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LA CAIRO DE L'ERETIC Ma la Val Pellice si sente terra occitana? |
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Popolo-Chiesa, così il Pastore Giorgio Tourn, probabilmente il massimo storico contemporaneo del mondo valdese, ha definito i suoi correligionari. Una espressione poetica e suggestiva allo stesso tempo, ma che nasconde, a leggere bene tra le righe, una affermazione di principio quasi assoluta: l'identificazione di una fede religiosa con un'etnia, un mondo a sé, separato dal più ampio contesto delle valli alpine piemontesi e, nella fattispecie, occitane. Nonostante il folklore estivo, a tutto vantaggio dei villeggianti provenienti in larga parte da Torino, la parola "Occitania", per la maggior parte dei Valdesi è sinonimo di canti e danze, per lo più provenienti dalle terre d'Oc del Saluzzese. Inoltre, l'utilizzo della lingua francese che, non dimentichiamolo, fu lingua importata nel XVII secolo, la familiarità con il piemontese, data la ridotta dimensione della Valle, così a stretto contatto con i paesi della pianura, e la massiccia introduzione dell'italiano, specie tra i giovani, ha portato il Popolo-Chiesa a perdere gran parte della sua originaria identità e non ad arricchirne la cultura, così come sostenuto da alcuni. I matrimoni misti poi sono all'ordine del giorno. Il patouà è ormai parlato da una ristretta minoranza, pressochè dislocata in alta valle, mentre in centri quali Luserna San Giovanni e Torre Pellice è da considerarsi irrimediabilmente, o quasi, estinto. Non scordiamo inoltre che il Valdese d.o.c., si sente molto più affine, storicamente, alla cultura tedesca, svizzera ed anglossassone, a nazioni cioè di radicata tradizione protestante, piuttosto che alle vicende della grande famiglia occitana della quale ignora o quasi il travagliato percorso. Tutto questo si potrebbe definire, almeno per quanto riguarda la Val Pellice, un processo di graduale ridimensionamento di valdesi e valdismo, a vantaggio delle comunità evangeliche della diaspora sparse in tutta la penisola. Dopo l'editto di emancipazione voluto da Carlo Alberto nel 1848, la Chiesa Valdese preferì allargarsi all'Italia, creando, con una intensa opera di conversione, comunità riformate lungo tutto il territorio dell'italico stivale. Dal punto di vista strettamente religioso nulla da eccepire, dal punto di vista etnico e culturale l'inizio della fine. In termini squisitamente imprenditoriali si potrebbe affermare che l'Israele delle Alpi ha "venduto" male la propria immagine e, paradossalmente, la paura di contaminazioni esterne (penso al famoso e mai realizzato traforo che avrebbe dovuto collegare la valle al contiguo Queyras) non ha giovato a mantenere intatte e sane le radici di questo popolo un tempo fiero della propria identità ed esempio di attaccamento profondo alla propria terra ed alle proprie origini. La Val Pellice soffre del dilagare del fenomeno della tossicodipendenza, dell'alcoolismo e del disagio giovanile e non. Sacche non indifferenti di profonda emarginazione socio-culturale sono presenti proprio tra i Valdesi; altro paradosso se pensiamo che, in tempi nei quali l'analfabetismo interessava la stragrande maggioranza della popolazione di fede cattolica, i seguaci di Pietro Valdo erano in grado di leggere e commentare la Bibbia. Ma torniamo a noi. Possiamo anche ammettere che questo scarso attaccamento all'Occitania affondi le proprie radici in secoli di isolamento (il famoso ghetto alpino) e di persecuzione, nonché nella profonda differenza religiosa tra un valdese di Torre Pellice o di Villar Pellice ed un abitante di Sampeyre o Casteldelfino. Riportare l'Occitania nelle Valli Valdesi e, in particolare in Val Pellice, è a mio parere impresa ardua, a meno che il tutto non si limiti a qualche concerto di ghironda ed organetto. Non so nemmeno se riporre qualche speranza nelle nuove generazioni le quali, fatta salva qualche eccezione, sembrano del tutto indifferenti ai nuovi fermenti di federalismo e salvaguardia delle lingue minoritarie. I lettori più affezionati di "Ousitanio Vivo" ricorderanno una mia vecchia intervista al Sindaco di Angrogna Jean-Louis Sappè, un personaggio assai noto in valle e che personalmente stimo moltissimo, sia come individuo intellettualmente assai onesto, sia come pubblico amministratore. Un uomo che senza dubbio molto si è battuto affinché il montanaro possa continuare a vivere in modo dignitoso nelle proprie borgate e del proprio lavoro in un'area così difficile come le vallate alpine. Ebbene, nel corso di quell'intervista, Sappè tracciò in modo molto chiaro e con estrema lucidità la linea di demarcazione tra un occitano valdese ed un occitano cattolico. Un parere del tutto rispettabile, ma non mi sembrò di ravvisare, dalle parole del primo cittadino di Angrogna, una speranza per una forte unione delle forze degli abitanti delle valli d'Oc, siano essi protestanti, cattolici, atei o agnostici. Il fattore religioso, comunque, aveva la preponderanza su ogni altra considerazione. E onestamente, continuo a non scorgere segni che mi inducano a vedere una inversione di tendenza rispetto a quanto a suo tempo espresso con molta sincerità e pacatezza dal Sindaco valdese. Certo, ho appreso che sei comuni su nove della valle hanno deliberato la loro appartenenza all'area occitana ai sensi della legge 482/99. E' il segno di un cambiamento in atto? Me lo auguro, ma ritengo che il mondo valdese sia ancora lontano dall'essere pienamente recuperato alla causa occitana. Il lavoro che ci attende è ancora difficile e tutto in salita.
Franco Ferraresi
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 4 - abril 2001 - N° 255