|
PER UN'ESTÒRIA RELIGIOSA DE L’OCCITÀNIA – XVI E venc tot dreit la peira lai on era mestiers |
![]() |
Dopo
il Concilio Lateranense trascorsero trent’anni tra eroici sussulti degli occitani
e periodi di sfiducia e rassegnazione, in pratica trent’anni di agonia, illuminata
dai sinistri bagliori dei roghi dell’Inquisizione. I tre grandi protagonisti
della tragedia erano destinati a scomparire in poco tempo uno dall’altro: Innocenzo
III si spense il 16 luglio 1216, Raimondo VI morì per un colpo apoplettico
nell’agosto del ’22, l’anno precedente era morto Domenico di Guzman, non senza
prima aver lasciato in eredità all’ordine dei Frati Predicatori l’incarico
di abbattere definitivamente l’eresia. Ma soprattutto grande impressione aveva
destato la scomparsa prematura del comandante militare della crociata, Simon
de Montfort, il 25 giugno del 1218, durante l’assedio di Tolosa; così
descrive l’accaduto l’autore della "Chanson de la Croisade Albigeoise":
"Ac dins una pereira, que fe us carpenters,
qu’es de Sent Cerni traita la pereira e.l solers
e tiravan las donas e tozas e molhers.
E venc tot dreit la peira lai on era mestiers
E feric si lo comte sobre l’elm, qu’es d’acers,
qu.ls olhs e las cervelas e.ls caichals estremiers
e.l front e las maichelas li partis a cartiers;
E.l coms cazec en tera mortz e sagnens e niers." (1)
Il nuovo papa Onorio III fin dal ’22 aveva sollecitato il Re di Francia Filippo Augusto a concedere al figlio ed erede del Montfort, Amauri, la sovranità sulle terre occitane, ma Filippo aveva preferito mantenere un certo distacco, senza volersi troppo impegnare. Con la sua morte però, e con l’ascesa al trono di Luigi VIII, la cui moglie Bianca di Castiglia esercitò tutta la propria nefanda influenza per far valere i diritti della corona sul sud della Francia, si presentò l’occasione per una nuova crociata, questa volta non più suffragata da giustificazioni religiose, ma ben evidente, anche allora, nel suo significato di espansione politico-economica.
Mentre il corpo di Raimondo riposava nel convento tolosano dei Frati Ospitalieri di San Giovanni, privo di sepoltura definitiva in quanto scomunicato, il figlio Raimondo VII sembrò cominciare la sua avventura in modo decisamente più glorioso e fortunato: il giovane conte riportò infatti diversi successi nella sua lotta contro i francesi, riuscendo a riconquistare buona parte dei feudi sottratti alla sua casata. Pensò addirittura di arrivare in fine ad un accordo onorevole e definitivo, chiedendo in sposa una figlia del defunto Simon de Montfort, sorella di Amauri, ma il matrimonio non andò a buon fine, non tanto per l’inimicizia delle due famiglie quanto piuttosto per la contrarietà della corona francese, che temeva di veder aumentare l’influenza del casato di Tolosa. Il monarca fu così ben lieto di prestare ascolto al papa che lo invitava ad iniziare il suo regno con una grande campagna contro gli eretici rimasti, rinfrancato anche dal fatto che, nel 1224, Amauri aveva ceduto a lui ed ai suoi futuri eredi tutti i diritti e i privilegi che Roma aveva in precedenza concesso al padre Simone de Montfort sulla contea di Tolosa e sui possedimenti di Linguadoca e dell’Albigese. Luigi VIII aveva a suo carico, ancora irrisolto, il problema di cacciare da alcune regioni della Francia le truppe inglesi di Enrico III. In circa quattro mesi l’esercito inglese fu respinto oltremare, ed il giovane sovrano potè a questo punto dedicarsi a sgominare definitivamente i ribelli d’Occitania. Nel frattempo un Concilio tenutosi a Bourges nel 1225 lo aveva solennemente posto a capo, in qualità di Sovrano di Francia, della nuova crociata, decretando addirittura un futuro rimborso spese per le operazioni militari. Nel gennaio del ’26 Raimondo VII, seguendo involontariamente le orme del padre, fu scomunicato, nonostante i suoi ripetuti appelli e le sue richieste di essere addirittura sottoposto a processo inquisitoriale, e fu a questo punto ben evidente a tutti come il solo interesse del re fosse quello di indurlo a tutti i costi, e con qualsiasi mezzo, a cedere i diritti sui suoi beni in favore della corona. Il conte Raimondo, con l’eccezione dei fedelissimi conti di Foix e di Béziers, fu abbandonato al suo destino dai principali alleati. Il concentramento dei crociati a Bourges radunò un esercito formidabile, si parlò allora di almeno cinquantamila cavalieri, senza contare la fanteria e le truppe mercenarie. Ogni resistenza appariva pertanto impossibile e tutte le città del sud, da Arles a Nimes, da Orange a Castres si arresero senza combattere. L’esercito crociato ebbe così via libera in direzione di Tolosa. Ma accadde a questo punto un fatto imprevisto: ai primi di novembre il re si ammalò gravemente e in pochi giorni morì.
L’omaggio feudale fu immediatamente reso al figlio dodicenne Luigi IX, che con la guida della madre Bianca, come reggente, raggiungerà imperitura gloria, diventando il famoso San Luigi dei Francesi. La contea di Tolosa, anche se la città non venne espugnata, fu nei mesi successivi messa a ferro e fuoco. Ben presto Raimondo si rese conto dell’impossibilità di continuare la guerra e accettò una formula di conciliazione. Il trattato, firmato a Meaux nel marzo del ’29, venne portato dinnanzi al re di Francia a Parigi, ove, il 12 aprile, Raimondo di Tolosa si presentò a Notre - Dame in veste di penitente.
Importantissime furono le clausole finali del contratto con cui il conte si impegnava a dare in sposa una figlia ad un fratello del re, accettando che, alla sua morte, agli sposi sarebbero passati i possedimenti a sud del Rodano, mentre i territori oltre Rodano, nel Marchesato di Provenza, sarebbero andati alla Chiesa di Roma (i diritti papali su Avignone derivano proprio da questa parte del trattato). Le mura di Tolosa e quelle di altre nove città vennero immediatamente rase al suolo.
Vi furono, di poi, piccole rivolte e atti di ribellione. L’inquietudine giunse fino alle orecchie di Roma che, nel 1237, tentò di moderare lo zelo antiereticale dei Domenicani affiancando loro i Frati Minori Francescani, ma nel frattempo l’eresia era andata man mano spegnendosi, almeno nelle sue forme più appariscenti e pubbliche, anche se comunque piccoli gruppi di Catari continuavano ad esistere, il più delle volte indisturbati, sulle alte montagne dei Pirenei e delle Cévennes. Le autorità conoscevano perfettamente la situazione, ma evitavano di interessarsene, almeno fino a quando tutto rimaneva tranquillo.
E’ a questo punto che si inserisce nella nostra storia la vicenda di una piccola fortezza sui Pirenei ove era sopravvissuta, a detta di alcuni, la testa pensante del movimento Cataro. Montségur era una località lontana dalle vie di comunicazione, e incapace pertanto di provocare sussulti di rivolta e sconvolgimenti tali da preoccupare le autorità. Perché dunque questo castello, e la sua tragica vicenda, divennero il simbolo futuro del Catarismo, il luogo per eccellenza eletto a ricordo dei nostri eretici?
Paolo Secco
(1) C’era nella città una catapulta a pietre, fabbricata da un carpentiere, trascinata da Saint Sermin fin sulla piattaforma, e la tiravano dame, ragazze e spose. E la pietra giunse là dove doveva e colpì il conte sull’elmo d’acciaio in modo tale che gli occhi e le cervella e i denti di sopra e la fronte e le mascelle fece a pezzi; e il conte cadde a terra morto, sanguinante e livido.
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 5 - mai 2001 - N° 256