Difendere la civiltà liberale
Perchè dobbiamo schierarci
a fianco dell’America
Il martedì 11 settembre 2001 passerà alla storia come il giorno del terribile attentato terroristico scatenato nel cuore di New York.
Nei giorni successivi a quel martedì abbiamo vissuto il tempo della rabbia per questa epifania del puro Male e il tempo della costernazione per le migliaia di vittime innocenti. Ora è giunto il tempo della lucida riflessione politica.
Molti commentatori ed esponenti politici italiani hanno espresso all’indomani della strage delle Torri Gemelle un cordoglio di circostanza; il giorno seguente hanno ripreso a distinguere e a cavillare; e infine il terzo giorno sono tornati a maneggiare il solito armamentario terzo-mondista. La sostanza dei loro argomenti è la seguente: gli Stati Uniti hanno con questo attentato raccolto i frutti della loro politica "imperialista" che mira a favorire le multinazionali e il mercato globale, ad approfondire il divario tra paesi poveri del sud e paesi ricchi del nord del pianeta. Una politica di superpotenza che non si cura di croniche ingiustizie, prima fra tutte quella patita dai palestinesi schiacciati sotto il tallone del sionismo, recentemente condannato dal vertice sul razzismo di Durban come una riedizione dell’apartheid sudafricano. Poichè gli Stati Uniti si comportano come i padroni del mondo e usano il loro smisurato potere per affamare e opprimere i popoli scomodi - i cubani, gli irakeni, i serbi, i palestinesi, gli afghani - i motivi che hanno spinto gli attenatori a questa "reazione", pur in sè deprecabile, risultano comprensibili.
Dispiace dirlo ma questo, con qualche variazione sul tema, è il giro di pensieri che sta dietro a buona parte della cultura cattolica o di sinistra in Italia. Questo background che per comodità possiamo chiamare "pacifista" (ma che ha ben poco a che spartire con un autentico pacifismo) riemerge ad ogni importante scadenza internazionale, dalla Guerra del Golfo del 1991 ai bombardamenti sul Kos-sovo nel 1999, alle manifestazioni anti-G8 della scorsa estate a Genova.
Per rintracciare una chiave di lettura diversa occorre anzitutto chiarire il concetto di politica. La quale, secondo una concezione che risale all’illuminista Locke, non si occupa di progettare e realizzare l’utopia sulla terra, il migliore dei mondi possibili, bensì ricerca un miglioramento graduale e "per piccole correzioni" (Popper) di quello tra i mondi e i sistemi attuali che risulti il male minore. E il male minore nell’attuale epoca è certamente quel sistema che garantisce i fondamentali diritti dell’uomo (libertà di pensiero, di espressione, di proprietà, di spostamento...) e che permette la scelta democratica, per quanto indiretta e imperfetta, dei governanti. Questo sistema ha trovato nelle democrazie europee uno sviluppo particolarmente articolato, arricchito inoltre dalla nostra millenaria cultura. Ma la sua affermazione più diretta ed esemplare resta quella degli Stati Uniti, e la sua pietra miliare la Dichiarazione di Indipendenza del 1776, redatta secondo i principi che l’Illuminismo aveva elaborato nel corso del XVIII secolo.
Non è dunque un caso che nelle due Guerre mondiali proprio gli Stati Uniti abbiano determinato la sconfitta del totalitarismo e il consolidamento delle democrazie che in Europa e nel mondo si ispirano a quei principi.
Sappiamo altrettanto bene che l’America è solamente il "meno peggiore", e dunque infinatamente perfettibile, dei mondi possibili. E’ il paese nato sul genocidio delle etnie autoctone, il paese del consumismo, dei Mc’ Donalds, delle multinazionali, del liberismo selvaggio, dell’omologazione culturale. Il paese che ai tempi della Guerra Fredda ha sostenuto regimi corrotti come il Vietnam del Sud o autoritari come il Cile di Pinochet. Ma attendiamo che qualcuno ci convinca dell’esistenza di concreti modelli alternativi alla democrazia parlamentare che ha negli Stati Uniti il suo prototipo - siano essi la Cina, Cuba, le teocrazie islamiche o i regimi militari africani.
Inoltre dopo la caduta del Muro di Berlino la politica estera americana, venuto meno il confronto con la superpotenza sovietica, ha subito una notevole evoluzione e preme costantemente per l’affermazione della democrazia e dei diritti civili in ogni angolo del mondo, dal Sudafrica alle Filippine di Marcos, dalla Serbia di Milosevic ai paesi del Sud America.
Contro questa estensione del modello democratico - e anche, occorre riconoscerlo, del libero mercato e della globalizzazione - combattono con lo strumento del terrorismo alcuni movimenti integralisti islamici. Ma essi non esprimono affatto le istanze dei popoli sfruttati dalla divisione internazionale del lavoro, bensì la "rete" che connette gli enormi ricavati del petrolio (il problema dunque in molti paesi arabi è l’iniqua distribuzione interna della ricchezza), la ferocia e il cinismo di dittatori come Saddam Hussein o Hassad di Siria, e infine le teocrazie che dominano l’Afghanistan, l’Iran e il Sudan. Paesi sprofondati nella barbarie più spaventosa, dove sono calpestati i diritti fondamentali, dove viene applicata la legge del taglione, le donne vengono segregate e umiliate con pratiche come l’infibulazione, i processi celebrati senza alcuna garanzia per la difesa, l’intolleranza religiosa eletta a sistema (un esempio: il bombardamento afghano dei millenari monumenti buddisti), la vita umana privata di alcun valore (un altro esempio: le migliaia di innocenti sgozzati dai fondamentalisti algerini).
Questa non è l’espressione di un mondo sottosviluppato e impoverito dai meccanismi prima del colonialismo e ora della globalizzazione. Poichè certamente queste problematiche - al di là delle infantili semplificazioni dei cosidetti "antiglobal" - esistono e vanno affrontate. E’ al contrario l’insorgere di un cieco e anacronistico fanatismo religioso, incapace di accettare le regole del confronto tra culture e valori diversi. Ed è un fenomeno che per fortuna riguarda solo una parte del mondo islamico, il quale dovrebbe comunque soffocarlo con decisione guardando al proprio grande passato di civiltà e di tolleranza.
L’integralismo islamico che inneggia alla guerra santa contro il demone occidentale intreccia le sue basi ideologiche con l’intolleranza verso le minoranze etniche, dalla quale consegue la repressione dei berberi in Nord Africa, dei curdi nel Medio Oriente, delle etnie turcofone nel nord dell’Afghanistan, dell’isola di Timor in Indonesia. La stessa questione israeliana è comprensibile solamente nel quadro del più generale rifiuto che il vasto e popoloso mondo arabo-islamico oppone all’esistenza nel Medio Oriente di un fazzoletto di terra ebraico.
Mai come in questo momento è necessario avere il coraggio di schierarsi per una chiara scelta di civiltà: scegliere la tolleranza religiosa contro l’oscurantismo teocratico, i diritti civili contro la barbarie, la democrazia - per quanto imperfetta - contro il totalitarismo, il diritto dei popoli contro la prevaricazione. Gli Stati Uniti si trovano - forse nemmeno per loro esplicita volontà, e inoltre con uno dei presidenti più mediocri della loro storia - a rappresentare questa civiltà e quindi l’obiettivo privilegiato dei terroristi.
La guerra contro questi infidi e spietati nemici potrà anche essere lunga e comportare addirittura rischi di ritorsioni atomiche. Essa non deve ovviamente limitarsi ad una punizioni militare, ma prevedere azioni politiche volte a recuperare i paesi e i movimenti moderati dell’area islamica. Ma non è con i distinguo e le ambiguità del "pacifismo" anti-americano che si potrà difendere la nostra civiltà - la civiltà della tolleranza, dello sviluppo e dei diritti umani - contro il più grave attacco che le sia stato rivolto dopo il nazismo di Hitler.
Diego Anghilante
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 8- setembre 2001 - N° 259