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Per un’estòria religiosa de l’Occitània/19 L’Inquisizione e l’etnografia |
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La caduta di Montségur nel 1244 e, al contempo, la nuo-va politica di Raimondo VI che, con lo scopo di farsi perdonare il suo passato ribelle e filo-ereticale, si era orientato verso il contrasto attivo dell’eresia, fecero sì che i Catari si trovassero praticamente senza alcuna protezione.
Due inquisitori, Bernardo di Caux e Giovanni di Saint-Pierre, sperimentarono nuo-ve procedure nelle inchieste. Si trattò in effetti della più massiccia campagna inquisitoriale del secolo, e ne fa evidente testimonianza il Manoscritto n°609 conservato nella Biblioteca municipale di Tolosa, contenente circa 5600 deposizioni di testimoni, convocati o addirittura condotti a Tolosa per rispondere alle domande dei giudici. Fu praticamente una specie di censimento: gli inquisitori vollero conoscere gli avvenimenti, le date degli incontri, le cerimonie svolte, in tutti i particolari, e con la lista di tutti i partecipanti, pretesero da molti l’esposizione delle proprie credenze religiose. La Chiesa svolgeva così un’indagine estremamente accurata, volta ad appurare anche la più piccola traccia di eresia nella regione, e vi riuscì grazie alla grande organizzazione ed alla quantità enorme di interrogatori incrociati, e grazie anche alla capacità di questi Abati di prendere in considerazione ogni fatto, pur minimo, senza nulla sottovalutare ed omettere.
La città affollata di testimoni e di chierici giunti da ogni parte, i giuramenti di massa (e già qui si faceva una prima discriminazione fra i convenuti, in quanto i Catari notoriamente aborrivano il giuramento!), il succedersi senza sosta degli interrogatori, tutto ciò, di per sé, già rappresentava una grossa prova di forza dell’autorità ecclesiastica, ma a questo si aggiunse l’acquisto di un edificio prossimo al convento, da adibire a prigione per i più refrattari alla collaborazione; i testimoni venivano condotti agli interrogatori anche a gruppi di venti/trenta persone, venivano invitati a confermare testimonianze da loro già rese, o a confutare quelle altrui.
Due furono alla fine gli effetti di tale campagna: da una parte l’Inquisizione cominciò a delinearsi come una istituzione permanente, e in secondo luogo si perse quasi completamente quel senso di solidarietà che in passato aveva legato gruppi di eretici, questo grazie al fatto che, con controlli incrociati, ben presto fu impossibile mentire o se non altro eludere proprie e altrui responsabilità. Mentre per gli spergiuri furono applicate pene severissime, per coloro che confessarono, più o meno spontaneamente, le sanzioni furono relativamente blande.
Si definì pertanto una "cultura della delazione": tutti venivano messi contro tutti, e non v’eran d’altra parte grandi alternative, proprio per la caratteristica del processo inquisitoriale, nel quale il sospettato doveva obbligatoriamente discolparsi, ribaltando su altri le colpe di cui era accusato.
La fuga rappresentò per molti l’unica via di scampo. Molti infatti si rifugiarono tra boschi e colline, a volte non lontano dalle loro case, altri passarono i Pirenei e finirono in Catalogna, ove ancora fiorivano presenze catare, altri si recarono invece più lontano, in quella che allora era detta "Lombardia".
Il Catarismo in Linguadoca, nei decenni precedenti la crociata, aveva messo radici profonde, forse anche per il clima di estrema tolleranza insito nella cultura del Sud occitano. Antica era la convinzione che i Perfetti fossero in qualche modo gli eredi diretti dei discepoli di Gesù, e grande era sempre rimasta la loro rispettabilità. Tra il 1244 e la fine del secolo il Catarismo subì senza dubbio un grave colpo, ma non venne comunque mai sradicato completamente.
All’inizio del XIV secolo un certo risveglio si manifestò sugli altipiani della contea di Foix, per opera di Pierre Autier. Costui era in origine un chierico, una persona pertanto istruita, buon conoscitore delle leggi e delle dottrine religiose, ma ben poco si sa della sua conversione al Catarismo. La sua figura di grande predicatore fu scoperta solo dopo la sua morte sul rogo nel 1310 da un altro grande personaggio di quei tempi, Jacques Fournier, Inquisitore, Vescovo di Pamiers e futuro papa di Avignone con il nome di Benedetto XII. Questi ne rivalutò l’importanza e l’opera, in senso per lui ovviamente negativo, in seguito ad alcuni interrogatori, svoltisi attorno al 1322, di una fervente praticante catara, Sibille Peyre, a suo tempo grande ammiratrice dell’Autier.
In quest’ambito si inserisce la storia di un paese, ormai diventato famoso nella storia del Catarismo: Montaillou, piccolo villaggio dell’alta Ariège, a 1300 metri d’altezza, 250 abitanti, piccola comunità Occitano-Pirenaica di pastori e contadini, fino ad allora fuori dal mondo e sconosciuta ai più. Nel 1320 il citato vescovo di Pamiers, Fournier, aprì un’inchiesta in quanto il paese sembrava essere rimasto un importante centro di eretici. Le indubbie capacità di analisi di questo vescovo rivoltarono la vita del villaggio: nulla fu risparmiato dall’indagine, nessun segreto rimase tale, ma soprattutto furono le vicende personali e famigliari ad essere svelate senza risparmio alcuno, le paure, i lutti, i drammi, la cultura, la morte.
Questo sopraffino Inquisito-re, e mi si perdoni l’aggettivo, compilò così uno dei più famosi "Registri d’Inquisi-zione", che divenne per i posteri inesauribile fonte di studio su trent’anni circa di vita di questa piccola comunità. Venticinque furono in definitiva gli imputati di Montaillou, pochissimi i condannati, ma, come si è sicuramente capito, non è questo il punto importante nella storia del paese. Esattamente seicentocinquant’anni dopo, nel 1975, un noto professore del College de France, Emma-nuel Le Roy Ladurie, già autore peraltro di alcuni studi sull’Occitania rurale del passato ("I contadini di Linguadoca"- "Il carnevale di Romans"- "Il denaro, l’amore e la morte in Occi-tania"), dopo un approfondito studio del registro di Inquisizione del Fournier, diede alle stampe un saggio (1) che in breve ebbe gran successo di pubblico, proprio per le sue caratteristiche descrittive della vita e della cultura del nostro villaggio pirenaico. Si inaugurò, per il grande pubblico, quel metodo, già conosciuto da qualche anno fra gli addetti ai lavori, detto della "microstoria", che privilegiava l’analisi di avvenimenti e situazioni insite nella quotidianità dei soggetti indagati.
Paolo Secco
(1) Emmanuel Le Roy Ladurie, "Montaillou, village Occitan de 1294 à 1324 " Edit. Gallimard, Paris, 1975. Trad. Italiana: "Storia di un paese: Montail-lou" Rizzoli, Milano, 1977, con più ristampe.
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 10- nouvembre 2001 - N° 261