Per un’estòria religiosa de l’Occitània/18

Cronaca di una resa
Il rogo dei catari di Montsegur nel Prat dels Cremats

 

La fourteso de Mounsegur

Nel maggio del 1243 Ugo di Arcis, con un’armata di cavalieri e fanti francesi, piazzò il suo accampamento ai piedi della rocca di Montségur. In seguito altri rinforzi si aggiunsero, in quanto cingere d’assedio una fortezza in quella scoscesa posizione richiedeva un gran numero di soldati. Il castello appariva conquistabile solo dopo lungo assedio, prendendolo per fame e sete, impedendo quindi ogni contatto con l’esterno ed aspettando che la calura estiva svuotasse a poco a poco le cisterne d’acqua. Sulla rocca e nelle povere abitazioni accostate sotto le mura risiedevano alcune centinaia di persone: la guarnigione era di circa 100 - 150 uomini, più le famiglie dei signori e dei soldati stessi, oltre agli eretici, circa duecento fra uomini e donne.
L’assedio era pertanto destinato a durare ben più a lungo di tutti quelli intrapresi nei decenni passati dal famoso Simon de Monfort. Carcassone aveva resistito 15 giorni, Minerve e Termes 4 mesi, Lavour 2 mesi, ed alcune di queste città possedevano anche notevoli difese naturali; Montségur aveva invece un grosso problema: era, tenuto conto delle proprie dimensioni, eccezionalmente sovrappopolata. Tutti si aspettavano, in effetti, la resa con il finire dell’estate, ma al contrario resse senza grandi difficoltà fino ad autunno inoltrato e con la stagione delle piogge gli assediati ripresero vigore.

Non si poteva d’altra parte contare sulla mancanza di viveri: i doni fatti dai signori locali e da quasi tutti i visitatori nei mesi precedenti avevano, infatti, riempito i magazzini di Montségur, e la stessa eventualità di un assedio era stata tenuta in considerazione negli anni precedenti, cosicché nel 1243 non esistevano sicuramente problemi di vettovaglie, il piccolo villaggio era diventato un florido mercato e numerosi convogli di grano erano confluiti nel castello dalle regioni di Tolosa e Carcassone. Con lo sterminio degli inquisitori ad Avignonet, la fortezza ed i suoi abitanti avevano acquistato un gran prestigio, e durante i primi mesi d’assedio più volte soccorritori giunti da lontano riuscirono ad eludere il blocco delle truppe francesi portando lassù provviste ed armi.

L’esercito assediante arrivò ad un numero esorbitante di uomini: si parlò di 10 mila effettivi. Ciò costituiva un problema per gli approvvigionamenti che non potevano essere reperiti del tutto nei villaggi circostanti. Tutto ciò era ovviamente mal sopportato dalle popolazioni locali che, nei confronti dei Catari, avevano sempre tenuto una posizione di estraneità culturale, colma però di grande rispetto, e si vedevano ora spogliati delle loro provviste per il mantenimento di una grande armata. Da una parte ferveva perciò la solidarietà nei confronti degli assediati, ma al tempo stesso l’assedio era visto anche come un’insopportabile interruzione della normalità quotidiana, ed era pertanto auspicabile che durasse il meno possibile.

In tutta questa contraddittoria situazione, in cui peraltro frequenti erano le diserzioni nelle truppe di Francia, ci si rese presto conto che solo un imponente ed improvviso assalto avrebbe potuto sbloccare la situazione stessa. I difensori di Montségur speravano di vincere la tenacia dei loro assalitori, l’inverno si stava avvicinando ed anche per un grande esercito sarebbe stato lungo e pesante.

Proprio in ottobre le truppe francesi riportarono un successo inatteso: Ugo di Arcis impiegò, si disse, un distaccamento di mercenari baschi, uomini abituati agli scoscesi sentieri di montagna, e per di più molto risoluti. Costoro, dopo una faticosa e difficile salita, arrivarono in cima alla rocca, sulla stretta piattaforma della cresta orientale, poche decine di metri sotto il castello. In novembre l’esercito reale ricevette nuovi rinforzi dal vescovo di Albi, Durando, che fra l’altro era un abile costruttore di macchine da guerra. Sotto la sua guida, sulla piattaforma fu costruito un potente marchingegno per lanciare pietre, e cominciò così un insistente bombardamento. Dall’interno della fortezza si rispose con altrettanto vigore, e questo reciproco logorio proseguì senza sosta nei mesi successivi.

Gli assediati avrebbero forse potuto resistere ancora a lungo, ma erano provati dalla stanchezza,

Anche la speranza di ricevere soccorso da un esercito amico un po’ alla volta venne meno. Il conte di Tolosa, più volte sollecitato da messaggeri che riuscivano a passare le linee nemiche, non si compromise mai con promesse d’aiuto. Verso Natale, o poco dopo, i francesi riuscirono a raggiungere la torre orientale, attraverso forse un passaggio segreto fra le rocce. Fu in effetti un mezzo tradimento, perchè senza l’aiuto di gente del posto mai i francesi avrebbero trovato il passaggio. La partita sembrava ormai persa.

Alcuni eretici, con la complicità di soldati nemici, riuscirono a scendere dalla fortezza, portando in salvo una gran quantità di denaro che confluirà più tardi nelle casse dei correligionari in Italia. Dopo vari reciproci tentativi di assalto il castello resse ancora comunque per tutto il mese di febbraio. Fu fatto però un tentativo disperato di riprendersi il barbocane ormai in mano ai francesi: sortita che fallì tragicamente. All’indomani di questa decisiva notte, ormai sopraffatti, Raion de Peseilla e Pietro Ruggero de Minepoix chiesero di negoziare.

Le trattative iniziarono il 1° marzo 1244 e non furono lunghe, gli stessi francesi erano estremamente provati e desiderosi di chiudere al più presto la partita. Gli abitanti di Montségur ottennero di rimanere ancora 15 giorni nel castello, sarebbero stati perdonati per l’eccidio di Avignonet, i soldati avrebbero potuto andarsene con le loro famiglie dopo essersi presentati agli inquisitori, puniti eventualmente con lievi pene e penitenze. Gli stessi Catari avrebbero avuto la possibilità di abiurare la loro fede e di conseguenza salvarsi. Solo in caso di diniego sarebbero saliti al rogo. Era un buon accordo.

Pietro di Minepoix e Ruggero rimasero sul posto sino all’ultimo. La vita nel castello in questi ultimi giorni ci è nota per le testimonianze di quanti si salvarono: furono divisi fra gli altri i beni di coloro destinati a morire, furono celebrate cerimonie, alcuni ricevettero il "Consolamentum", ci si preparò insomma all’inevitabile fine. Il 16 marzo tutti uscirono come d’accordo, gli eretici vennero invitati alla conversione e, come tutti ormai si aspettavano, rifiutarono senza indugio, con il vescovo Bertrand Marty alla loro testa. Fu eretta ai piedi della rocca una palizzata contenente innumerevoli fascine, e lì furono gettati, mentre i soldati appiccavano il fuoco. Le fiamme li bruciarono tutti, in quella località che successivamente venne denominata "Prat dels cremats".

Così racconta la cronaca di Guillaume de Puylaurens, cronista dell’epoca, e sicuramente fu molto peggio di quanto descritto. Corba de Pereilla, moglie di Raion, la figlia Esclarmonda, la vecchia madre Marqueisa, subirono il rogo senza esitazioni.

In merito a questa vicenda vorrei consigliare un bellissimo romanzo: "La via del sole" di Angelo Petta, racconta la vita di Giordano Nemorazio, oscuro personaggio vissuto all’epoca, per il quale i pochi dati storici a noi pervenuti non riescono a sciogliere dubbi o avvalorare ipotesi, ed inserisce la storia del personaggio nello svolgimento cruento della crociata contro gli Albigesi, ambientandone la fine proprio nel castello di Montségur. Il romanzo, fortemente emotivo, colmo di riferimenti storici ed insieme poetico, riesce forse più di alcuni libri di storia ad inquadrare e descrivere nel particolare l’epopea del Catarismo in Linguadoca e la sua triste fine. (1)

Paolo Secco

  1. A. Petta - "La via del sole" - Ed. Edis e Montedit - Trucazzano (Mi). Ristampato nel 2001 da "Stampa alternativa" con sottotitolo: "Eresia pura" .

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 9 - outoubre 2001 - N° 260