La globalizzazione più importante: quella del diritto
Intervista a Bruno Mellano, consigliere regionale del partito radicale

Bruno Mellano ha 35 anni ed è consigliere regionale del partito radicale. Vive a Trinità. In Consiglio fa parte delle commissioni Agricoltu-ra, Ambiente, Cultura e Urbanistica. È inoltre presidente della Giunta per le Elezioni, l’organo del Consiglio che si occupa delle incompatibilità ed ineleggibilità dei consiglieri.

Dopo l’"alleanza" Pannella-Berlusconi degli anni ‘90, come si collocano attualmente i radicali nel quadro politico italiano?

Occorre precisare che questa alleanza, dai radicali sicuramente cercata e voluta, non si è nei fatti realizzata, se non in singole e sporadiche occasioni. Purtroppo, non tanto per noi, quanto per l’allora Polo e soprattutto per il Paese, Berlusconi ha preferito seguire una deriva conservatrice e continuista rispetto agli anni della "Prima Repubblica", costituendo un’alleanza organica che va da Fini a Bossi, da Rauti a Buttiglione e che tiene fuori l’unica vera alternativa liberale, liberista e libertaria rappresentata da noi radicali che – forse è opportuno ricordarlo – non siamo attualmente rappresentati nel Parlamento Nazionale.

E nel Consiglio Regionale piemontese?

Nel Consiglio Regionale del Piemonte i rappresentanti radicali sono due - Carmelo Palma ed il sottoscritto - su 60 consiglieri. Siamo collocati all’opposizione: all’opposizione di una maggioranza di centro-destra che, al pari di quella nazionale, non fa seguire atti concreti a condivisibili petizioni di principio; ma all’opposizione anche della settaria opposizione di Rifondazione e di quella, scarsamente propositiva, dell’Ulivo.

Un politico che in questi anni si è occupato molto delle nostre valli è Roberto Vaglio, Assessore regionale alla Montagna. Ma molti lo criticano per la sua ri-collocazione politica in Alleanza Nazionale. Come giudica il suo operato?

Non valuto le persone in base alle appartenenze politiche, tanto meno le giudico rispetto alle "collocazioni" o "ricollocazioni" eventuali. L’assessore Vaglio l’ho apprezzato per la concretezza dimostrata nei momenti di crisi dell’alluvione di un anno fa, ma francamente la sua politica "dei fatti compiuti" non mi piace. Farò un esempio: sulla legge forestale, dopo anni di attesa, arriva in Commissione un testo del tutto inaccettabile perché non definisce nulla, rimandando, per oltre 20 volte, a provvedimenti successivi tutte le decisioni più importanti. Ma già sappiamo, avendo imparato a conoscere efficienza e capacità di questa Giunta, che difficilmente quegli impegni saranno mantenuti né in termine di tempi né di contenuti.

I radicali si sono da sempre proposti come i difensori delle minoranze. Tra queste ci sono anzitutto quelle linguistiche...

Abbiamo sempre difeso l’idea di un diritto che sia uguale per tutti e non appannaggio esclusivo di maggioranze o minoranze influenti. In questo senso, ad esempio, noi non difendiamo i diritti particolari dei gay o degli immigranti, ma il diritto di gay e di immigranti di avere gli stessi diritti che sono riconosciuti alle maggioranze sessuali, etniche o religiose. Se si pensa a minoranze linguistiche o culturali, la tutela delle differenze non può consistere nella costruzione di "recinti" giuridici o territoriali, ma nella massima garanzia di espressione e promozione culturale.

Dopo l’attentato dell’11 settembre e i bombardamenti anglo-americani sull’Afghanistan, come giudica l’attuale delicatissimo momento internazionale?

Quanto successo l’11 settembre ha tragicamente portato davanti agli occhi di tutti lo stridente contrasto fra una minoranza di fortunati cittadini di Paesi liberi e una maggioranza di persone abitanti in Paesi poveri, dominati da dittature e fanatismi, in cui nascono, vivono e prolificano i terroristi. La risposta militare, necessaria e giusta, deve, allora, essere affiancata da una risposta politica che ponga, finalmente, il problema del diritto, dei diritti civili e politici del singolo individuo, della persona, dovunque essa abiti. Il Terzo Mondo ha bisogno, innanzitutto, di regole, di diritti e doveri; poi di aiuti economici. Finora abbiamo aiutato, spesso, le dittature, illudendoci di tenerle buone, senza richiedere loro nulla in termini di democrazia, giustificandoci con il "rispetto delle differenze", con l’esigenza di "non ricadere nelle logiche colonialiste"; l’11 settembre è anche il prodotto di queste nostre politiche fallimentari.

E cosa ne dice dei continui appelli alla "pace" che giungono da tanti settori della cultura italiana?

La parola "pace" è diventata una parola "ameba", cioè priva di significato; la gridano coloro che rifiutano di assumere precise e concrete responsabilità nei confronti di chi attenta ogni giorno alla pace, e ai diritti umani. Dal punto di vista storico, il pacifismo europeo, negli anni ’30 come negli anni 60/70, è stato il contrario della nonviolenza, che è ghandhianamente una forma di lotta all’oppressione, di ‘guerra’ (se mi è consentito il termine) ad ogni forma di violenza. Come può considerarsi ‘nonviolento’ chi ha sempre ritenuto preferibile salvaguardare la pace, anche se garantita dalla violenza degli stati, piuttosto che il diritto e la democrazia? Inoltre, dagli anni ’20, i pacifisti europei sono stati nei fatti una fazione di quel grande partito antiliberale, anticapitalistico, e quindi antiamericano, che ha giudicato le guerre o i conflitti internazionali a seconda del ruolo assunto dalle democrazie occidentali. I pacifisti europei erano contro la guerra ad Hitler negli anni ’30. Contro la Nato, negli anni ’50, ’60 e ’70. Contro la guerra a Milovevic o a Saddam negli anni 90. Non ricordo mobilitazioni pacifiste in Europa contro Pol Pot, Castro, Kim Il Sung … Se avessero prevalso i pacifisti, Hitler dominerebbe l’Europa e Milosevic sarebbe ancora a Belgrado e non in una cella del Tribunale dell’Aja. I radicali non sono mai stati "pacifisti", ma "nonviolenti" e "antimilitaristi", cioè contro il potere assoluto, non controllato dalla politica e dal consenso, delle gerarchie e delle logiche militari. E su questa base, già 30 o 40 anni fa i radicali dicevano - contro i pacifisti - che il militarismo era sì un rischio in Europa e nell’occidente democratico, ma una realtà drammatica nell’impero comunista e nelle ‘élites’ militari che andavano predicando e realizzando in giro per l’Africa, l’Asia e il Sudamerica le insurrezioni rivoluzionarie a cui i pacifisti plaudevano irresponsabilmente.

La cultura italiana è il portato di un Paese che non ha prodotto nella sua storia mai una Riforma, né religiosa né politica, ma, invece, le due grandi Controriforme che hanno segnato secoli antichi e recenti di storia europea: la Controriforma, appunto, e il fascismo. A ciò si aggiunge l’ipoteca comunista che ha contrassegnato la cultura italiana in tutto il dopoguerra e che si servì strumentalmente delle tematiche pacifiste per opporsi all’Alleanza Atlantica.

Come spiega le notevoli divergenze tra le posizioni della sinistra italiana e del laburista inglese Blair?

Blair ha avuto il coraggio di dare un taglio al passato, di rinnovare dalle radici il "Labour", di recidere una volta per tutte l’abbraccio soffocante delle "Trade Unions"; così ha convinto gli inglesi ed ha vinto. E’ paradossale (e desolante per gli altri Paesi europei), ma in questo momento è la Gran Bretagna, il Paese più antieuropeista, a tenere alti gli ideali di democrazia che, d’altronde, sono nati proprio là con la "Rivoluzione gloriosa" del 1648 (141 anni prima della presa della Bastiglia!).

Come valuta il "caso Israele"?

Come valutare il "caso" di uno Stato democratico di 6 milioni di abitanti circondato da una ventina di Stati dittatoriali o a-democratici, con 180 milioni di abitanti, che si sono prefissi (la maggioranza si prefigge tuttora, anche se non lo dice) da cinquant’anni la sua distruzione? E’ per salvaguardare questo Stato dai fondamentalismi esterni, ma anche interni, che il Partito Radicale Transnazionale ha proposto di far entrare Israele nell’Unione Europea; Israele non è strettamente Europa? Potremmo discutere, allora, della Turchia, o di Cipro, che pure non abbiamo problemi a considerare, dal punto di vista politico, Europa … Nel mondo di oggi, i confini geografici contano molto meno dei confini politici e culturali; Israele racchiude in sé, nella sua storia, ma anche nella sua vita attuale di ogni giorno, molta eredità europea, spesso la migliore; ogni cittadino europeo deve esserne consapevole e deve contribuire alla sua salvaguardia.

E il Tibet? Come va la campagna di sensibilizzazione lanciata dai radicali?

In Piemonte la campagna va bene; sono molti i comuni che hanno deciso di esporre la bandiera tibetana fino a quando il regime cinese si deciderà ad intavolare negoziati per garantire ai tibetani l’autonomia all’interno dei confini della Repubblica Popolare di Cina. Grazie all’aiuto dell’Assessore regionale alla Cultura, Giampiero Leo, rilanceremo la campagna anche a livello nazionale. A proposito, se qualcuno dei vostri lettori vuole darsi da fare per far mettere la bandiera tibetana nel propro municipio, può contattare il Gruppo consiliare radicale in Regione (011/57.57.401); la lista dei comuni aderenti la trovate sul sito del Partito Radicale transnazionale: www.radicalparty. org/eurotibetforum.

In conclusione, quali sono i maggiori pericoli che il mondo corre attualmente?

La situazione attuale è il risultato della globalizzazione dei mercati senza la globalizzazione del diritto. Si è anteposto la priorità dell’economia a qualsiasi considerazione geopolitica; un esempio tanto eclatante quanto rimosso: si privilegiano i rapporti d’affari con il regime cinese a scapito dei rapporti economici con la più grande democrazia del mondo, l’India. Al problema tremendo delle migrazioni di milioni di persone che scappano dalla fame, dall’ignoranza, dalla violenza si danno risposte d’ordine pubblico che non sono risposte ma placebo per dare false sicurezze a un’opinione pubblica impaurita da mezzi d’informazione che ripropongono, periodicamente, campagne terroristiche contro l’immigrazione clandestina.

E quale evoluzione possiamo auspicare sul piano internazionale?

Il problema dei diritti civili e politici da assicurare dovunque è il problema centrale della nostra epoca; possiamo far finta che non esista e illuderci che bastano l’esercito e la polizia a difendere il nostro benessere, qui, nella "fortezza Europa"; possiamo anche illuderci che trattando il nostro quieto vivere con dittatori e Stati-canaglia - infischiandocene di come (adesso, minuto dopo minuto) sono costretti a vivere milioni di ceceni, afghani, siriani, cubani, cinesi, sauditi etc... - nessuno ci farà del male; Bin Laden ci ha dimostrato che non è così.

a cura di Diego Anghilante

 

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 9- outoubre 2001 - N° 260