queste dapprima sono state formalmente riconosciute dalla legge come ente locale, per poi evolvere negli ultimi tempi come unione dei comuni e unione montana. In altre parole il legislatore ha accentuato sempre più la loro funzione di struttura di gestione dei servizi comunali, là dove l'applicazione della legge Bassanini ha portato alla paralisi finanziaria e funzionale i piccoli e piccolissimi comuni, quasi tutti ubicati nelle zone montane.

Il recente testo unico sugli enti locali, nella sua lunga gestazione, ha dapprima cancellato le C.M., per poi salvarle, definendole definitivamente quali unioni di comuni, e rapportando, in modo assai contraddittorio, a questa configurazione la composizione degli organi esecutivi. Si è determinata così una situazione di fatto per cui le C.M. sono diventate unioni di comuni, nelle quali il rapporto ente di valle e comune dovrebbe essere obbligatoriamente caratterizzato dalla presenza nell'esecutivo dell'ente di tutti i sindaci o i loro delegati, ma con giunte composte da un numero di assessori per legge assai inferiore al numero dei comuni che costituiscono questa unione.

Anche nelle Valli Occitane questa situazione normativa ha procurato più di uno sconquasso e la necessità di rivedere la composizione delle giunte.

Intanto, passando da ente di diritto pubblico ad ente locale, per poi evolvere definitivamente in unione dei comuni, il legislatore ha trasformato la C.M. da ente di gestione dello sviluppo locale montano a semplice organo di gestione dei servizi di competenza comunale. Una trasformazione enorme che ha inflitto un duro colpo alla ragione stessa che aveva portato alla costituzione degli enti di valle. Una trasformazione che ha ben marcato la volontà politica del Parlamento, per il quale il problema montagna non è questione di sviluppo, ma solo di razionalizzazione dei servizi: in realtà comunali svuotate della loro popolazione, la sola risposta che si è in grado di dare è la soppressione, più rapida possibile, dei comuni, per diminuirne i costi di gestione. Naturalmente con una simile strategia la classe politica nel suo insieme, nessuno escluso, non si pone assolutamente i problemi di fondo di gestione del territorio montano. Dopo aver demolito la possibilità di vivere in montagna, essa pensa solo a come diminuire i costi di gestione del sistema comunale.

La riforma costituzionale di recente sottoposta a referendum confermativo ha riconosciuto quali enti territoriali la regione, la provincia ed il comune, riconosce in qualche modo le unioni dei comuni e le aree metropolitane, ma cancella del tutto le C.M.. La loro esistenza va ricercata solo più in una eventuale legislazione regionale. In altre parole il solo interlocutore per un'eventuale politica della montagna non è più Roma ma Torino. Ed in effetti la Regione Piemonte, attraverso il suo Assessorato alla Montagna, anche per mettere una pezza ad una situazione giuridica e normativa che rischia di procurare parecchi problemi al territorio montano, ha elaborato un nuovo testo di legge.

Intanto sul territorio la situazione è in rapida evoluzione: le normali divisioni politiche interne alle singole C.M., in un contesto normativo di unione di comuni si stanno trasformando in divisioni tra alte e basse valli, le contraddizioni dei comuni parzialmente montani stanno venendo un po' ovunque alla luce, le C.M. invece di unire la loro politica si stanno frammentando, alcuni importanti comuni di fondovalle stanno chiedendo di uscire dalla loro C.M., per confluire con altre vicine o per unirsi in forti unioni di comuni e costituire di fatto altre C.M.. Sintomatica a questo proposito la richiesta di Barge e Bagnolo di uscire dalla C.M. della Valle Po; ancora più dirompente la scelta espressa dai consigli comunali di Boves, Peveragno e Chiusa Pesio di costituire assieme a Beinette, che comune montano non è, una C.M. della Bisalta.

Il quadro normativo attuale lascia spazio a questo ed altro, per cui se, almeno in Piemonte, non si ripensa ad una nuova politica per il territorio montano, e non si colloca in tale contesto il ruolo delle C.M., se non si coglie immediatamente questo problema nel momento in cui si va ad una revisione dello Statuto regionale, avremo nel giro di poco tempo una deriva delle C.M., e la sola politica per la montagna la faranno i funzionari dell'Assessorato regionale agli enti locali, ai quali, come noi tutti ben sappiamo, interessa solo "razionalizzare" la realtà comunale.

Dino Matteodo

 

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 11- dezembre 2001 - N° 262