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PER UN'ESTÒRIA RELIGIOSA DE L’OCCITÀNIA – XV IL DISASTRO DI MURET |
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degli antefatti della battaglia di Muret, di cui abbiamo fatto un breve accenno
nella scorsa puntata, è opportuno ricordare come, un anno prima, e più
precisamente il 16 luglio del 1212, una grande orda mussulmana era stata sconfitta
a Las Navas, in Spagna nella provincia di Jaén, proprio dalle truppe
riunite per l'occasione dei re cattolici dell'epoca, i signori di Navarra, Castiglia,
Leon, Aragona e Catalonia, tra cui appunto, con grande prestigio personale,
Pietro II¡ d'Aragona. Con lui erano inoltre presenti in gran numero tutti i
migliori cavalieri cristiani dell'Europa occidentale che avevano così
contribuito a rinsaldare il grande mito delle guerre combattute in nome di Dio.
Risolto pertanto il problema dell'espansione dell'Islam nei paesi occidentali,
il re di Aragona potè nuovamente muoversi in soccorso del suo vassallo,
il conte di Tolosa; Raimondo VI¡ non aveva perso occasione e lo aveva subito
invitato nella sua capitale, ove, dopo avergli reso rispettoso e plateale omaggio
feudale, lo aveva edotto circa i metodi cinici e vergognosi dei crociati, tanto
che il re, turbato, immediatamente aveva inviato a Roma un suo ambasciatore
perché ne informasse il pontefice. Innocenzo III¡, messo così
al corrente dei fatti, e non poteva d'altra parte ignorare il messaggio di un
così grande eroe della cattolicità, inviò senza indugio
ordini ad Arnaud d'Amaury, suo legato presso i crociati, perché si addivenisse
in fretta ad un accordo con il conte di Tolosa, con la mediazione del re di
Aragona, ed addirittura proibì al momento ogni predicazione contro gli
eretici, cercando in tal modo di smorzare la gravità degli avvenimenti.
Amaury e Simone di Montfort unirono però a questo punto i loro sforzi
ed artifizi per dimostrare al Papa come Pietro d'Aragona in realtà lo
stesse ingannando: Raimondo VI¡ e tutti i Tolosani erano sicuramente sotto l'influsso
del demonio e continuavano comunque a sostenere e proteggere gli eretici! Posto
di fronte alla parola di tanti importanti personaggi, mossi da passione religiosa
o, più probabilmente da meri interessi materiali, Innocenzo si convinse
di aver sbagliato, e dopo essersi rimproverato per la propria inopportuna indulgenza,
scrisse a Pietro II¡ ordinandogli di non più immischiarsi nelle faccende
della crociata e del Tolosano. Tenendo conto della personalità del re,
tutto ciò sortì evidentemente l'effetto contrario, infatti costui
rifiutò e ripudiò immediatamente il vassallaggio di Simon de Montfort
e, con un esercito di un migliaio di uomini, si portò all'assedio di
Muret, un modesto "castellum" nei pressi di Tolosa, difeso da un'altrettanto
modesta guarnigione di crociati. Da Tolosa lo stesso Raimondo si mosse con un
esercito, ingrossato via via da volontari della regione e da cittadini stessi,
e il 10 settembre raggiunse le truppe del re d'Aragona accampate nei pressi
di Muret. Monfort seppe subito dell'assedio, ma si trovava nell'impossibilità,
a causa della guerra in corso fra Francia ed Inghilterra, di ricevere adeguati
rinforzi, mentre al contrario nell'esercito assediante continuavano ad affluire
molti cavalieri provenienti dalle terre di Spagna. Si arrivò così
al famoso scontro del 12 settembre 1213, che non fu in realtà una grande
battaglia fra un imponente esercito, stimato in quasi duemila cavalieri e cinquantamila
fanti, e quello molto più modesto dei crociati, ma si rivelò in
effetti un aspro e violentissimo confronto sul campo tra le due avanguardie,
e sfortuna volle che alla testa di una di queste ci fosse re Pietro in persona,
che dando prova più di coraggio che di sagacità, si era buttato
senza indugio nella mischia. Fu così che, esaudendo involontariamente
il grande desiderio dei comandanti crociati, il re d'Aragona ci lasciò
la pelle, e con lui tutta la sua "maynade" (i cavalieri della sua scorta personale)
che, piuttosto di abbandonarne il corpo si fece sterminare. La notizia si diffuse
immediatamente, il panico fece prede nelle fila dei nobili Aragonesi e Catalani
e, forse a causa dell'impossibilità di tenere unito un grande esercito
ormai privo del suo capo riconosciuto, forse addirittura per lo sconcerto degli
Spagnoli nel ritrovarsi a combattere contro cavalieri che solo un anno prima
erano fraternamente al loro fianco contro i mori, fu in ogni caso una grande
sconfitta. Morirono fra quindici e ventimila soldati, quasi metà della
fanteria, e innumerevoli cavalieri, la vittoria del Montfort fu in effetti totale,
ed anzi fu qualcosa di più importante: l'eliminazione dell'Aragona come
potenza politica nel gioco delle parti. Questa vicenda ebbe un'enorme ed ovviamente
voluta risonanza nel mondo cristiano: a Muret un re cattolico che aveva osato
appoggiare l'eresia era stato spazzato via senza problemi, contrariamente a
tutte le aspettative, proprio per volere divino, grazie alle preghiere incessanti
di San Domenico e di tanti vescovi, era stato colpito insomma da un vero "giudizio
di Dio". La morte del re d'Aragona lasciò l'intera Linguadoca nello sconforto,
i principi alleati si accusarono a vicenda senza saper trovare la forza per
preparare la rivincita, i cavalieri di Spagna riattraversarono i Pirenei, il
conte di Tolosa e suo figlio abbandonarono il loro paese per rifugiarsi in Provenza.
Il risultato evidente fu un paese sfiduciato e demoralizzato, disposto per il
momento a subire tutto. Tolosa peraltro non venne subito conquistata, aveva
pagato il prezzo più alto in vite umane, ma rappresentava forse per i
crociati ancora un pericolo, vi ritornarono inizialmente solo i vescovi, con
alla testa quel famoso Folco di Marsiglia di cui abbiamo parlato. Simon de Montfort
preferì nei mesi che seguirono alla battaglia portarsi sul Rodano alla
conquista di tutti gli altri territori fino ad allora in parte soggetti al conte
di Tolosa. Poco dopo, nel 1215, il pontefice riunì a Roma, nella basilica
di San Giovanni il suo concilio ecumenico, il quarto Concilio Laterano: fu immenso,
senza dubbio la più imponente assise del cattolicesimo medioevale, a
cui parteciparono settantun arcivescovi, quattrocentododici vescovi e più
di ottocento fra abati e priori, alcuni dei quali avevano partecipato già
al precedente Concilio Laterano del 1179, dal quale era stata espressa una prima
seppur morbida condanna del catarismo. Nel corso del concilio vennero definitivamente
e ufficialmente condannate in blocco tutte le forme eterodosse di qualsiasi
specie, furono emanate pesanti misure repressive non solo contro i sostenitori,
ma anche nei confronti di coloro che in qualche modo ne tenevano le parti. Furono
fissate infatti regole e norme ben precise e particolareggiate che anticiparono
nei fatti di quasi vent'anni l'ufficializzazione dell'Inquisizione. Gli eretici
giudicati e condannati venivano così abbandonati al braccio secolare
per ricevere la giusta punizione, i loro beni erano confiscati, e gli stessi
sospettati di eresia, se non fossero riusciti a discolparsi, avrebbero subito
la scomunica e, dopo due anni, la condanna definitiva come eretici. Veniva insomma
ribaltata ufficialmente una delle regole fondamentali dell'antico diritto romano,
con l'inversione dell'onere della prova, l'accusato, in alcuni casi vittima
solamente di pubblico sospetto o, ancor peggio di denunce anonime, doveva dimostrare
la propria innocenza, contrariamente a quanto accadeva in precedenza, avvalorando
così senza scampo la sordida equivalenza di sospetto e colpevolezza.
Vennero promulgate inoltre norme sanzionatorie contro gli stessi principi che
non perseguivano nei fatti gli eretici, e fu imposta la regola per i vescovi
di visitare almeno una volta all'anno le località della propria diocesi
ove vi fossero focolai di eresia. Tutte queste delibere convalidarono pienamente
la crociata contro gli Albigesi, furono un capolavoro di ingegneria politico-religiosa,
ma il Concilio volle fare di meglio, concedendo appunto il pieno assenso alla
spoliazione dei beni degli eretici a favore dei crociati. Fu così che
i possedimenti del conte di Tolosa vennero assegnati a Simon de Montfort, fatta
eccezione per il marchesato di Provenza, che il concilio decise di tenere sotto
sequestro. Il concilio fu in pratica l'atto ufficiale di morte del catarismo
e dell'indipendenza del meridione occitano.
Paolo Secco
(continua)
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 5 - mai 2001 - N° 256