L’uomo di fronte alle lingue straniere

Accade di frequente a chi si occupa di lingue cosiddette minori di sentirsi domandare quale utilità vi sia nell’apprendere un idioma antico o parlato ormai da uno sparuto numero di persone.

Il comportamento dell’uomo di fronte alle lingue straniere merita una riflessione. Michel Malerbe, nel suo saggio "Les langages de l’humanité", edito ormai nel 1983 ma sempre attuale e puntuale, afferma che ogni uomo è attaccato alla propria lingua madre come l’operaio all’attrezzo che ha sempre maneggiato. Si immagina con difficoltà di abbandonare la propria lingua in favore di un’altra che si suppone più prestante. I casi di capovolgimenti linguistici profondi non sono tuttavia rari. Il più estremo è senza dubbio quello dei Kamasin, popolo della regione Krasnïarsk in Siberia, che ha conosciuto tre lingue in cinquant’anni: in origine di lingua Samoyeda, ha cominciato a parlare turco nel 1840, tanto che vent’anni più tardi non conosceva più la prima lingua; ma a partire dal 1890 ha abbandonato il turco per il russo.

Le lingue delle culture più brillanti dell’antichità, come l’egiziano, il fenicio, l’etrusco, l’ittita, per citarne qualcuna, sono tutte scomparse. Il latino stesso, abbandonato dalla Chiesa Cattolica, è diventato definitivamente una lingua morta. Queste lingue erano tuttavia di qualità almeno equivalente a quelle che sono succedute loro. Perché dunque questo abbandono? La sola spiegazione può trovarsi nell’interesse materiale che si trova a parlare una lingua più utile, nella maggior parte dei casi quella del vincitore dopo una guerra.

Durante l’occupazione tedesca, dal 1940 al 1944, il numero di giovani francesi che hanno scelto il tedesco come seconda lingua è cresciuto in proporzioni considerevoli. I genitori avevano rapidamente compreso che il tedesco era una lingua importante per l’avvenire dei loro figli. Si immagini a quale assimilazione linguistica può condurre la presenza di un conquistatore durante più generazioni, soprattutto in una civiltà in cui le scuole praticamente non esistono. La lingua del vinto si restringe dapprima alla vita familiare, poi agli ambienti più tradizionalisti come sono spesso le chiese, e quindi finisce per scomparire: è il fenomeno che si è potuto constatare in Egitto dove, dopo dieci secoli di amministrazione araba, non resta praticamente nulla della lingua copta, salvo qualche libro liturgico, malgrado una popolazione copta sicuramente superiore al 10% del totale. Tutto avviene come se, malgrado l’attaccamento che ciascuno porta verso la propria lingua, i genitori fossero sempre pronti, in nome del successo dei loro figli, a lasciar loro imparare la lingua del più forte, o a incitarli a farlo. Quando quest’attitudine è quasi unanime, la generazione dei figli formati a un relativo bilinguismo vedrà, volente o nolente, deviare la propria lingua d’origine in direzione di questa lingua straniera. Se la pressione esercitata dalla lingua più forte a causa della sua utilità sociale si mantiene su un lungo periodo, si può constatare il passaggio invisibile verso una lingua mista e poi, nel peggiore dei casi, si ha l’abbandono della lingua d’origine.

Di fatto, si constata bene, ieri come oggi, che i genitori tendono a orientare i loro figli verso l’apprendimento di una lingua straniera utile. Fondamentalmente, si tratta di permettere al bambino la comunicazione con chi detiene il potere; nel mondo moderno, si tratta del potere economico. La lingua utile è quindi innanzitutto la lingua praticata da commercianti e industriali, ovvero nel mondo occidentale l’inglese.

Tuttavia siamo all’alba di un secolo nel quale si spera che la cultura sarà resa più popolare attraverso un grande sviluppo delle attività del tempo libero Si potrebbe allora pensare di studiare certe lingue per il loro solo interesse culturale, perché anche se soltanto qualche decina di lingue dispone di una letteratura, tutte le altre hanno un valore culturale, linguistico o etnologico.

Rosella Pellerino

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OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 7- lui 2001 - N° 258