Elezioni politiche, Espaci Occitan, autolesionismo ...
APPUNTI DI LAVORO
L'articolo di Giovanni Battista Fossati pubblicato sull'ultimo numero di Ousitanio Vivo offre interessanti spunti di riflessione a proposito del rapporto che gli occitani devono tenere nei confronti dei partiti politici italiani. Scrive tra l'altro Fossati che “gli abitanti delle Valli Occitane (...) sapranno dotarsi degli strumenti necessari e degli uomini adatti in modo da non cadere nella trappola delle formule e delle proposte di schieramento, badando esclusivamente ai contenuti dei patti elettorali”. Nell'approssimarsi delle elezioni politiche il criterio indicato da Fossati deve essere applicato con coerenza. Il nostro invito è quindi quello di valutare i partiti, ma soprattutto i singoli uomini, in base al loro effettivo impegno rispetto alle nostre rivendicazioni di minoranza linguistica riconosciuta dalla Stato italiano. E la loro valutazione va fatta non tanto sulla base delle promesse, di cui sappiamo essere tutti prodighi in campagna elettorale, bensì sulla base di ciò che hanno effettivamente compiuto in questi anni. Il quadro politico italiano appare in ogni caso estremamente deludente. Da una parte un centro-destra stipendiato dalla figura ingombrante e imbarazzante di Berlusconi, per il quale ci sentiamo di sottoscrivere il giudizio espresso in una recente intervista da Montanelli, lui sì autorevole voce di una destra liberale ed europea, quando lo descrive come “il più grande piazzista del mondo”, “un uomo che ha della verità un concetto del tutto personale, per cui la verità è quello che dice lui”. Ma anche le altre componenti della Casa delle Libertà non convincono: la Lega Nord per la totale mancanza di democrazia interna e per l'ambiguità nei confronti delle minoranze linguistiche “vere” dell'arco alpino; Alleanza Nazionale perché, nonostante i passi fatti, non si è ancora scrollata di dosso 40 anni di neofascismo e di retorica patriottica, come dimostrano l'opposizione alla legge 482 e l'ostilità verso la minoranza tedesca in Sud Tirolo o slovena a Trieste. Eppure non si può negare che a livello locale - da alcuni assessori della Regione Piemonte a diversi presidenti di Comunità Montana e sindaci - molti esponenti del centro-destra hanno verso la “questione occitana” un approccio concreto e libero da pregiudizi. Lo schieramento opposto è quello del centro-sinistra, che annovera tra i suoi rappresentanti alcuni sinceri sostenitori delle nostre battaglie, e al quale inoltre va riconosciuto il merito storico di avere voluto, difeso e condotto finalmente in porto quella legge 482 che applica, con 50 anni di gravissimo ritardo, l'articolo 6 della Costituzione. Tuttavia anche con l'Ulivo la nostra non può essere una delega in bianco. Anzitutto perché la litigiosità e gli intrighi che travagliano questa “armata Brancaleone” (sono sempre parole di Montanelli) hanno impedito a Prodi di governare per cinque anni il paese, come gli elettori si erano illusi di avere deciso. Tacciamo anche di certe facce improponibili, degne del peggiore clientelismo democristiano. Ma troppe volte abbiamo visto esponenti locali dell'Ulivo rinnegare o addirittura screditare la nostra causa, in base a mere logiche di potere o soltanto perche quei “perdenti” degli occitanisti avevano osato sottrarsi alla tutela coatta e uscire dalla riserva indiana. Insomma, in un mondo dove sono cadute tante ideologie e dove i programmi degli schieramenti politici si assomigliano sempre più sono finite le preclusioni a priori, ma anche le alleanze definitive e indiscutibili. Si tratta, di volta in volta, di giudicare uomini e programmi sulla base dei fatti concreti. Questo almeno fino a quando lo Stato non permetterà agli occitani, attraverso un rimodellamento delle circoscrizioni elettorali, di rappresentarsi da sé e di non scomparire nei popolosi collegi di pianura. Passate le elezioni, chiunque sarà il vincitore, le nostre Valli si ritroveranno alle prese con i problemi di sempre. Innanzitutto quelli legati a Espaci Occitan, il grande e storico progetto intorno al quale tante polemiche sono esplose. Come molti sapranno la sua tempistica ha subito dei ritardi, dovuti in parte ai perversi meccanismi degli appalti, in parte a fattori e logiche cha ai più, e senz'altro allo scrivente, sfuggono. Ma da sempre la nostra posizione ribadisce, di fronte agli attacchi strumentali e al fuoco incrociato provienente dalle nicchie più disparate, che Espaci Occitan non può essere un “laboratorio politico”, nè una sommatoria di piccole associazioni settarie e litigiose - se così fosse la Regione e l'Unione Europea non lo avrebbero sostenuto - ma ha un profilo istituzionale ed è l'espressione degli enti pubblici che in esso hanno investito. E' necessario, ora più che mai, applicare fino in fondo questo principio, tirarsi da parte e lasciare che gli amministratori chiamati a dirigere Espaci Occitan facciano la loro parte in piena autonomia. E' chiaro che un ente istituzionale si muove con prudenza, con tempi e su contenuti che non possono essere quelli di un gruppo di lavoro fondato sulla libera partecipazione. Era quello che da tanti anni auspicavamo: che gli amministratori democraticamente votati dalla popolazione occitana ci toglieressero, per così dire, un po' di lavoro dalle spalle; che con i mezzi, l'autorevolezza e la legittimità conferite dalle istituzioni proseguissero l'attività intrapresa da un manipolo di pionieri. Su quali contenuti e indirizzi saranno loro a decidere. Rimane da gettare uno sguardo al desolante spettacolo dell'associazionismo occitano intento, con i relativi periodici, a scambiarsi attacchi velenosi e offensivi, sospetti, perfidie e polemiche viscerali. Il nostro giornale cerca, per quanto possibile, di non rispondere, di sottrarsi alle provocazioni e agli inviti al massacro. Ousitanio Vivo non vuole essere un bollettino di setta, ma un giornale di dibattito e di informazione, uno strumento di comunicazione per gli occitani e per le Valli, una finestra su quanto nelle Valli si pensa e si fa. Applicare questo pluralismo è stato in certi casi difficile o addirittura doloroso. Ma i fatti sembrano darci ragione, se la diffusione del giornale continua ad aumentare, e così, speriamo, la sua autorevolezza. Un invito a smorzare i toni della polemica può risultare a questo punto quasi patetico, poiché l'immaturità e l'esasperato individualismo la fanno più che mai da padroni. La nostra malattia storica sembra essere quella di ingigantire il poco che divide e di dimenticare il tanto che unisce. Eppure l'epoca delle ideologie forti è finita anche da noi, ed è oramai anacronistico - o buono solo per la cattiva fede - contrapporre un filone “nazionalista” ad uno federalista o “chivassiano”, i sostenitori di una grafia a quelli di un'altra, quelli della ricerca etnografica ai creatori di nuove forme espressive, i localisti ai “catalani”. E' fin troppo evidente che, a partire dal buon senso e dal pragmatismo, tutte queste posizioni potrebbero convivere, non certo in una hegeliana “notte in cui tutte le vacche sono nere”, ma all'interno di un quadro pluralista dove ognuno non debba rinnegare la propria storia politica ma possa mantenere le specifiche competenze e campi di attività, nel rispetto del lavoro altrui, oltre che della onestà e dignità delle persone. I puntelli di questo quadro potrebbero essere quelli, assai generali, cui accennava l'editoriale “Modesta proposta” del numero 243 di O.V., e che si possono riassumere nel riconoscimento di una identità occitana (su questo punto ovviamente è impossibile transigere) e nella necessità di una sua difesa e sviluppo. Le conseguenze di questa guerra di tutti contro tutti non riguardano tanto le solite sigle, dietro le quali spesso stanno uno o due individui, ma le nuove generazioni della rinascita occitana, le energie fresche che esitano a impegnarsi in un contesto così poco respirabile, o che addirittura si sentono da esso respinte. Ma senza queste nuove forze sarà impossibile affrontare con successo l'appuntamento storico che noi stessi abbiamo contribuito a costruire: fare delle Valli Occitane il laboratorio di una rinascita culturale ed economica che possa addirittura fungere da modello per le altre regioni occitane e per le minoranze linguistiche italiane ed europee. Un modello democratico e gradualista da contrapporre a quello, forse più eclatante e vistoso ma tanto più lacerante, che si è affermato in minoranze come la Corsica e l'Euskadi.
Diego Anghilante
OUSITANIO VIVO - Anado XXVIII - n° 4 - abril 2001 - N° 255