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PER UN'ESTÒRIA RELIGIOSA DE L’OCCITÀNIA – XVII Montségur, tragico nido d’aquila |
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| Avinhounet: mounument a lou crouzà |
Montségur, simbolo del movimento cataro stesso, mito futuro per generazioni di esoteristi e mistici di ogni tipo, fortezza simbolo dell’irriducibilità della fede catara di fronte ad un destino avverso ormai segnato, ancora non ha del tutto svelato i suoi misteri e la sua storia più nascosta. Ma cos’era in realtà la vera Montségur, se non un povero villaggio di montanari pirenaici, a otto leghe da Foix e a circa tre da Lavalenet, ai piedi di una scoscesa montagna incombente sull’abitato con una enorme rupe quasi verticale. Sulla sommità, luogo peraltro difficilmente accessibile, da cui "Mons securus", era stato costruito un fortilizio di proprietà di Raimondo di Péreille, vassallo del conte di Foix. Si trattava allora come oggi di una zona impervia ed isolata, lontana dalle principali vie di comunicazione, e quindi di minima, se non nulla, importanza militare.
In origine i castelli situati sulle montagne meridionali erano costituiti da semplici torri di vedetta atte a trasmettere segnalazioni luminose, solo in seguito alla torre si aggiunse una cinta di mura, all’interno della quale potessero trovar rifugio civili e soldati. La torre originaria divenne pertanto il "torrione" o "mastio", mentre all’interno della cinta venivano costruiti alloggiamenti per gli uomini e magazzini per le vettovaglie. Montségur era un castello proprio di questo tipo, per cui le argomentazioni di chi ha voluto identificarlo come un tempio del sole sono fantasie: i Catari non erano, proprio per la loro caratteristica dottrina cosmogonica, adoratori del sole, e non si ha alcuna traccia di comunità anteriori, anche molto più antiche, o di eventuali gruppi manichei, rimasti isolati e forse nascosti in zona. Altrettanto infondata è la teoria di coloro che vollero vedere in Montségur un tempio cataro: fu solo per caso che il castello nel 1232 divenne l’estremo rifugio dei nostri eretici. In quel periodo papa Gregorio IX aveva attivamente organizzato in modo pressoché definitivo l’istituto dell’ Inquisizione, con conseguenti grandi campagne antiereticali ed innumerevoli processi, con il fine, neppur tanto nascosto, di acquisire i beni confiscati ai presunti eretici. Tutto ciò, sommandosi all’occupazione da parte di truppe straniere, aveva portato le genti di Occitania, stremate, a nuovi tentativi di rivolta contro gli inquisitori stessi, che avevano l’effetto di inasprire la repressione ecclesiastica. Fu per questi motivi che il vescovo cataro Guilhabert di Castres si recò da Raimon de Péreille chiedendo di essere accolto con un esiguo numero di perfetti a Montségur. A questi si aggiunse un gruppo di feudatari cacciati dai loro possedimenti in quanto simpatizzanti della causa Occitano - Catara ormai persa.
Per un intero decennio la popolazione della fortezza e del piccolo villaggio abbarbicato sui pendii della montagna ebbe il buon senso di non farsi troppo notare. Isolata, lontana da vie di comunicazione, anche se nota sicuramente a tutti, non rappresentava un pericolo. Ma l’ospitalità offerta agli eretici finì comunque per procurare a Raimon de Péreille, a sua moglie Corba e al genero Pierre Roger una scomunica e, cosa ben più grave, una condanna in contumacia per eresia con conseguente esproprio dei beni, costringendoli così ad unirsi agli abitanti del castello.
Si trovarono riuniti a Montségur due gruppi molto differenti: da una parte i Perfetti catari, alcuni dei quali con le loro famiglie, che poco ormai avevano da perdere, se non, in ultimo, le loro vite, e che cercavano più che altro di sottrarsi ai processi restandosene isolati dal mondo; dall’altra i "Faydits", i signori spogliati dei loro averi, nobili e cavalieri irrequieti che non perdevano giustamente occasione per lanciarsi in attacchi repentini al nemico francese, appoggiando con le armi nel territorio circostante ogni tentativo di rivolta. Le due comunità, seppur riunite da un comune avversario, si integrarono poco e vissero quasi del tutto separate, al punto che, come sappiamo da alcuni documenti, quasi mai gli aiuti e l’assistenza fornita dai signori alle famiglie catare furono meramente gratuiti.
Le cose procedevano in ogni caso abbastanza tranquillamente, nei territori di Linguadoca la guerra era praticamente terminata, e, come abbiamo visto, soltanto l’Inquisizione poneva seri problemi ad una pacifica esistenza.
Ma a seguito di una serie di processi presieduti dagli inquisitori di Tolosa si verificò una incursione da parte dei Faydits, che in quest’occasione portò ad una repressione molto violenta.
Nella notte del 28 maggio 1242 gli inquisitori vennero massacrati nel castello di Avignonet, con evidenti complicità locali, ma soprattutto con la partecipazione diretta di alcuni cavalieri di Montségur. Fu un’azione eclatante, con un enorme peso sull’opinione pubblica, che portò a piccoli focolai di rivolta, subito sedati, e alla scomunica del solito conte di Tolosa, Raimondo VII, considerato l’ispiratore o addirittura il mandante dell’eccidio. In un concilio tenutosi poco dopo a Parigi vescovi e cardinali decretarono una serie di iniziative e confische per sovvenzionare una ulteriore crociata contro gli Albigesi. Il conte di Foix si dichiarò a questo punto apertamente a favore della corona di Francia, e a Raimondo di Tolosa non restò che riconfermare il giuramento di fedeltà al re Luigi IX, con il conseguente impegno di estirpare gli ultimi sussulti del catarismo sulle sue terre, e, in primis, di portare l’assedio a Montségur.
Paolo Secco
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 8- setembre 2001 - N° 259