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PER UN'ESTÒRIA RELIGIOSA DE L’OCCITÀNIA – XIV LA DIFESA DI UNA CIVILTÀ DALLE BARBARIE |
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Dopo la
presa ed il saccheggio di Béziers l'esercito crociato si diresse su Carcassone,
e vi giunse il 1° Agosto del 1209, senza aver incontrato resistenza alcuna a
Coursan e Narbona, i cui abitanti, all'approssimarsi dei soldati, erano fuggiti
in massa, ben consci dei fatti accaduti altrove. Per dieci giorni, con continue
incursioni e contromosse difensive, la situazione rimase stabile, anche perché
Carcassone era fornita di una doppia cinta di mura, solidamente costruite –
ironia del destino – circa due secoli prima proprio dai crociati provenienti
dall'Oriente su precedenti fondazioni gallo-romane e visigote. Negli ultimi
giorni gli abitanti furono costretti a rifugiarsi fra le mura più interne,
abbandonando i sobborghi e parte della città ormai indifendibili. Qui
si colloca l'intervento imprevisto del re di Aragona, Pietro II, che, in soccorso
del nipote e suddito Raimon Roger de Trencavel, Visconte di Carcassone, cerca
una mediazione possibile con il legato papale a capo della crociata, Arnaud
Amaury.
L'aragonese era infatti preoccupato per la situazione. L'invasione dei francesi toccava territori che egli era abituato a considerare quasi di sua proprietà, ed era inoltre intenzionato a ristabilire con assoluta certezza gli antichi rapporti di vassallaggio che gli erano proprii nelle terre del sud occitano, ma d'altra parte cercava di evitare un aperto conflitto con la Chiesa di Roma, in quanto regnante su un territorio ad assoluta maggioranza cattolica. Il tentativo di mediazione non ebbe esito, in quanto fu proposto a Raimon Trencavel di abbandonare la città con il suo seguito, lasciando però gli abitanti, compresi gli eventuali eretici , in balìa della volontà dei crociati. Tutto ciò era inaccettabile, il visconte si preparò ad una difesa ad oltranza, il re aragonese tornò nel suo paese.
Nei giorni che seguirono Simon de Montfort ed il legato papale invitarono subdolamente Raimon Roger ad un ulteriore incontro nel loro accampamento, garantendogli la piena incolumità, ma non appena il visconte fu presso di loro, in dispregio della parola data, lo trattennero prigioniero con tutta la sua scorta. Fu un duro colpo per la città che, a questo punto, priva del suo capo e ormai allo stremo per la penuria di risorse alimentari, fu costretta ad arrendersi. Non si ripetè fortunatamente l'eccidio di Bèziers e fu concesso questa volta ai cittadini di uscire dalle mura con i soli indumenti, abbandonando ogni loro bene, ma comunque incolumi. L'impresa portata a termine, con tanta onorevole lealtà, dai crociati non aveva richiesto più di quindici giorni: la resa avvenne infatti il 16 agosto. Il visconte di Trencavel fu rinchiuso in un torrione della città e qui tenuto prigioniero, sembra in condizioni di assoluta inedia.
Si rese opportuno a questo punto sottrarre con un atto formale le terre conquistate ai legittimi proprietari e pertanto fu offerta a Simon de Montfort l'investitura dei feudi di Bèziers, Carcassone e Razès. Dapprima questi rifiutò, atteggiandosi a puro difensore della cristianità, poi, sembra convinto dalle parole di Amaury, accettò di buon grado, obbligò i nobili locali al giuramento di fedeltà e di obbedienza feudale di rito,impegnandosi a versare un tributo annuo al pontefice di Roma. Subì però un grave affronto dal re Pietro d'Aragona, il quale rifiutò di ricevere l'omaggio rituale nella sua qualità di sovrano diretto, non potendo accettare un vassallo diventato tale a scapito di suoi sudditi fedeli. Il Montfort non era sicuramente tipo da dimenticare facilmente un'offesa e se ne sarebbe ricordato a tempo debito…..
Mentre i signori locali, ormai sottomessi ai crociati, emettevano contro gli eretici tutti i decreti richiesti dal legato di Roma, Raimon Roger, rinchiuso nel suo castello, rappresentava comunque un problema. Non proprio casualmente morì poco tempo dopo, il 10 novembre, chi dice per consunzione, avendo rifiutato ogni forma di assistenza e di cibo, chi dice di morte violenta, tanto che lo stesso Guglielmo di Tudèle, autore di una versione della "Chanson de la Croisade", autore sicuramente favorevole ai crociati, parlando della fine del visconte la deplora apertamente, facendo in proposito chiare allusioni sulle responsabilità. Grande comunque fu l'afflizione ed il dolore delle popolazioni locali per la morte di un uomo che sempre si era comportato con grande valore e lealtà nei loro confronti, tanto che gli stessi crociati furono in qualche modo costretti a dargli sepoltura con tutti gli onori del rango.
Simon de Montfort continuava intanto la sua metodica conquista di castelli e città; la paura presente nelle popolazioni faceva spesso il gioco della crociata: il castello di Cabaret si arrese prima ancora di essere assediato e, nel 1211, fu la volta di Lavaur, presa dopo un assedio lungo e penoso. Signora di questa fortezza era allora Guiraude de Laurac, sorella del valoroso Eimeric de Montreal, comandante delle truppe, e figlia di una celebre perfetta catara, Bianca di Laurac. Si trattava di una delle più note dame del paese, persona di tutto rispetto, vedova, e soprattutto sempre pronta ad accogliere chiunque fosse nel bisogno. Era insomma una pia donna, dedita alla preghiera e alle opere buone, che, all'avvicinarsi delle truppe crociate, non ebbe alcuna altra possibilità se non quella di difendersi ad oltranza. L'assedio durò due mesi, le mura vennero a poco a poco smantellate con le macchine da guerra e con l'opera degli zappatori. Quando la cittadella cadde Eimeric de Montreal, che all'inizio della crociata era alleato del Montfort, venne immediatamente impiccato come traditore, in compagnia dei suoi più fedeli soldati. – La tradizione racconta tra l'altro che il patibolo, messo su in gran fretta, crollò, per cui le vittime sopravissute vennero finite a colpi di spada – la castellana Guiraude venne abbandonata alla violenza dei soldati, trascinata fuori dalle mura e gettata in un pozzo. In ultimo, come estremo gesto di sommaria e violenta giustizia, 400 catari furono arsi sul rogo.
E' da notare come questi uomini e donne che salivano al rogo senza far resistenza e con grande serenità avrebbero probabilmente scosso la fede di nemici meno fanatici. Non erano comunque alla ricerca di un facile martirio, come qualcuno ha cercato di far credere, non cercavano la morte, anzi la rifuggivano con ogni mezzo, e solo quando cadevano nelle mani del nemico, di fronte alla scelta di abiurare la loro fede o morire, senza rimpianti sceglievano la morte. Furono invece abilissimi a nascondersi, come dimostrato dai documenti successivi dell'Inquisizione. Molti indubbiamente salirono sui roghi che illuminavano tragicamente le terre di Occitania, ma molti si salvarono, rifugiandosi forse in piccoli paesi isolati, sconosciuti ai più, tenendosi lontani da castelli e fortezze, sempre primo obiettivo militare della crociata. Nemici della violenza, questi uomini che godevano di grande prestigio non furono mai alla testa di movimenti di rivolta o anche solo di difesa, incoraggiarono forse i loro fedeli alla resistenza, ma mai si macchiarono di atti di forza, coerenti alla loro logica di purezza e non violenza. Fu questo il motivo per cui nonostante i tanti assedi e conseguenti roghi il catarismo non venne estirpato dalla crociata, ma continuò, seppur più nascosto e meno visibile, fra le popolazioni.
Ma torniamo alle nostre cruente vicende: negli anni successivi, nonostante i tentativi ricorrenti di recuperare la fiducia della Chiesa romana, tutti senza esito, anche a causa di quel Folco di Marsiglia, vescovo di Tolosa e suo acerrimo nemico, il conte di Tolosa più volte fu costretto ad identificarsi nella figura di principale nemico della crociata. Decisivo fu in proposito l'ultimo tentativo da parte di Raimondo di riconquistarsi una posizione sicura. Alla sua richiesta di perdono, ancora una volta appoggiata dal re Pietro d'Aragona, che si era ormai assunto il compito di intermediario, i legati pontifici risposero con un'arroganza ed una serie di condizioni tali da non lasciare al conte alcuna scelta: avrebbe dovuto bandire in tempi brevissimi dai suoi possedimenti gli ebrei, i catari ed ogni sorta di eretici, gli stessi abitanti sarebbero stati puniti con l'obbligo di ostentare di lì in poi umiltà e povertà, tutti i castelli sarebbero stati requisiti e, per ultimo, il conte stesso avrebbe dovuto abbandonare le sue terrre e recarsi a combattere oltremare i musulmani. Erano condizioni ovviamente inaccettabili, e da quel momento Raimondo e Pietro d'Aragona, umiliati, non ebbero altra possibilità che quella di schierarsi definitivamente e combattere.
Arriviamo così ad un momento importante, la famosa battaglia di Muret, del 12 Settembre 1213. Pietro II aveva arruolato più di mille cavalieri, alla guerra avrebbero partecipato i migliori soldati di Aragona e di Catalogna, pertanto è logico pensare che per il re cattolico fosse questa l'occasione finale per difendere la libertà dei fratelli occitani. In definitiva, per battersi per la sopravvivenza di una cultura e di una tradizione nazionale ben diversa da quella dei francesi. Era , per dirlo con le parole di Zoè Oldenbourg, un intero stile di vita che veniva minacciato, uno stile di vita nel quale le raffinatezze e l'eroismo dell'amor cortese valevano come simbolo della libertà spirituale. I combattenti Occitani, Catalani, Aragonesi erano consapevoli di agire per una buona causa, in difesa della civiltà contro la "barbarie".
Paolo Secco
(continua)
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 5 - mai 2001 - N° 256