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STORIA RELIGIOSA DELL’OCCITANIA – PARTE XIII° "Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi" |
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Come abbiamo
in precedenza visto, i dibattiti con la presenza di perfetti catari contrapposti
ai legati pontifici non riuscirono ad esasperare le passioni popolari, i cattolici
del luogo mancavano sicuramente di bellicosità nei confronti degli eretici,
questi ultimi erano ovviamente sempre più convinti di essere nel giusto,
e per di più non aiutava certo l’immagine che i predicatori davano di
sé di fronte alla popolazione: pur se persone integerrime e moralmente
accettabili, erano comunque, nelle loro vesti pulite, con le loro scorte, ricche
di cavalli e provviste, la prova dinnanzi agli occhi di tutti della ricchezza
della chiesa, in netto contrasto con l’austera semplicità dei ministri
catari. Una svolta decisiva in questo senso fu data dalla presenza all’epoca
di un personaggio molto particolare nella storia della chiesa: un monaco di
origine spagnola, Domenico di Guzman (1).Nell’agosto del 1205 i legati papali
incontrarono a Montpellier il vescovo di Osma accompagnato dal vicepriore del
suo Capitolo, Domenico, appunto. Costui, allora trentacinquenne, offrì
il suo appoggio ai legati, consigliandoli di rinunciare alle scorte, al lusso,
all’ospitalità dei ricchi per calarsi invece fra il popolo, anzi egli
stesso iniziò, con l’assenso dei suoi superiori, un percorso di predicazione
che lo portò, negli anni successivi, in tutto il sud della Francia, vestito
solo della tunica, senza inutili orpelli, appiedato, e soprattutto costretto
a vivere di elemosina, forte solo del suo tenacissimo carattere e della sicurezza
delle sue idee. Domenico godette già in vita di grande fama di santità,
ed è certo che fin dalla giovinezza aveva destato impressione per l’acutezza
del suo ingegno. Da questo momento in poi, per alcuni anni, percorse tutta l’Occitania,
lasciando ovunque il ricordo di una grande tenacia e di una fede instancabile
ed inattaccabile, ma non riscosse comunque quel successo che da lui era lecito
aspettarsi, forse anche per la brevità del periodo intercorso dall’inizio
della sua predicazione, nel 1205 e lo scatenarsi della grande crociata contro
gli eretici, nel 1209. Troppo pochi questi anni perché un autentico "campione
della chiesa" potesse ottenere con la parola ciò che più
tardi verrà ottenuto con la forza e con il sangue. Sicuramente non aiutò
Domenico nel suo predicare il carattere intransigente e la personalità
prorompente, dal momento che , nelle sue ultime missioni, prima della crociata,
soleva affermare l’inutilità della predicazione e del dialogo, laddove
ormai, a suo parere, potevano ormai servire solo il bastone e la spada. Ci voleva
forse più tempo! Ma probabilmente Innocenzo III° non si rese conto che
il futuro della sua chiesa era in qualche modo legato ad alcuni personaggi che,
in quel periodo di transito fra il XII° e il XIII° secolo, rappresentavano la
novità, nelle sue varie forme, il passo decisivo per superare il distacco
dalla gente comune, il discredito ormai dilagante. Domenico di Guzman, e più
di altri forse, Valdesio di Lione, e Francesco d’Assisi avrebbero potuto riportare
la cristianità occidentale alla sua semplicità originaria, ai
suoi valori evangelici, ormai dimenticati, ma tutto ciò fu in qualche
modo frenato dall’evolversi degli eventi, che , sul finire del primo decennio
del nuovo secolo, presero una piega crudele e distruttiva, anche se non del
tutto inattesa. Se il Papa fece appello più volte alla crociata contro
i baroni occitani che si rifiutavano di contrastare l’eresia, quando addirittura
non la sostenevano, fu evidentemente perché non vide innanzi a sè
alcuna altra strada percorribile. Sin dal 1204 Innocenzo aveva richiesto l’intervento
del Re di Francia Filippo Augusto; aveva in più occasioni a lui richiesto
di confiscare i beni dei conti e dei baroni che non volevano eliminare dalle
loro terre l’eresia. Ma le sue speranze andarono deluse, non ricevette infatti
risposta ai suoi appelli, e mentre da un lato i grandi feudatari del nord scalpitavano
con i loro cavalli e cavalieri nel desiderio di nuove conquiste, animati anche
da buoni intenti morali, il re, d’altra parte era preso da problemi più
importanti, e comunque poco incline a gettarsi in un’impresa di così
grande respiro. Nel 1208 avvenne però un fatto importante: mentre a Tolosa
il vescovo Folco di Marsiglia, molto noto per il suo passato di ricco mercante
e di poeta – trovatore, che in tarda età, rinunciando ai piaceri della
vita secolare si era convertito ad una religiosità ardente e combattiva,
mentre appunto costui, pur inimicandosi Raimondo VI°, conte di Tolosa, era comunque
riuscito a radunare attorno a sé buona parte della popolazione cattolica
della zona, un altro personaggio scomodo, ma pur sempre importante, il legato
pontificio Pietro di Castelnau, era invece passato in aperto contrasto con la
nobiltà locale, favorevole al catarismo, e in ultimo aveva minacciato
di scomunica il conte Raimondo stesso. Tanto fu che, nel viaggio di ritorno
dal Tolosano, verso Roma, a Saint-Gilles, in Provenza, fu assassinato, ovviamente
da mano ignota, ma ove l’autorità non seppe o non volle scoprire il colpevole,
la voce popolare, e non solo quella, seppe invece vedere con certezza nel mandante
il conte di Tolosa. Innocenzo III° lanciò a questo punto contro quest’ultimo
il suo anatema, scomunicandolo, e dichiarò le sue terre "esposte
in preda". Ma anche in questo caso non ottenne subito ciò che desiderava,
in quanto il Re Filippo non mancò di fargli notare che solo lui era legittimato
a spodestare delle sue terre un proprio vassallo (tale infatti era formalmente
anche se non di fatto il conte di Tolosa). Solo più tardi . sul finire
dell’anno, il Re di Francia cedette alle richieste pressanti dei suoi feudatari,
in particolare del Duca di Borgogna e del Conte di Nevers, ed accordò
loro l’autorizzazione ad organizzare l’agognata crociata contro gli Albigesi.
La grande armata si mise pertanto in marcia nella tarda primavera del 1209,
partendo da Lione, in direzione della Valle del Rodano. Il conte Raimondo tentò
a questo punto, con grande astuzia , la sua ultima carta, fece atto di sottomissione
al potere papale, si recò, prima dell’arrivo dei crociati, a Saint-Gilles,
e qui si umiliò pubblicamente, sottoponendosi, si dice, al flagello.
Prestò persino giuramento di perseguitate i catari, e, ritirata la scomunica,
prese la croce, come il più fedele dei combattenti. Ecco che, per merito
di un grande fiuto politico, la Contea di Tolosa si trovò improvvisamente
sotto la protezione della chiesa, ufficialmente schierata dalla parte della
crociata, e quindi inattaccabile, anche se nei fatti, come ben vedremo, Raimondo
non impiegò un solo uomo nella futura guerra.
Il legato pontificio Arnaud Amaury, Abate di Citeaux, posto a capo della crociata, si trovò quindi nella condizione di cambiare obbiettivo, e con il comandante militare Simone di Montfort, volse le truppe contro Raimon Roger Trencavel, noto protettore di eretici, Visconte di Carcassone e di Béziers, che, per la giovane età, non ebbe l’acutezza di imitare lo zio Raimondo di Tolosa, e si trovò pertanto solo contro tutti. All’inizio del 1209, quando la notizia dell’avanzata dell’esercito si diffuse in terra d’Occitania, quando lungo il corso del Rodano si allungarono a poco a poco interminabili fila di soldati a cavallo, fanti, macchine da guerra, carri e barche di approvvigionamenti, e soprattutto mercenari e grandi folle di pellegrini, o per meglio dire, di civili, che a seguito dell’esercito, forti dell’immunità loro concessa dalla partecipazione alla grande impresa, speravano di conquistarsi ricchezze personali o chissà che altro, quando appunto tutto ciò fu chiaro a tutti, grande fu lo sgomento e l’impressione. La popolazione rurale cominciò a fuggire, si rifugiò nei villaggi fortificati e nei castelli. Nel luglio del 1209 il Visconte di Trencavel si trovò così un grande esercito – si parlò di ventimila soldati - a poche miglia da Béziers, e dopo un infruttuoso tentativo di patteggiamento a Montpelliers, decise di abbandonare la città con un gruppo di eretici e di membri della Comunità Ebraica, lasciandola nelle mani dei suoi migliori comandanti, e rifugiandosi pertanto a Carcassone, sua capitale, e sicuramente meglio difendibile. I crociati, nel frattempo, giunti in vista di Béziers, tramite il Vescovo della città, Rinaldo di Montpeyroux, fecero una proposta allettante: avrebbero risparmiato la popolazione locale se fossero stati loro consegnati gli eretici e i loro capi. Nella città assediata prevalse però la solidarietà, forse anche nella speranza di ricevere rinforzi da Raimon de Trencavel o dallo stesso re Pietro di Aragona, i consoli rifiutarono la proposta e non degnarono di uno sguardo la lista di duecentoventi nomi che il vescovo stesso aveva preparato. E’ da notare che in questa lista, che comprendeva i perfetti catari e i più noti fra i praticanti l’eresia, erano evidenziati alcuni nomi con l’espressione "Val", a significare probabilmente Valdensis.
Béziers avrebbe sopportato probabilmente un lungo assedio, in quanto ben difesa e guarnita, e soprattutto con molte provviste a disposizione, senonchè, il 22 luglio, accadde un fatto imprevisto che ha dell’incredibile: una piccola guarnigione di uomini uscì dalle mura con l’intento forse di infastidire le truppe mercenarie nei pressi accampate, mentre il resto dell’imponente esercito stazionava più lontano, occupato nella preparazione dell’assedio. Il manipolo di uomini ebbe però la peggio nella scaramuccia che ne seguì e fu costretto a volgersi velocemente verso le mura, ma evidentemente non riuscì ad impedire, nella ritirata, l’ingresso in città dei mercenari che li inseguivano, provocando così il panico nei difensori e negli abitanti. Mentre all’interno delle mura, con una porta ormai persa per la difesa, i mercenari impazzavano, l’esercito crociato, pur preso alla sprovvista reagì puntualmente per non perdere l’occasione, ed in breve la città fu conquistata. Qui le cronache divergono nel raccontare l’evolversi dei fatti, non si sa con certezza quanti furono i morti, da venti a quarantamila, secondo i testimoni dell’epoca, non si sapeva in effetti quanti si erano rifugiati all’interno delle mura, provenienti dalle campagne circostanti, ma morirono comunque tutti, donne e bambini compresi, se qualcuno si salvò fu per puro caso, e la città fu saccheggiata senza pietà. E’ in questa occasione che la tradizione ricorda la famosa frase attribuita ad Arnaud Amaury, che interrogato da un soldato su come poter distinguere gli eretici dagli altri, sembra dovesse rispondere "uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi". Certo è comunque che il legato, in una successiva missiva al Papa si rallegrerà di questa inattesa e tempestiva vittoria, con l’augurio che i "ventimila morti siano di monito per i futuri assediati".
(continua)
Paolo Secco
NOTE:
(1) Domenico di Guzman naque attorno al 1170 in un paesino della Vecchia Castiglia spagnola. Di famiglia aristocratica, gli fu impartita una vasta e profonda educazione, ed aderì in giovane età alla Comunità Canonicale di Osma. Con pochi seguaci costituì nei pressi di Tolosa, dopo anni di predicazione itinerante, una piccola comunità di Frati Predicatori che nel 1215 assunse la condizione di Mendicanti. L’ordine dei Predicatori, più tardi denominato anche dei Domenicani, ebbe l’approvazione papale nel 1216, e potè così iniziare la propria espansione in tutta Europa.
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 4 - abril 2001 - N° 255