Bilinguismo: per un nuovo Pretz

Nel numero scorso di O.V. informavamo dei passi concreti che il Ministero della Pubblica Istruzione sta compiendo per attuare quanto previsto dalla legge 482 del 1999 sull’introduzione delle lingue minoritarie, e tra queste dell’occitano, nella scuola pubblica. Possiamo dunque augurarci che, se l’Espaci Occitan saprà dimostrarsi autorevole e istituzionale punto di riferimento in questo processo, nei prossimi anni la lingua e la cultura occitana faranno il loro ingresso nelle scuole elementari e medie delle Valli, e anche nelle scuole superiori presenti sul territorio occitano (Dronero, Torre Pellice, Oulx...) e nelle città di fondo valle.

Chi avrebbe mai osato prevedere, soltanto quattro o cinque anni fa, un simile scenario? Le varie Cassandre che, su fronti opposti, si crogiolano nella veglia funebre della civiltà alpina dei bei tempi andati hanno di che ricredersi.

Ma questo storico ingresso della lingua d’oc nelle scuole apre ovviamente una serie di interrogativi e di polemiche: quale occitano insegnare? Scritto in quale grafia? che tipo di formazione verrà richiesta ai docenti? E ancora: come sarà la lingua occitana parlata dalle generazioni che la incontreranno per lo più a scuola?

Nella recente intervista rilasciata a O.V. (n. 256) il linguista catalano Xavier Lamuela ha chiarito come la lingua sia un sistema dinamico e in continua trasformazione. Le modificazioni all’interno di questo sistema come l’allargamento o restringimento del lessico, la perdita di determinati registri linguistici, le contaminazioni per opera delle lingue più forti possono al massimo essere controllate o indirizzate, ma non impedite. "Es completament impossible, dice Lamuela, que dins 30 ans se parle dins las Valadas l’occitan que se parlava i a 30 ans".

Se assumiamo questa impostazione aperta e dinamica dobbiamo innanzitutto ammettere che il monolinguismo, ovvero l’occitano come unica lingua madre, non è più un obiettivo realistico. E forse, per alcuni, nemmeno auspicabile. In una società sempre più globalizzata, informatizzata e dominata dai media l’unica prospettiva per le minoranze linguistiche è quella del plurilinguismo. La potenza dell’uniformazione culturale

è sotto gli occhi di chiunque osservi la realtà senza filtri ideologici: conosco famiglie residenti nelle Valli Occitane e in cui almeno un genitore (ma a volte entrambi) è fortemente motivato sul piano ideale e parla da sempre la lingua occitana ai figli, mentre questi la rifiutano sistematicamente fin dalla più tenera età. Questi genitori paiono a volte sbigottiti e impotenti di fronte ad una sorta di trasmutazione alchemica, di fronte all’esproprio del loro naturale ruolo educativo. Qualcosa di più forte li ha soppiantati: la TV, i coetanei dei figli, un contesto sociale opportunista, la scuola materna, o probabilmente la combinazione di questi fattori.

E’ necessario guardare in faccia la realtà e abbandonare l’illusione di restaurare una lingua autarchica. Se resta valida l’intuizione fondamentale di François Fontan che la lingua è l’indice rivelativo di una etnia, la storia dimostra però che alcuni popoli, si pensi ai baschi o agli irlandesi, mantengono una forte coscienza identitaria pur nell’assenza della lingua dalla vita quotidiana.

Ma per convivere con il bilinguismo, e per difenderlo dalle pressioni del monolinguismo italiano o francese, occorre evitare alcune trappole che stanno davanti o dietro di noi.

La prima trappola che ci attende è il bilinguismo di facciata, nel quale la lingua viene relegata al folclore, alle occasioni ufficiali o al massimo ai testi scritti. Finita la cerimonia ci si può, per così dire, rimettere in pantofole e "svaccare" nella comoda lingua impartita dallo stato. E’ la situazione che subisce gran parte dell’Occitania Grande, sottoposta da due secoli alle micidiali pressioni del centralismo giacobino francese. Potremmo anzi dire che di fronte alla macchina da guerra parigicentrica i nostri fratelli occitanisti hanno fatto e fanno miracoli. Ma uno scenario simile rischia di incombere anche sulle Valli Occitane.

La seconda trappola è un retaggio del passato: l’occitano come lingua di miseria ed emarginazione, la lingua di "lassó gli ultimi", lingua che viene immediatamente abbandonata non appena si sale qualche grado della scala sociale e culturale, o si emigra anche solo di qualche decina di chilometri verso valle. E’ triste constatarlo, ma ancora oggi i pochi bambini allevati al suono della nostra dolce lingua provengono, a parte alcune lodevoli eccezioni, da sacche di povertà, di degrado e di arretratezza culturale.

Da questo punto di vista è auspicabile un radicale ribaltamento sociologico. Nello scenario a venire del bilinguismo l’occitano non dovrà più essere avvertito come la parlata degli sconfitti, della subalternità, bensì come la marcia in più dell’elite intellettuale e della classe dirigente, come segno di ricchezza culturale e di prestigio. Non sarà facile rimuovere pregiudizi secolari: ancora troppe volte succede che qualche zuccone autoctono magari pluriripetente o resuscitato da esosi diplomifici privati si permetta sorrisi di sufficienza quando sente parlare "a nosto modo" o in "patuà".

Prestigio, si diceva. Ovvero preminenza, pregio, considerazione, merito. Un insieme di valori che i trovatori in lingua d’oc esprimevano con una sola parola: #Pretz#. Proprio sul Pretz dovremmo puntare, oltre che su quell’altro valore della civiltà cortese occitana, il Paratge, di cui ultimamente si fa un gran parlare, e non sempre a proposito. Il riferimento al Paratge infatti è pertinente solo se inteso come pari possibilità da attribuire al territorio occitano, sinora svantaggiato rispetto ad aree più sviluppate. Ma se lo si concepisce, al modo dei trovatori, come parità e uguaglianza sociale, allora dobbiamo ammettere che queste sono state spazzate via nelle nostre comunità alpine, un tempo veramente basate sulla solidarietà tra "particolari", dal progresso e dal benessere. E’ stato un bene o un male? Sta di fatto che chi parla di Paratge a proposito delle Valli Occitane di oggi dimostra di conoscerle poco.

Viviamo un momento storico forse unico, poichè da una parte la nostra lingua, pur avendo subito negli ultimi decenni un grave arretramento, dimostra ancora una spontanea vitalità; e dall’altra parte sta finalmente maturando tra la gente e nelle istituzioni la coscienza del suo immenso valore culturale e identitario. E’ insomma possibile, in questi precisi anni, innestare sul tronco della lingua parlata, ancora ricco di linfa, la consapevolezza e gli strumenti culturali di una lingua moderna (grammatiche, dizionari, apparati scolastici e universitari, diffusione mediatica). Tra qualche anno forse la sovrapposizione di questi due piani non sarà più possibile. Le Valli Occitane potranno allora anche vedere crescere il loro riconoscimento, ma a livello della lingua non resterà che l’accademia e l’erudizione dei filologi.

Diego Anghilante

 


OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 7- lui 2001 - N° 258